Narda Fattori: La parola necessaria

 

di Bruno Bartoletti

Nella più assoluta coerenza entro l’ampio ventaglio della sua produzione poetica, la poesia di Narda Fattori si trasforma a ogni nuova pubblicazione. La sua lirica non si nega alla prosa e da sempre i suoi versi fluiscono ore rotundo; neppure ora la parola è assolutamente distillata perché il principio che la muove resta la chiarezza del dettato e una generosità cui preferisce sacrificare il nitore del verso. Anzi, se a un certo punto, nell’ultima fase del suo percorso per esigenza di essenzialità aveva rischiato una sorta di ermetismo del testo, con questa raccolta sembra trovare il suo timbro più autentico: le svolte si colgono nitidamente, il processo di spoliazione si compie sempre più radicale, la parola più contigua al silenzio senza negarsi quando necessaria.

Le precedenti raccolte volgevano a un mistilinguismo che trascriveva in tempo reale la rappresentazione del mondo; e nelle ultime più intensi che mai si esprimevano il disagio di certe irruzioni, il dolore personale e sociale che manifestavano la somatizzazione patologica del disagio stesso. Non che ciò sia venuto meno, ma ancora più personale più autentica più ferma è la voce, e più decantate le scorie imprescindibili delle contaminazioni con il vivere nel mondo e le sue pene. Ora anche il lessico si spoglia: le parole straniere o quelle “stonate” che restano afferiscono alla sfera del quotidiano e dunque sono solo quelle indispensabili. Accade, talvolta, che la parola ceda al libero gioco di allitterazioni assonanze (lì s’allaga / alligna, p. 62) rime bisticci (Ho cambiato la taglia / il taglio dei capelli, p. 63) ma la sperimentazione della capacità di evocare non eccede oltre il giro di qualche verso

Tutto è curato e limato, tutto soppesato, l’architettura stessa della silloge.

Mai Narda Fattori aveva posto attenzione alla struttura delle raccolte quanto in queste ultime. La precedente, Cronache disadorne, era divisa in due parti, ciascuna con una sua fisionomia nitidamente caratterizzata, la prima d’impronta più personale, più corale la seconda; e ciascuna introdotta da un’epigrafe, da Vittorio Sereni e da Valerio Magrelli,  non certo esornative, anzi puntualmente aderenti ai testi che seguivano e tuttora coerenti con la ricerca di senso di questa esperienza della poesia: con le considerazioni sull’amore di Sereni – «D’amore non esistono peccati, / s’infuriava il poeta ai tardi anni, / esistono soltanto peccati contro l’amore / e questo no, non li perdoneranno» – si apriva la silloge, al minuscolo, in stretta contiguità con la precedente Verso Occidente. Ed era apertura che sottolineava al lettore la prosecuzione di un discorso non chiuso. Con l’irreparabilità espressa nei versi di Magrelli – «Come se si potesse riparare / la notte, / il vaso infranto, / la lesione del cielo» la prosa della seconda sezione, Di noi disadorni, portava l’io poetico al noi della prima persona plurale, per indicare il senso della scrittura nella direzione di una dimensione non solo personale privata. In questa prospettiva avanza spedito il passo di Narda Fattori, con la vita che anche di notte / profuma. // Se si è in molti profuma di più ( p.66).

Questa nuova raccolta si segmenta ulteriormente: è organizzata in quattro movimenti. L’autrice non li definisce quartetti, e infatti le parti non hanno la struttura poematica  dell’ascendente eliottiano, ma una loro circolarità musicale è riconoscibile nel moto a spirale che dall’io poetico delineato nel primo movimento, carta d’identità con foto e storia personale, al plurale del secondo tra gli elementi e la parola, all’intersezione dei diversi piani del terzo, volto a sintetizzare i precedenti movimenti, muove nel quarto al ritorno al sé  proiettato, tuttavia, in una dimensione ultima con l’acquisto di una cifra simbolica che eleva liricamente in crescendo tutta la raccolta.

Movimenti che nascono dall’esperienza della vita elaborata in parola per ciò che la parola rappresenta in quanto corporeità,  all’incrocio di vissuti per cui le generazioni si avvicendano ma gli ascendenti sono ineludibili e rappresentano tanto di vita da entrare a pieno titolo nel corpo stesso del testo della silloge: le presenze dei maestri o comunque dei poeti riconosciuti affini sono divenute a tal punto familiari che occupano lo spazio incipitario, non più in piccolo, né in epigrafe – quasi divenuto parola propria di chi trascrive – a introdurre ogni sezione. Il primo movimento si apre infatti nuovamente in presenza di Vittorio Sereni e i versi riportati vanno tutti a segno perché terribilmente ripetitivi, spogliati di ogni ideologia poetica e incistiti su alcune ripetizioni: l’anafora sul verbo “scrivere” e la triplicazione della parola “anni” annodano inestricabilmente al senso della scrittura la dimensione del tempo – « Se ne scrivono ancora. / Si pensa a essi mentendo / ai trepidi occhi che ti fanno gli auguri / l’ultima sera dell’anno. / se ne scrivono solo in negativo / dentro un nero di anni / come pagando un fastidioso debito / che era vecchio di anni» – .  E la prima lirica della raccolta ripercorre la propria storia per riproporre, elaborate le esperienze, una rilettura sapienziale della vita come della scrittura. Ma sapienziale diviene tutta la raccolta: così il primo verso: dal grembo della terra / si nasce una volta sola; così l’ultimo: sarà un’uscita in silenzio /  senza sbatter d’imposta / composta e nuda.

