La buona poesia n.7: Giacomo Cerrai

 

L’altro giorno mi è arrivato in casella un comunicato stampa di una lettura pubblica, uno dei tanti che ricevo. Il condizionamento che scatta di solito in questi casi è quello che mi fa muovere il dito verso il tasto CANC. Poi chissà per quale ragione ci ho ripensato, ho letto la poesia che vi era contenuta, la breve nota biografica dell’autrice che informava che la medesima era la vincitrice  del premio Taldeitali 2011. Che non è il Montale né il Montano ma nemmeno quello della Associazione del Verso Sbilenco. Insomma non proprio un premio scalcinato.

Ora, sappiamo benissimo che una rondine non fa primavera e nemmeno fa inverno un’oca lombardella che vola verso sud. Ma quell’unica poesia lì in cima al comunicato stampa era proprio brutta. Certo, poteva rimanere il dubbio che il resto del corpus poetico della autrice fosse di straordinario valore, ma il fatto che quel testo fosse stato scelto, forse dalla stessa poetessa, per campeggiare nel volantino lo rendeva emblematico, anzi esemplare. E, a sua insaputa, esemplare del fatto di essere brutto. O se preferite cattivo.

Per me, intanto (e l’ho detto altre volte), una poesia è brutta quando lascia il tempo che trova, come il libeccio. Quando si disperde in un istante nel rumore di fondo dell’impoetico, o se vogliamo del “poetico” indifferenziato (sì, come la spazzatura) fatto di slogan pubblicitari, di jingles, di accostamenti consunti, di associazioni d’idee, di semplice esibizione di sentimenti che sono tanto belli quanto (si spera) già noti a tutti. Quando si perde di vista, tra i tanti, il rischio di una lingua meramente denotativa, che diventa pura descrizione e  tracima nei versi con parole, simboli, metafore, strutture così tante volte usate da essere diventate oggetti enumerabili. Di converso, come avvertiva  in una delle sue “scuole di poesia” Massimo Sannelli, “stiamo attenti a non dilagare in immagini troppo personali; forse siamo gli unici a considerarle belle, e per gli altri potrebbero essere semplicemente enfatiche o incomprensibili”. E aggiungeva che è inutile mettere cuore nella propria opera se poi il poeta non “prende distanza dalla sua materia, e (…)  più se ne distanzia più la fa sua e la rende infuocata”.

A chi gli domandava dove risiedesse l’arte, Paul Klee rispondeva “L’arte sta tra la vernice e la tela”.  E Georges Braque, da parte sua, affermava che “il quadro è finito quando ha cancellato l’idea”. Non è un caso che citi due pittori. Sono sempre stato convinto (insieme ad altri, per es. Marco Giovenale: “è desiderabile che la critica letteraria inizi o riprenda a progettare studi in grado di legare con decisione i linguaggi della poesia e delle arti contemporanee“) di una sostanziale superiorità delle arti plastiche e visive nel percepire i cambiamenti, nel forzare i significati e i linguaggi, nel rivedere in chiave dinamica la tradizione, nel modificare perfino la funzione del mezzo stesso.

Dunque, che cosa sta tra vernice e tela, tra idea e quadro, in altre parole che cosa avviene in quegli interstizi o spazi, cioè in quella distanza di cui si diceva? E’ questo il punto, anche nella “buona poesia”.

Checchè se ne dica la poesia è una descente aux enfers. Che sono plurali, questi inferi, e non uguali per tutti. Discendere vuol dire fare un percorso, o scavare, o andare a vedere. Chi non va a vedere, nel poker come in poesia, bluffa. O si illude di dominare la realtà da lontano, come per telepatia. Ecco quindi che la “distanza” (la discesa nella materia poetica) va presa, ma va anche colmata (dopo la discesa si risale, e perfino il bersaglio in distanza restituisce qualcosa all’arciere, secondo la migliore tradizione zen). Distanza o discesa possiamo anche intenderle come appartenenti alla stessa famiglia metaforica concettuale, la cosa non cambia molto, se si ha la consapevolezza che si tratta di qualcosa di ontologico alla poesia. E non ci dimentichiamo, da ultimo, che la discesa è anche approfondimento. Dalla parte opposta ci sta la superficie, e forse la superficialità.

