Perdersi è infine ritrovarsi – Andrea Brigliadori su Narda Fattori

 

di Andrea Brigliadori

Chi abbia letto con qualche attenzione – e con un filo di memoria – i due precedenti libri di poesia di Narda Fattori (L’una e i falò, 1998 e Terra di nessuno, 1999), non si stupirà di ritrovare qui, in quest’ultimo Verso Occidente, la stessa trama di riferimenti metaforici, la stessa folla di presenze analogiche e simboliche, e insomma la stessa materia fantastica e verbale, lo stesso lessico poetante, che erano così caratteristici di quelle prove anteriori. Che anzi avrà conferma, il lettore attento e non immemore, di un ben distinto profilo, di una specifica fisionomia della poesia di Narda, tale da fornire, alla sua raggiunta maturità di donna e di scrittrice, il tratto di una forma e il timbro di una voce marcatamente personalizzati, inconfondibili.
Se la ricerca, persino un po’ ossessiva, di una propria originalità è l’ansioso problema di tanta maggiore e minore avventura poetico-letteraria dei nostri tempi – essere una voce che almeno si distingua dal coro innumerevole – , si può dire che Narda Fattori gode ormai in buona misura di tale acquisito privilegio.
Ogni suo libro lo conferma e lo rinsalda. Non toglierei né aggiungerei una virgola alla “descrizione” che della sua poesia mi accadde di dare nel 1999: “la compattezza compositiva; la sostenuta, convinta intonazione del dettato poetico; la densità tematica; la signoria della correlazione metaforica; il battito fermo dei versi”.
Tutto questo il lettore ritroverà nel nuovo libro.
Troverà inoltre quel peculiare linguaggio che dicevo all’inizio, il medesimo repertorio figurativo ed espressivo. Scegliendo a caso e un po’ in tutte le pagine, quasi in ogni testo, ritrovo: le cortecce scarnite, i sentieri, le fronde, la ragnatela, le formiche, l’acacia, le libellule, le lucciole (presenza topica, assidua), le aie, i falò, l’allodola (un altro ricorrente richiamo), le falene; ma poi ancora: rose, bacche, erba, albero, frutto, tronco, rami, grilli, trifoglio, gerani, betulle, poiane, usignolo, biancospino, ginestre. Per non dire di quanto attiene al clima, al tempo, alle stagioni: la aratura di settembre, il giugno, l’aprile, la “aria bruna di novembre”, il “passo duro dell’ inverno”, lo “inverno dei rami”, i “grovigli di sterpaglie”, le “zanne del gelo”, il febbraio, le “sere di dicembre”, il “primo sole d’aprile”, le “nevi lontane”, l’estate, l’autunno, la pioggia, il sole, le stelle, il “giallo paziente del grano”.

A ciò si aggiunge, in fitta intermittenza, la varietà tematica del mare: sabbia, risacca, la “ansia del mare”, le “spiagge dorate”, il pescatore, la rena, l’azzurro.
E analogo censimento si potrebbe fare per quanto riguarda il cielo, dall’alba al tramonto, dalla notte alla luce, dalle stelle al sole. Così per i campi del lavoro umano, dall’aratura ai covoni, dalla potatura alle spighe mietute.
Ma soprattutto, e in scansione parallela a quella di tutti gli elementi riferibili alla natura, vicini o lontani, amichevoli o minacciosi, si pone il più intimo e intenso nucleo di ciò che è propriamente umano, affettivamente umano, cui si assegna perciò la funzione, reale e simbolica, di rappresentare il tema della sicurezza, del calore domestico, della protezione, e insomma della vita: le memorie, il pane, la finestra, il ciocco, il focolare, la cometa, la brace, la filastrocca, il camino, il fumo caldo, il campanile, il gioco dei bambini, il cortile, la fiaba, la mensa, la bicicletta, l’aia, l’infanzia, il girotondo, le galline.
Intorno e dentro questo cerchio di immagini (cose del mondo reale che diventano parole della poesia), si svolge e si esprime la esperienza umana – tutta dolente, mista di stupore e di consapevolezza – che Narda Fattori consegna alle pagine di questo suo Verso Occidente. Ne dirò tra poco.

