Svelare le segrete stanze nella poesia di Domenico Cara

 

di Gabriella Colletti

Interni d’immolazione (Edizioni I mutamenti del Giallo, Roma-Milano 2007) è un libro di liriche e prose poetiche di Domenico Cara. Testo straordinario il cui titolo misterioso rimanda all’immagine di copertina – Cara oltre che una delle voci più alte della poesia del Novecento è noto critico d’arte dal respiro internazionale – il Bacco e Arianna di Sebastiano Ricci alla National Gallery di Londra. Che cosa o chi viene immolato? Quale sacrificio si compie? È il se-stesso del poeta a immolarsi ogni giorno all’altare non dell’arte, ma della Vita. Agnello immolato è la sua interiorità, immolate sono le parole-carne.

Un universo di immagini nitide, dal forte impatto visivo, figure di un tempo di crisi svolgono un dramma dipinto magistralmente dai versi e dalle prose. Ecco profilarsi “Una città sospesa all’implicito/ effetto di veleni (…)” in Alchimie di fango; “uomini-pietas,/ franti, ma dentro un loro speculare trapasso”, in Costruzioni di spettacolo.

Ma torniamo un istante al dipinto di Ricci, quale possibile chiave di lettura (fra tante) del libro. Una tenue luce dorata avvolge le figure rivelandole nel loro splendore. Qui, ad accadere, è una ri-velazione. Rivelazione e meraviglia di Bacco nell’attimo in cui incontra Arianna addormentata. Che cosa rappresenta Bacco? E cosa Arianna? Arianna connota il sogno, l’anima che abbandona la sfera della razionalità per entrare nel labirinto del mistero, dunque la conoscenza intuitiva, pre-logica, pre-categoriale. Bacco incarna l’ebbrezza dell’atto artistico. Dalla loro unione nasce l’arte, di sogno ed ebbrezza intrisa fino al midollo. Quel che rimane celato – l’interno, l’intimo – può l’arte mostrarlo. Necessità del poeta è far vedere l’interiore. Svelare le segrete stanze dell’anima. Il poeta smaschera la pazzia del mondo con le sue norme ‘normate’. Sono esse a determinare, ordinare, occultare in depositi di stratificazioni offuscanti la Verità essenziale e necessaria. Arianna è l’anima nella sua dimensione – direi – “pre-natale” e “in-nata” (Artaud).

Poesia complessa, quella di Domenico Cara, densa di pensiero, dalla forte carica visionaria. Nelle ardite sinestesie si percepisce il fluire della vita e, insieme, una zona d’ombra, da essa inseparabile, la presenza costante della morte, di cui è indizio l’immagine di Valery Larbaud, cifra del poeta, colui che scrive con la maschera della morte sul volto.

Nella struttura dell’opera è possibile individuare quattro movimenti. Il primo riguarda lo scrivere come antidoto, forse, alla morte. Lo scrivere, dunque, come talismano e sortilegio. Il secondo movimento, strettamente legato al primo, si compie nel segno del Surrealismo, e riguarda il potere della poesia, scatenato dalla facoltà dell’immaginazione sempre generosa e mai “sorniona, avara, come ogni povertà” (in Salvo l’immaginazione). Entrano qui in gioco, sapientemente dosati, l’ironia raffinata e l’elemento ludico che si traducono nella completa libertà della parola, svincolata da ogni legame con il linguaggio d’uso e la sua logica mercantilistica. Con l’apertura sul possibile è il futuro a prevalere. Il terzo movimento riguarda il controllo razionale di cui è paradigma l’immagine della Magna Grecia, terra natale del poeta, luogo del ricordo trasfigurato dal mito. Ma è anche l’apollineo, ciò che è stato letto come “l’illuminismo”di Cara.

Nel libro compare più volte la parola “area”, penso alle figure-personaggio di Francis Bacon esibite sulla tela e sempre delimitate da un’area, recintate da una sorta di tondo o pista contro cui vengono puntati riflettori. Anche in questo contesto il personaggio è sacrificato, immolato, il suo corpo-proprio macellato e disossato, esattamente come avviene per la carne delle parole della poesia di Cara, vittime sacrificali di cui si nutre lo spirito del lettore per riceverne tutto il Bene di cui ha terribilmente bisogno la terra e l’uomo, tutto ciò che è umano e pensante. È a questo punto che ci imbattiamo nel quarto movimento – sacro e mistico – che pervade l’intensa testualità. È questa l’area degli ultimi.

