Zibaldello n.24: ultimo scarto – annuario011 a cura di casa lettrice malicuvata

 

di Alessandra Pigliaru

In una breve riflessione Jolanda Insana, una delle voci poetiche più potenti del Novecento italiano, si interroga intorno al disamore: «dove non c’è pena non c’è colpa, e torneranno le Erinni a chiedere vendetta per avere giustizia (…) E poi che ce ne facciamo di tutti i disamorati del mondo, mortiferi egoisti narcisisti? li ammazziamo? li curiamo? Su quale ghiacciaio del globo li depositiamo? a nord o a sud? con provvista di scatolame, o senza?»[1] In effetti la sfida, seppure complessa, viene colta e declinata con coraggio nell’annuario poetico cucito da Malicuvata Casa Lettrice. Quella del disamore è una faccenda piuttosto antica, trappola dell’incuria e della sciatteria che campeggia orgogliosa su diversi piani dell’agire e del pensare. I disamorati del mondo appartengono certamente alla specie più temibile perché per loro tutto è equivalente e al ribasso, basta si spengano le luci in sala e i riflettori si direzionino unicamente verso il loro falso sé; parole o atti poco importano, la relazione con il circostante è mossa solo da bisogni. Da disamore appunto. Le poesie di seguito non hanno un intento pedagogico né terapeutico ma hanno molto da dirci affinché la nostra attenzione sulla parola possa restare alta. E siccome l’attenzione è legata alla generosità, si potrà facilmente dedurre che stare ad occhi aperti davanti alla parola sarà in grado di  determinare una forma d’amore nei confronti delle differenze, del mondo e di ciò che circonda la visione. La poesia dovrebbe fare arretrare quel mortifero narcisismo e abitare il senso della luce e dell’ombra. Stare lì appesa non come un esercizio onanistico e sterile ma come capacità di entrare in relazione (è evidente che qui si chiama relazione quel che non deve essere scambiato per socialità). Così, nel desiderio di dire la poesia si apre la raccolta che ospita immagini e modi di stare al mondo molto diversi e non per questo slegati tra loro. Il filo rosso che unisce le poete e i poeti presenti è anzitutto quello della precarietà. «E tu distratto mi chiedi | come si chiama il dio dei mancini» avverte Rossella Renzi alla quale sembra rispondere Marinella Polidori «Solo in quel tempo risparmiato alla parvenza | la goccia del pensiero lenta cade | e fa sostanza», quando è lei stessa a dichiarare «Ho il mio punto di vista | parziale, vero, appassionato e passionale | basato sull’assunto di pensare, sempre, | prima di parlare ed accertarsi, sempre, | di non arrecare danno al soffio | flebile di vita a cui s’è ridotta l’esistenza». È vero che il «perdurare in ponte» ci riguarda tutte e tutti, così come è pur vero che scegliere dove posizionarsi determinerebbe uno spostamento consapevole. Quell’assunto di pensare, sempre è ciò che strappa all’omologazione del reale, lo stesso reale che per Dario Falconi viene segnato da «un’ansia divoratrice | che è agguato costante | alla mia vacillante vitalità». Non basteranno gli indovinelli della Sfinge, non basterà dunque l’incomprensibile e confondente enigma che ci sradica dalla quotidianità. Certamente il rischio dell’improntitudine è traccia necessaria per non degenerare in arida insensibilità, quella che facilmente ci vede sciocchi; così Valerio Nardoni ricorda come «Si fa severa negli anni | la perversa tensione | verso quanto ci impedirà | di procedere». Il senso di transitorietà sotteso ai versi di Francesco Olivucci si manifesta in tutto il suo orrore, come «quel lucente mostro che si impone | sopra ogni altra musica e non può | rendere pietà ad un piccione». La richiesta sembra essere quella di non sparire, di saper riconoscere il guadagno di uno spazio, per Roberta Sireno: «non mi cancellare adolescente | nel mio passo | anch’io ho una bufera che sbatte | sulle terrazze | quando la notte è osso | per i cani di Ortigia». Si medita sullo spossessamento e sulla scissione che diventa prezioso stradario del sé: «ed io così divorziata da me stessa | mi piego alla bestemmia | che innalza le lingue dei fattori». Scendendo nelle viscere della disappropriazione incontriamo i versi di Savina Dolores Massa, descrivendo «quaresime in privazione di carne» che non si arrendono affatto al maltolto ma ci esortano piuttosto alla sosta «Accarezzare una barba e sanguinare nella mano | spostare l’abrasione alla gemella | contare le dita: dieci, come anni». Così «nei cortili delle beghine asciutte in vedovanza | occhi rosi dall’attesa all’uscio del letto, niente». Il carattere di deprivazione lascia il posto all’ironia per Gabriele Zobele « – Mi costerà vederti, lasciarti | avrà un suo prezzo, cara. | – Cara? Quanto cara? | – Tanto cara che il mio dolore ha per valuta il pianto. | – Ti comprerò dei fazzoletti». Quella incertezza così strutturale si riverbera a pieno titolo in ciò ci fonda così «han cominciato a domandarsi, ognuno per suo conto: | che faremo di tutto questo grano? | Rispondendosi, ognuno per suo conto | si dirà: farsi venire una gran fame». Precarietà significa soprattutto senso di inadeguatezza e smarrimento per una mancata promessa e così Carlo Palizzi