Quel cerchio di immagini – così spesso evocate e nominate – rimanda certamente ad un corredo poetico già profondamente assimilato dalla tradizione novecentesca – capostipiti Pascoli e in una certa misura Montale – e sembra dunque riproporsi in questi versi di Narda Fattori con qualche anacronismo e con una certa – non si sa quanto deliberata – inattualità.
Se non fosse che esso costituisce l’àmbito in cui si è più intensamente radicata l’esperienza esistenziale della scrittrice, e se non fosse che l’ambiente paesano – ontadino cui quelle immagini appartengono è stato – ed in parte lo è ancora – il luogo storicamente proprio di quella esperienza, il luogo del quale sono state compartecipi, con forte vincolo di identità, la sua infanzia e la sua giovinezza.Luogo reale, dunque, prima ancora che metaforicamente e simbolicamnte poetico. Luogo della vita vissuta prima che della parola scritta.
Lì Narda ha appreso i segni di conoscenza del mondo, lì ha riconosciuto sé  stessa, e al codice interpretativo di quei segni lega oggi le parole con le quali trasferisce sé stessa sulla pagina:

Perché le parole sono come i bambini
chiedono coccole e cure e allora sicure
si distendono in grafie leggere
spalancano gli antri che il silenzio chiude
schiudono misteri
chiamano per nome
dicono di te del mondo dell’infinito andare
di noi verso l’inarrestabile sfiorire
del tempo…

E intanto s’arrotano in gola
sul palato s’espandono
e dicono di un sentore di viole di azzurro
di una lucertola al sole…

Dicono soprattutto, le parole, di tenaci memorie trattenute a tener saldi affetti, desideri, pensieri, a riconoscere volti, a far denso il sapore della vita:

E’ vizio e necessità tirar su monumenti
di sabbia sulla riva del mare
per la risacca che li beve e confonde
e legare ai fogli le parole
perché il vento non se le prenda.

E con più drammatica convinzione:

Stringo memorie di libellule lucenti
lucciole e falò feste di aie
il resto duole più del fianco…
La resistenza è necessità…
Stride un tarlo – lo sento –
dentro le ossa mi si sgretola l’anima…
Ma ancora fertile mi resta la voce.

Tutta la prima parte del libro, quella poi che gli dà il titolo complessivo, è appunto dominata da questo tema – il tema delle memorie – che tocca così da vicino la vita, al punto di inciderla, ferirla, mutarla ad altra direzione, ad altra meta.
Latinamente, òccido è “cadere”, finire, morire; detto del sole è tramontare.

Scrive Narda:

… lo chiamano sensus finis
invece è sapienza di sé di questo mondo
delle cose che sono e di quelle che verranno…

L’andare, dunque, o il volgersi, verso occidente, è riscontrare in sé, nella propria e nelle altrui esistenze, qualcosa più del semplice e arcano “andar del tempo”. E’ ’avvertimento concreto, nel proprio corpo, del male che lo ammala, che lo predispone, per qualche segno, al destino prescritto della fine. Ciò comporta revisioni e consuntivi, riduzioni e adattamenti, ripensamenti e rivalutazioni, abbandoni e scoperte. E’ pausa, sospensione, interrogativo:

un tuffo dove il vuoto vacilla
ma mi tiene – a mezz’aria –
fra soffitto e pavimento
ri-disegno la pianta del mio esistere
quasi senza spostare polvere
senza orma senza ombra…

Ancora:

Nel lavacro di silenzi ormai fatti innocenti
così sottovoce ti avvii al tramonto…

E poco più oltre:

Ora imbruna padre
e sul mio tronco i rami rinsecchiscono
in frutti gracili di polpa senza succo…

Più direttamente:

Ora la meta è lì quasi ad un passo
dove dai cipressi chiama un canto…

In questo punto di inerzia esistenziale, di sgomento e di vuoto, si avventano con più urto le memorie. Le quali, al di là della forma labile e contingente del singolo ricordo, acquistano la piena consistenza di un’intera vita. Non solo l’infanzia in sé, ma l’intensità favolosa e vitale che l’animava:

Era estate io cicala io gran cacciatrice
di grilli con uno stelo d’erba fra le dita.
Giunge dal brusio dell’infanzia
una pace d’erba rapita dalla brezza
l’uggiolio del cane il profumo del fieno
falciato quel canto lontano di vendemmia
che stemperava d’oro l’azzurro di settembre.