Natura e Fede sono le due forze presenti nell’intero corpus di poesie, alfa e omega, inizio e fine che danno all’insieme una forma circolare, come d’altronde il tempo che in esso si snoda e riposa. Dove presente passato e futuro appaiono indissolubilmente legati in una sorta di eterno presente, luogo spazio-temporale e insieme non-luogo in cui si muovono gli ultimi in cammino verso il Padre. Natura è Necessità, ritorno al mondo della Vita, Fede è tensione mistica e ritorno al Padre.

All’imitazione, imposta come diktat dalla società dello spettacolo che sforna vuoti cliché, amorfe esistenze, orfane della nostalgia, sorella della rimembranza, luogo d’elezione del poeta, subentra l’azione in quanto immolazione. Si ritorna all’enigma del titolo, di cui una delle possibili chiavi di lettura sta forse nel sentimento della nostalgia; sentimento mentale della memoria.

Il civile mondo moderno è una “città mefitica”, teatro del passaggio delle esistenze, in cui dominano disaffezione e indifferenza. Le poesie di Cara mi fanno pensare ai luoghi di transito, spazi non adibiti a dimora, ma di passaggio appunto; stanze d’albergo, stazioni, luoghi anonimi intrisi di malinconia. L’“iperrealismo rappresentativo” delle immagini di questa poesia densa di pensiero filosofico mi sovviene per certi aspetti la pittura di Hopper. Nello scenario, spesso metropolitano, avviene uno scarto, sull’immagine iperrealistica dello sfondo s’innesta un ricordo. Il luogo, apparentemente neutrale si anima, diventa vivo, teatro di qualcosa che rimanda al vissuto soggettivo del poeta. È il passaggio alato della nostalgia, insieme filo d’Arianna che lega tutte le poesie della raccolta. “Prima di tornare nella città vorticosa,/ ci ascolteremo la risacca come un richiamo/ della felicità, una trascorsa parabola/ di filtri, odori, ornamenti del desiderio/ impigliati alla sirena che resta muta, pitagorica,/ e non risponde ai ricordi (…)” (p. 48, La città vorticosa).

Rabelais ci mette in guardia da coloro “che guardano da un pertugio”: i personaggi mediatici, gli addetti al gossip che trasformano gli spettatori in voraci voyeur avidi di carne umana. “La mente sovrasta maschere audaci, cloache radioattive, (…) il nemico ripete dichiarazioni torve, cenni/ di opposizione, una serie di torti contro il diverso, (…) mima la morte/ che naviga a poca distanza dall’inaudito e fiorisce”, in Premeditazioni.

Il mondo: “un paese di frodi”. L’uomo è “insicuro, sempre fuori-strada”. Il libro termina con questa bellissima immagine: “Nessuno è circondato da angeli volanti o da insetti del tutto insidiosi, ma le percezioni comuni (…)”, in Area degli ultimi.

La luce amata dal poeta è quella del plenilunio da non confondere con chiaroscuro, che assume per Cara valenze negative. Il chiaro di luna rimanda a Pierrot, alla figura del sognatore e del poeta. Non è la tenebra, ma un barlume di luce nell’oscurità, che confonde le identità e le cose rendendole ibride, accrescendone il mistero. La fascinazione del plenilunio connota il potere della sinestesia, confusione sensoriale. Bellissima sinestesia “il chiaroscuro cigola” in Chiaroscuro naturale sotto la luna. Ma chiaroscuro connota in Cara la dimensione dell’inautenticità: “la vocazione a farsi colore pubblico (…) nel bricolage notturno degli avvenimenti, di cui ci diranno poi le cronache” (p. 73). L’inaudito non è l’eclatante. “L’acquisizione d’incantesimo sotto la luna è un momento immortale al centro di simulacri”, in Chiaroscuro naturale sotto la luna.

Plenilunio e chiaroscuro si somigliano ma, ci avverte il poeta, “c’è differenza di sollievo e soavità”. Il plenilunio partecipa alla natura del sognatore e, per contiguità, a quella del poeta. “Il plenilunio si affeziona alle cose”, mentre “il chiaroscuro si preoccupa (…) della lingua che adopera, dell’operativa mediocrità, soprattutto quando fa evento o sale su un palco, e ride di ogni cosa, perché dice tutto da luogo alto sacro o profano di esibizione” (Ibid.).

