L’Aria n.13: Per Alice Rosati e Loredana Barillaro

 

Per Alice Rosati

Per sterilizzare il sogno della monumentalità basta usare tecniche diverse. La dispersione nelle tecniche diverse o diversissime si pubblicherà come una grande performance, con tutti i suoi significati.

Le opere di Rosati sono già individui a sé, sui quali si imposta bene un loro discorso critico. In primo luogo: sono in gioco i classici più classici – paesaggi/luoghi (Martesana) e corpi (il dittico con Kiki, giorno e notte; Lavamoon 2; e le due opere su tela) –; e allora?

I corpi subiscono viraggi e distorsioni, che non risparmiano né il palazzo giallo, giallissimo, di Martesana né il proprio autoritratto. Alice sul divano antico in abiti molto casual potrebbe essere un’icona generazionale (come dire: a noi giovani non importa dell’antico, della simmetria, del bello borghese, ecc.); invece tutto convergeva sull’estensione degli occhi; e questo significa che il discorso è un po’ diverso da quellodell’opposizione generazionale. [Per inciso: la vera dialettica è tra carità/odio e sapienza/ignoranza, soprattutto in questo tempo che stiamo vivendo; un software, anche di gestione delle immagini, è identico nelle mani di un anziano e di un adolescente: la differenza è solo nella capacità e dalla passione].

Non è più vero che i giovani si oppongono al vecchio, ma che l’antico ingloba il vecchio e il nuovo, e li contamina, contaminandosi. E poi: ogni deformazione dei propri tratti significa, come ha detto di sé Amelia Rosselli, che «io non sono quello che apparo».

Tra la fedeltà malinconica alla rappresentazione delle cose come appaiono e la distruzione patafisica e goliardica, si pone una terza via. Qui la potenza è sempre irridente, ma non urla, né gode né bestemmia. Ad esempio, la serie Lavamoon di Rosati esagera i toni, ma dichiara corpi che sono al di là del sistema usuale dell’osservazione sensuale e dell’accensione estetica. Sono corpi che giocano ad essere corpi, e si rapportano all’acqua per necessità: ridono senza ridere. Anche il progetto sui corpi delle vergini – dunque sui corpi vergini, portatori e ideogrammi vivi della verginità – andava nella stessa direzione. La via della distorsione, con cervello e allegria, resiste: anche con qualche concessione alla cosa chiamata, per convenzione, ancora oggi, grazia.

Il piccolo envoi critico finisce [lo riscriverò tra sei anni]. Infatti non può finire: perché qui non c’è un monumento in vita, dunque non si è parlato di un monumento.

[2006-2012]

Per Loredana Barillaro

La stoffa non trasformata in abito, non ancora indossata, si mostra in due forme: la pezza da tagliare su misura e lo straccio, posato e dimenticato. Lo straccio di stoffa non tagliata in sartoria, e mai indossato, si mostra da solo. Va bene.

Che cosa mostra, oltre a se stesso?

Non il corpo umano, che non ha mai fatto pelle e riparo di quel tessuto. Non mostra nemmeno la forza, perché il tessuto non ha subìto la costrizione in una forma utile. Né l’industria o l’artigianato che lo modificano. Lo straccio intriso di colore e applicato sul supporto da Loredana Barillaro è un segno tipico, in parte comprensibile e in parte incomprensibile, come le corde e gli arazzi di Laura Vegas.

L’idea più semplice sarebbe questa: ecco un’arte del rifiuto, in senso consumistico o industriale o freegan. Ma il rifiuto presuppone un’umanità di consumatori e di distruttori, quasi onnipotente nei confronti dell’oggetto. In Barillaro il tessuto sembra escluso da una logica di consumo-abbandono-recupero, dall’atrocità di Spoerri al fregio poetico di Fortuna. La materia usata assomiglia all’icona, in cui il materiale (in senso pratico) rimanda all’immateriale (in senso laico). Il dolore non vi è implicato apertamente – come nelle opere di Morbin con il proprio sangue – ma è una delle allusioni possibili. L’essere del tessuto applicato indica un malessere. E quello straccio, che ha ricevuto un colore pittorico con cui non è nato, sei tu, che lo guardi.

Anche Windows mostra oggetti poveri: rettangoli di cartone applicati al supporto con una puntina. Diciannove file di nove elementi, più chiari e più scuri, con prevalenza dei rettangoli chiari: la popolazione immeticciata, la mente multiforme che tiene fede alle idee; o il paesaggio urbano rigoroso e difficile da differenziare (anche se ha differenze di misura e di colore); e il software mondiale, che sfrutta un nome comune. E anche qui la prima idea dell’osservatore non significa niente. Infatti i pezzi di cartone non sono esattamente uguali; la presenza di due colori crea due insiemi, che l’osservatore può ricomporre; così il rigore è solo apparente: le file sono precise, ma gli elementi di ogni fila non lo sono, perché non vi è un’uguaglianza imposta, e nessuna simmetria.

La compresenza e la somma delle parti ci appartengono, così come appartengono da sempre alla nostra forma di pensiero: niente è una cosa sola, e niente si riferisce ad una cosa sola e ad una sola comunità, soprattutto nel linguaggio dell’arte. L’artista consapevole dichiara e vive – per una allegoria carnale e incarnata – la difficoltà di presenza e di sopravvivenza dell’arte. L’artista consapevole non è solo un produttore di opere d’arte, ma l’arte, fatta persona e gettata nel mondo. Si vive sapendolo, e si sa bene che il tempo della dolcezza e dell’ornamento è scaduto. Non è proprio il tempo della grazia, che è un’altra cosa, qualunque cosa sia.

[2008-2012]

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