Accade perciò che tutto il paesaggio umano e naturale in cui s’è incastonata la condizione dell’infanzia acquisti un senso più alto e complesso, proponendosi, di fatto, come immagine o idea della vita autentica, contrapposta o estranea ai funebri, desolati, inautentici aspetti del presente: di un presente privato e insieme collettivo, storico oltre che individuale. Lo stato personale di malattia e il conseguente presentimento di morte si rispecchiano così, per riconoscimento e identificazione, nel compresente e contemporaneo stato di degradazione in cui è immersa la convivenza attuale degli umani: un paesaggio che sa di estraneità, di sterilità, di sfinimento della vita; che sa insomma, anch’esso, di nulla, di morte:

la natura cova dentro una sua gioia segreta
in trilli luci trifogli arcobaleni
a noi l’ansia dei marciapiedi
dei ratei da pagare dei parcheggi
che non si trovano sui viali…

Nella fatuità dei pensieri dominanti
c’è quell’isoletta incontaminata
per violarla con lattine e amor venale
dis-amore delle creature
di-speranza dis-ancorata la mente
dalle sue domande
orfane di risposte e di progetti
nel companatico e nei gadget.

Trilli d’aprile
e un vuoto d’insania vortica sul mondo.

E ancora:

… tutto al supermercato
le cattedrali rigonfie di niente e di vento
parole patinate
fughe nei depliant e il paradiso
è di sabbia bianca – con i palmizi…
Scorre la notte del tempo
dove i corvi sempre satolli dai rami
alti irridono…
Cassandra inascoltata grida
l’ingorda ferocia
che corre su binari di morte
con la memoria abrasa.

Né sembra avere, un tale presente, alternativa o riscatto possibile, quale invece possiede – e sarà magari la sua estrema risorsa – l’io indebolito e sofferente:

e indico fra le stremate fronde
lo spicchio d’azzurro.

l’usignolo che si consuma il fiato
sull’acacia alta del fossato
altro non canta che il suo esser vivo
in tremito di piume e batticuore.
Allora perdersi è infine ritrovarsi
dentro un sorriso una parola piena
e tu sei meno di niente e pure tutto
forma finita e infinito incanto…

E le dichiara apertamente tutte, le proprie risorse vitali, quell’io che nella poesia di Narda Fattori dilata talvolta la voce in un turgore lievemente enfatico:

Non tradisco la vocazione al tutto pieno
sul palmo spalancato e vuoto…
Nel cuore coltivo la gemma
che esploderà in un papavero rosso.

Narda affida ad un bel verso di sostenuta intenzione gnomica (Solo ci tenne e ci tiene l’amore) l’affermazione di quel valore centrale, e dominante l’intera sua vita, che sembra invece non estensibile alla folla circostante dei vivi, ignari di alcun’altra sorte che non sia quella per essi preordinata dai totalizzanti meccanismi del mondo:

ci vorrebbero in fila come formiche
sulle autostrade con le uscite
preordinate e il telepass in tasca…
Gli uomini qualche volta si chiedono
dove sia l’ombelico del mondo
o se piuttosto ci sia un abisso rotondo
in agguato svoltato l’angolo del supermercato
sbandano in curva
non sono allenati al pensiero profondo
al male che piaga la carne ancora viva
alla fanghiglia a ridosso dell’uscio di casa.

Pare, ancora una volta, che la saggezza del vivere – e del morire – sia rimasta occultata nel segreto perduto della natura:

Un pettirosso con le piume arruffate
a becco teso si beve il tepore
non sa di domande né di trascendenza
si gode il suo poco che è il tutto che ha.

Resta ineludibile, per una vita così nutrita di spiriti terrestri e pur così dolente di separatezza e di perdita, così partecipe del presente del mondo e pur così aliena da esso, la coscienza di un vuoto, di una inappartenenza, di una diversità che la tiene egualmente lontana dai miti caldi dell’infanzia (le filastrocche, le nenie e i ritornelli così spesso riuditi e riespressi) e dagli ingannevoli feticci della omologata condizione moderna.

C’è, nell’andare di questa vita verso occidente, un duro viatico di solitudine e un amaro riscontro di umanità fraintesa, violata, dimenticata:

Dobbiamo accendere grandi lanterne
per fare anima sulle strade del mondo.

Per questo la poesia riesce a leggere, nella privazione di cui soffre una individuale esistenza, la privazione di vita di cui soffre il mondo. Per questo la poesia si fa intensa ed alta quanto mai prima nel Canto per Maria, dedicato alla madre, nella seconda parte del libro, una sequenza di poco più di una quindicina di testi lungo i quali l’io filiale di Narda si pronuncia in ininterrotto monologo al capezzale della madre morente, chiusa e muta nell’estremo silenzio.