Cara traccia un bestiario di animali inferiori che passano in sordina nella scala degli affetti. Per lo più insetti come in La dilatazione del ronzio; oppure passeri, farfalle, lucertole, api, formiche. A queste ultime è associato l’epiteto “magiche”. La rana è “schiacciata”, la cicala “derisa”. Scena sacrificale rimanda al concetto d’immolazione. Ogni fiore s’immola per il frutto, come Cristo immolato sulla croce per i suoi figli-fratelli. In Umori d’armonia (p.29) – “Quell’ornamento mite dell’albero cieco, i passeri,/ temono la primavera in cui entrano in cerca/ di germogli, umori d’armonia, respiri en plein air/ E – nel loro idillio – la trama di agonie è in agguato/ quando, nella morte delle foglie, scorgeranno il ghigno/ autunnale più minaccioso” – si scopre l’altra faccia, oscura temibile ineluttabile. L’Assoluto non è rivelato ai poeti, e nemmeno ai canarini: “E dalle fiamme mobili, da una finestra di gabbia/ i canarini non raccontavano l’Assoluto” (Nel chiasso collettivo). Cara lega i com-possibili da cui scaturisce, luminosa, la parola-carne della sua poesia. Squisito pittore, dosa i toni, crea con il giallo, il colore della luce e dell’oro, “l’amabile giallo, l’essenza accesa della tersità” (p. 76). Le farfalle tracciano nel cielo “sciami di giallo”, in Le solerzie di Adry.

Qua e là, disseminati nelle varie sezioni, gli eserghi agiscono come indizi, è la trama segreta delle affinità elettive che legano l’autore alla grande poesia del Novecento, da Paul Valéry a Valery Larbaud, a Dylan Thomas. Penso soprattutto ai versi di Thomas: “Io costruisco la mia arca muggente / Con tutto l’amore che posso,/ Mentre il diluvio ha inizio/ Dalla sorgente / Della paura, rosso-rabbia, vivente,/ Liquefatta montagna…”.

“C’è un desiderio di versare amore/ nell’alto clima di ghiaccio, di gridare / alle distanze i propri anniversari, / di cedere alle forze d’urto di ferro” (in Turbamento centrale). Costruire “un’arca muggente” con tutto l’amore possibile, che è apertura, disposizione a donare e a donarsi da parte dell’artista di ogni arte, di ogni tempo e luogo. Sacrificio-immolazione come ospitalità, per gli antichi greci e, soprattutto, come Agape-Chàritas, principio cristiano che designa l’Amore e che ha nella figura di Cristo il campione del dono di sé e del per-dono. Su questo tema ha scritto pagine memorabili Massimo Cacciari. Costruire un’arca per ospitare le creature a partire “dalla sorgente della paura”.

È possibile l’amore in un mondo deprivato di valori? La risposta ce la fornisce la poesia con la sua lingua cifrata, enigmatica, purissima, capace di donare pace ricordando. Come forza per combattere il male, il negativo, quell’ “assurdo reale” che pervade il novello medioevo di barbarie. La salvazione in e con la poesia: atto mitopoietico, in sé fonte di gaudio e sofferenza. Dono salvifico, antidoto al male dilagante, quella morte del cuore che ha infettato l’umanità. Il poeta non si risparmia, anima e corpo si dona, e nel corpo proprio reca le ferite del vivere. E ferisce il foglio, ne incide con la penna la superficie, eliminando gli strati superflui, fosse pure la cultura, per liberare la parola del regno della Vita, del pre-categoriale.

Il libro si conclude con Area degli ultimi, luogo-non luogo “in cui ognuno vive tutt’al più di ricordi”. “Gli ultimi ardono, (…) tendenti alla sofferenza, alla lacerazione cospicua”. Sulle immagini di un iperrealismo violento dove è già catastrofe prevale la Speranza, supportata dalla Fede. “Sulla stessa zolla gli “ultimi” irrigano l’amore, nel cui desiderio c’è il lume di una ragione celeste”. “L’area degli ultimi” è quella dei vinti. Antieroi, lottatori alla rovescia, contraddistinti da un’ “umiltà aggressiva”, senza più voce, in cammino verso il Padre, “ragazzi di vita” e “figli di Dio”. Su questa zolla-area “gli ultimi irrigano l’amore”. Dove Amore è principio e fine dell’atto creativo, quell’offrirsi-immolarsi del poeta. Monito di pace.

Il discorso rimane aperto – ogni poesia non si conclude con un punto fermo – come aperto e fragile è il mondo su cui s’inscrive la trama dei vissuti.

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