 Ghiannis Ritsos apre il secondo movimento replicando in senso funereo – ed evitando la rima – un colore e il dolore: «Mi duole in petto la bellezza:  mi dolgono le luci / nel pomeriggio arrugginito; mi duole / questo colore sulla nube – viola plumbeo / viola repellente; il mezzo anello della luna / che brilla appena – mi duole…» Narda Fattori, poeta che ama la vita e la bellezza, è già nonna e in primo luogo, senza mai dissociarsi dalla dimensione della fiaba (ora anzi tanto più presente), si preoccupa del proprio testamento spirituale tu figlio mio /  racconta a tuo figlio / la storia delle mani / e sarà un principe saggio come un contadino / saprà le ore e i cicli e le stagioni–.

Introducendo il terzo movimento, la voce di Franco Fortini racconta la vita come il passaggio di un temporale e dice l’amore in negativo, per esprimere l’avversione al nichilismo dilagante e la necessità di fronteggiare anche il proprio io: «Scrivi mi dico, odia / chi con dolcezza guida al niente / gli uomini e le donne che con te si accompagnano / e credono di non sapere. Fra quelli dei nemici / scrivi anche il tuo nome. Il temporale / è sparito con enfasi. La natura / per imitare le battaglie è troppo debole. La poesia / non muta nulla. Nulla è sicuro, ma scrivi». Di questa terza sezione si potrebbe isolare l’invocazione o grido di preghiera sul silenzio di Dio sei forse fra le crepe e calcinacci?, p. 65 davanti alle nefandezze dei giochi nei cortili del mondo (p.64), con l’evocazione della parola “perdono”   chi oserà il perdono?. A tanto non era ancora giunta la scrittura amorosa di Narda Fattori e anche questo rappresenta un elemento significativo di novità.

Roberto Carifi apre il movimento finale: «e resteremo nel ferro dei balocchi / finché il tempo si calmerà in un precipizio». Forse non sarà inopportuno rilevare l’assonanza che questo testo di Carifi respira con quello di Agostino Venanzio Reali per sottolineare l’osmosi di cui può vivere e vive la parola poetica: scriveva Reali, in Suite di Incontro alle cose (1984): «Aquiloni visti cadere / dal riso dei miei occhi azzurri, / dormite nel teatrino dei ferri / dove non giunge il lume di coscienza…» (A.V.Reali, Nóstoi) . Tra le innumerevoli memorie, a questa di Reali la poesia di Narda Fattori si accostava già nelle precedenti raccolte; oggi appartiene forse a quelle sopravvivenze che rifluiscono anche inconsciamente, a tal punto sono sedimentate, e tanto più vitali si riconoscono nella loro unicità (l’immagine della via del ritorno accostata all’idea di nescienza, p. 9; l’ombra degli assenti / nella penombra della sera, p. 12; la suggestione di un verbo come s’allaga una radura di quiete, p. 62); ma l’accostamento merita attenzione perché attesta una condivisione di frequentazioni in contesti tanto defilati quanto intensi e vitalmente stimolanti. D’altra parte se è vero che la parola di Narda sa accostarsi alle voci altrui senza perdere la singolarità del proprio personale timbro, è altrettanto vero che con questa raccolta assume una dimensione simbolica alla quale forse volgeva ma rimasta sinora inesplorata.

Meriterebbe soffermarsi in tal senso sull’uso non infrequente dei nomi propri dei volti (Roberta, o Malvina) e dei luoghi ­(Via Viole 3, e Via Garibaldi), riconoscibili per altro, o almeno riconducibili ai contesti di origine dei componimenti poetici, e suscitati dalle diverse necessità della scrittura che ha bisogno di ancorarsi alla realtà quanto più mi appassiona / la parola imperfetta umana (p. 14), mentre il punto d’incontro sta / nella parla non scardinata dall’ usura quotidiana (p. 69).

La fedeltà all’amore, in estrema sintesi, resta il collante più significativo di questo percorso poetico, senza sbavature sentimentali e infine sublimato in quella cifra simbolica che sostanzia interamente l’ultimo movimento:

A fine corsa giunta

mi solleverà l’amore
con braccia salde
dentro una nicchia di sole
sotto la terra bruna
e sarò il vento e la neve
il fulmine e l’acqua

quieta signora fervida
non avara non frivola
avrò l’abito nuovo
per una festa senza data
da sempre programmata

mandorla dal gheriglio amaro
rifiorirò sull’erba
tutto l’amore avuto
in primule e fontanelle

l’amore per amore…
                                   l’amore

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