Voce di figlia “orfana” (forse da sempre) che si rivolge alla carne inerte di Maria:

Maria che mi hai abbandonato
madre d’amoroso rancore

Di quadro in quadro, come da una stazione all’altra di una privatissima via crucis (Sarai la mia ostia e il mio crucifige), la voce filiale ripercorre il cammino di radicale vincolo e di angosciosa scissione che ha portato due vite a re-incontrarsi e riconoscersi al cospetto della malattia e della morte:

Sei una virgola sulla pagina intinta
di troppi segni e il discorso incompiuto
non avrà il punto sotto una lastra di marmo.

Per questo, dice poco oltre la voce:

Mai come adesso io sono tua figlia.

Questo monologo alla madre è il secondo necessario capitolo della vicenda esplicata in Verso Occidente, ne è complemento prescritto: lo stesso dolore e la stessa ostinata rivendicazione di vita:

Ho una croce cucita nel cuore – madre –
tu sei il fiore e lo spino
sei tu il ramo del biancospino.

La stessa identità sospesa tra pieno e vuoto:

Guardo queste mie mani

le tue mani quasi azzurrate
con la pelle trasparente immote
e chiuse in un pugno

stringo nella mia – ne basta una sola –
e quel comandamento insipiente
-onora il padre e la madre-
si fa preghiera di pugno dentro pugno
un bocciolo di agave duro a fiorire…

La voce filiale dà verità ad una confessione forse troppo a lungo taciuta, certo mai appieno sfogata:

Ho bussato al tuo ventre troppo presto…
Il dramma è eterno nel battito di ciglio
che cela tardive stille di pianto.

E quale vertiginoso abisso separa le cose lontane (ancora infanzia, ancora natura e campagna) dal silenzioso presente:

Mi piacerebbe ricordare incontri…
mi piacerebbe dirti le mie cadute…
vorrei cantare con te Romagna mia…
vorrei un volo di lucciole di giugno
col profumo del grano fra le ali.
Nell’aria aleggia odore di lisoformio…
mentre tu giaci su un letto di chiodi.

In presenza della morte, un’anima cerca e tenta di trovare il volto dell’altra:

Al crocevia del tempo che consuma
lesto il gomitolo dei giorni
uno scampolo d’istanti si fa d’oro
se tu… se io… se crollasse il muro.
Ho le unghie rotte le tue sono bianche
malate e sorde. Ti bacio dentro il palmo.

Forse ora è persino possibile un altrove di liberazione:

tu ed io sfuggite agli inganni dei giorni.

Un gran bisogno di risarcimento (o di espiazione), nell’ora che si carica di verità:

Vengo da te con un fascio dorato di spighe
perché splenda il tuo letto di dolore
della luce che mancò che non accendemmo.

Cadono le separazioni inflitte dalla vita, un vuoto si colma, la parola finora non detta trova infine un suo difficile, doloroso varco:

resta un silenzio greve come una montagna
e una carezza immobile a mezz’aria. Mamma.

La bellissima poesia finale, in limine vitae e in limine mortis, è davvero il momento, umano e poetico insieme, in cui il gran tema del libro, di tutto il libro, da Verso Occidente a Canto per Maria, il tema della vita e della morte, del loro svolgersi e risolversi l’una nell’altra, sperimentate entrambe nella vicenda di un io femminile sottomesso alla duplice prova della sofferenza e della solitudine, dello sradicamento e del disincanto del mondo, un io così preso tra il vuoto della memoria e il più deserto vuoto del circostante presente, tutto questo gran tema, così immenso e insieme così ristretto nel giro di ogni individuale esistenza, trova suggello e in certo senso pacificazione nell’incontro di due identità – quella di madre e quella di figlia – capace di trapassare ora, più in là del reciproco ormai impossibile abbraccio, alla reciproca identificazione, all’unità dei destini:

… E mentre t’imbocco
con ricotta e miele
per cancellare il fiele
che si spalmava sulle nostre labbra
quando era mezzogiorno
ti carezzo la mano – figlia –
e tu mi chiami – mamma.

Mentre gli altri, il mondo, fanno tutt’uno col nulla:

Sono venuti ieri
imbandierati a festa
hanno girato intorno alla tua sedia
senza neppure prenderti la mano.
Tanto non capisce
hanno detto guarda com’è ridotta
sto male solo a vederla.
La tua famiglia – mamma –
i tuoi fratelli.

Di tale pietà può essere feconda forse la morte assai più della vita, o forse la vita, quando sia riguardata da quel suo punto di verità (il “supremo culmine del vero” di cui dice Pascoli) che è la morte, il suo tutto e il suo nulla. La pietà ci rivela, e ci consente di capire, o almeno di sentire, che “perdersi è infine ritrovarsi”.

Forlì, 6 marzo 2004.

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