segnala l’efficace passaggio tra perdita e oppressione seppure «nel sogno, dice franciscu, perfino il prete può sognare | senza colpa». Alessandro Ansuini mette in scena Dolcezza, una petite madeleine di inusitata forza: «Questa città sembra non dormire mai “per il mio compleanno | Voglio un biglietto di ritorno per la pancia di mia madre” | disse». Non è il ricordo a rivelare ma l’incontro: «Quelle foto, e i disegni, e le cose che si incastravano | ad altre cose | Che a volte eravamo noi». Nel fondo scosceso e rappreso della temporaneità e soprattutto del tempo che scivola indistinto incrociamo il desiderio di Valentina Picciau: «“Voglio darti tutto e prendermi tutto”. | Ecco… tutto: è una parola enorme». Il tutto che avanza è in fondo una richiesta di distanza impronunciabile, meglio concentrarsi sulla sincerità delle piccole cose; così Mattia Piano dipinge in maniera eccellente il distacco senza compiacimento «Dal mio remoto abbandono.. | più profonda Una punizione». Non c’è colpa neppure qui ma solo una dedica infinitamente dolorosa a ciò che non potrà essere compensato. In effetti «Sono spifferi, le cose | Di te | Non partorite», così Valentina De Lisi affonda nella ferita sottrattiva della inadeguatezza del due: «È quando ti ritrovo | Che il tuo peso si riduce». Per scoprirsi almeno due tuttavia si deve attraversare la negazione di se stessi? La scrittura poetica di Enrico Vignali sembra ammonirci di una perpetua ma fertile dissipazione «negato il riflessivo | negato il ritorno | il secondo spossessarsi». La preghiera che sta in nuce al riferirsi precari si espone così nell’impietosa poetica di Guido Mattia Gallerani: «nel borbottio di un così mai visto e vasto | pubblico di morti rumorosi». E il disamore ancora retrocede verso il rifiuto disinvolto di Elena Carletti «bandito ti ho dal mio cuore rotto | tu mio cerotto di notti vuote e botte di vita». Allora forse il farmaco per non soccombere è quello di distinguere il pericolo, così per Giusi Montali «Avanzava l’amenorrea per rendermi | identità alterne». O «stare un’altra notte in un letto troppo grande per vedere le stelle dal vetro» come suggerisce Luca Ariano. In fondo la disattenzione ci parla forte di noi, quando ad osservarla bene se ne scorgono tutti i sintomi esiziali, come fosse «la ferita che s’allarga | e ti tiene connesso» (Leonardo Sultato). Ecco che per Valeria Raimondi il verso si spalanca alla visione degli altri in tutta la sua necessità di ribadire: «La loro vita vale un soldo | una goccia di petrolio. | La nostra è un rifiuto, | un regalo piovuto dal cielo, | una frode». La poesia non ha niente da insegnare, si tratta piuttosto di una semina che va maneggiata con dedizione; lo sa bene Lajla Pagini che pone una domanda cruciale: «Che ti è costato, figlio, questo male di partenza?». Difficile rispondere, per Alfonso Pierro ci si può solo augurare che finisca «a mare chi ammutina | a mare chi diserta | a mare chi svigna in stiva». Questa modalità ignava e traditrice pure di noi stessi. Perché in effetti «Se è vero che c’è sempre un servo | bisogna essere bravi | e riuscire a scegliere | il tipo di servo da essere» (Filippo Balestra). Così forse la contesa sarà prima di tutto con noi stessi, con quel supremo apprendistato alla verità che fa spesso della parola lo specchio della conoscenza (e non solo della paura) «degl’altri | dei baci | dei corpi | di amarti | delle parole | di dirti | di sentirmi dirti» (Guido Catalano)
Dopo aver detto in poesia si dice di poesia e si tratta di sfondi ipotetici e vasti affidati in apertura a Nader Ghazvinizadeh che mette in guardia: «Non dovremo aspettare il futuro per capire chi resta, | basterà controllare le intenzioni del presente». La riflessione si sposta sul fare poesia e sul legame tra poesia e tempo, quest’ultimo inteso non come categoria vuota ma come concreta possibilità d’esistere del dire poetico.
Così «Per far nascere un nuovo linguaggio, bisogna che qualcosa muoia. Bisogna che qualcuno di voi muoia», chiosa Guido Mattia Gallerani. Ma forse non basta l’auspicio della sostituzione, lo spiega bene Alberto Masala che propone una riflessione sul fare arte rintracciandone il senso profondo nella liberazione; agendo cioè (nel)la società tenendo a bada l’Ego. Ed è appunto quell’Ego che pone in essere la spirale narcisistica, che tiene inchiodati alla palude vittimistica della mancata presenza della poesia. «Si confondono le cause con le conseguenze» avverte opportunamente Luigi Bosco. Così la riflessione sulla poesia e il suo farsi si intreccia con la questione della presenza rischiando un malinteso di valutazione. «Il potere della parola è infinitamente più grande della realtà che nomina», prosegue Bosco ed è esattamente a quest’altezza che si possono riconoscere i semi e i precipizi della lingua poetica; una lingua non a – venire ma che esiste già nel qui e ora in tutta la sua autorità sovvertitrice. L’annuario si chiude, così come la riflessione sulla poesia, con la bella conversazione tra Lorenzo Mari, Graziana Lucarelli e Fabiano Alborghetti intorno a Il registro dei fragili.

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