Sull’orlo di quello spazio ancora indefinito che sta tra l’ideazione (o l’ispirazione, se preferite) e la realizzazione del testo, il poeta arriva con quello che ha, e anche con ciò che non sa di avere, in termini culturali (in senso ampio), psichici, etici. La distanza (o la discesa) è anche il tempo che l’autore si assegna per estrarre da questo bagaglio le sue più intime parti costitutive. La buona poesia è tra le altre cose il tempo che l’autore le ha dedicato, non solo per il labor limae sul materiale poetico, ma anche per l’attento reperimento dello stesso. Lo “scavo” (una parola che non mi piace e che si trova spesso nelle critiche) è un lavoro impegnativo, prima di tutto sul linguaggio. E’ questa una delle ragioni per le quali ritengo l’evidenza – in un testo – di un lavoro, uno degli indizi maggiori di ciò che stiamo definendo “buona poesia”. E di conseguenza è questa una delle ragioni per cui personalmente guardo con un certo sospetto una poesia che tenda a riprodurre (per forza di cose artificiosamente) un flusso automatico di pensiero o un calco “grafico” dello stesso, con un periglioso associazionismo di idee o di assonanze o di parole composte (dolcemorteamore, tradiscetrasgredisce) che è meglio lasciar fare agli anglosassoni. Dice Yves Bonnefoy:”La “scrittura automatica”, rispetto alla sua sorgente più profonda, è soltanto un torrente superficiale. Votandosi alle associazioni del pensiero senza interrogarle a sufficienza, si finisce per non capire le intuizioni e le proposizioni che il nostro io profondo cerca di comunicarci” (corsivo mio). Come vedete tutto rientra in un medesimo campo concettuale: distanza, discesa, approfondimento, interrogazione, tutti concetti in cui il “buon” poeta deve “calarsi”, mettendo a dura prova non solo il proprio ego ma anche  quella che Schoenberg  chiama la Weltanschauung del comfort, una rinuncia soddisfatta al movimento, alla ricerca.

Credo, anche se ci fermiamo a questi, che siano tutti elementi da tenere in seria considerazione nello scrivere (e nel leggere). Pensiamo ad esempio alla narrazione di sé o al dato esistenziale e esperienziale dell’autore come ad uno dei possibili “materiali” poetici: quello che interessa è come il dato biografico viene superato, trasceso o, come abbiamo detto, interrogato. Dice il filologo Ernesto Berti: “Se viene superato, altrimenti lo sforzo artistico diventa diario e fallisce. Sul dato biografico si innesta il problema di consapevolezza / inconsapevolezza e anche quello dello “sfondamento” della superficie della realtà. L’incertezza nell’approfondiresi esplica a volte nella ripetizione o ripresa di sintagmi che denota “ansia irresoluta” (corsivo mio).  Come si vede ancora una volta, l’esito di una poesia “buona” non può essere affidato nemmeno al solo talento, ammesso che ciò sia mai stato possibile, senza porsi almeno qualche domanda.

Quale che sia il materiale poetico a disposizione (la pluralità di “inferi” che abbiamo usato come metafora), a mio avviso il “buon” poeta non deve cambiare questo approccio, la messa in campo di tutte queste “attenzioni”: sulla lingua poetica e la sua selezione, sulla forma e il suo effetto sul significato di ciò che contiene, sul proprio vissuto e le ragioni affettive dell’ispirazione, sui luoghi i territori il tempo presente, sulle pulsioni del nostro scrivere anche primarie come la rabbia o il dolore, sul reale e l’immaginazione, perfino sullo stile che pensiamo di aver acquisito e che troviamo così appagante  da adagiarsi un un confortevole manierismo di sé.

(già su Imperfetta Ellisse)

More from Redazione

incroci n.25: Crisi e crisalidi

  Direzione Lino Angiuli, Raffaele Nigro, Daniele Maria Pegorari Redazione Esther Celiberti,...
Read More

2 Comments

Lascia un commento

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.