L’Aria n.12: Da “Dieci pezzi facili” [2006-2012]

 

4.

Io credo manchi poco ad una cosa migliore e moderna. Il nome antico è Beatrice, che non significa più niente; ora io credo NON SIA una persona; una persona, no; non si tratta di amore; e questo stato non mi è aggiunto, ma mi userà [prenderà, rapirà], tutto del tutto, tutto in tutto, come niente è separato da tutto. Il resto. L’evidenza. E io credo questo. e credo al santo; credo al buono; credo alla lentezza, che si complica, in questi ritmi piccoli; chi sei, per dirlo? Quello che sono. E ancora: una volta ero a Firenze. Quando ero a Firenze non morivo: solo di noia, sui belli studi. e amavo giovani; e morivi? – domanda. Io no. Ma il verde molto, affermazione del verde, e il verde forte ovunque, forte, fortissimo – in certe mattine rare la nebbia, strana, in periferia, sulla collina presso l’autostrada – quello ti piaceva; quello, verde, che recuperavi gettato, sudicio, nei rifiuti; da lì ogni cosa buona, non accettata da altri, a te carissima, a te più che cara. l’Italia si allarga e lunga: in una piazza, Alessandro, in questa piazza vuota, di notte [io ho la bocca in fiamme, sto male, non voglio parlare uscire, dalla macchina, sto male, ascolto e tremo] – A. parla di poesia: «io mi maledico!». Dice. Non ride la sua parola; non rido io, quello che registra: che preparo il terreno, come posso.

5.

Miles Davis, Flamenco Sketches. Sfondo. Voglio girare un piccolo FILM sulla collina degli Angeli. Partirei dal basso e salirei dalla scala del parcheggio: cemento armato appoggiato alla roccia viva, che si vede. Dalla roccia sgorga un po’ d’acqua, in due o tre punti. Dicono che è acqua nera. Mi ostino sul NON MIO, che è fuori controllo. Il non mio non dà pace e non dà pane, e nemmeno piacere. Se lavorassi SEMPRE sarei un altro. Allora lavorerò SEMPRE.

7.

in attesa di lettere, lettere non arrivano. è l’estate piena e non fa molto caldo. c’è chi subisce un attacco e gli saltano i denti, due, e il labbro ha due punti: tutto è facile e tutto è in tutto, come sempre. una tempesta di musica, da Pergolesi a Boulez, il meglio del meglio. il meglio di ora è NON CAPIRE i dati, solo rendersi sensibili. forse ora l’America crolla e Obama ha paura.  i ministeri dell’umile Italia vanno al nord, il vecchio capo stanco paga caro e non è satiro: è l’ultima parte della prima parte della comedìa. e non abbiamo scherzato e non abbiamo giocato. eppure non ho mai giocato tanto, neanche a vent’anni. un collega chiedeva: quando è stata la tua prima volta? – e tormentava. la prima volta non c’era stata – e tormentava. non c’era ancora la casa, non c’erano i viaggi, e solo poche carte; ancora nessun libro. e non mi facevo nemiche le donne – e tormentava. no, mai nemiche. scherzi di Chopin, suonati come si deve (Yundi Li).
molti altri appunti possono apparire. il piacere chiama piacere. il piacere vuole piacere. inizia una catena positiva, il dolore minore, e davvero il piacere, perché piace.

9.

Chávez dice: tanta mierda agli Americani, e quando arriva il Governo giusto? Chávez parla.
e se rifiuti la PUTTANA SANTA – il cinema – e cerchi di essere SANTO, tu, un regista SANTO, allora la puttana, il cinema, sarà solo puttana, solo cinema: la merce inutile, che perde valore. questo si vede in sequenze, come l’uomo vede sulla terra, e Dio non vede così. amerò la PUTTANA SANTA. Fassbinder fa parlare Jeff: sono stanco di rappresentare l’umano, e io non ne faccio parte (il separato, il santo, è molto chiaro e biondo, e porco).
[e tu sei intenso, non morire di emozione!]. il canto degli uccelli, dove ognuno ha il suo nome, non si chiamano uccelli,
non sono una carne sola.
a Messiaen, Sagittario, piace l’oriole.
solo per i pesci presi la rete è definitiva, altri non ci sono. il Gàlata morente, strano pensarci ora.
se tu scrivi accanto alla rete, farai l’esodo: allora eviterai la rete. vuoi vivere o no? pensaci bene.
il «soffio di qualcosa che verrà» non è per i pesci presi.
una collana di appunti – gioielli – lunga come tutto il tempo da vivere: non è un sogno.
e non «sono stanco di rappresentare», e io non sono una guerra. ma qui le frasi astratte sono corpi, come gli incidenti e il sesso, sbattono e ridono e piangono e corrono: tutto è uguale, nello stesso momento. e dovrai intendere l’astrazione così: immagina che abbia i nervi e orini e rida, che le Muse siano le donne, che il pensiero sia Pietro, che la rivoluzione sia uno stomaco, che il desiderio sia un vivente. Non voglio più distinguere anima e corpo, anche se sono 2. Qui – e anche in poesia – l’astrazione è un altro modo, un’ambiguità delicata, sotto un controllo rigido. Amen.

10.

Le quattro mura o cinte sono molto solide, in realtà e in sogno, e ripulite e rasate, bianche come il nuovo, ma sono antiche. chi parla della casa non sfiora l’egoismo, e non lo conosce. veramente esistono le stanze, comprate con fatica, fresche e altissime: ciò che si offre ad una sposa «donna piacente» ai figli di «dolce intelletto» ai compagni della troupe du roi [infine l’idea del teatro – il cui signore è re – non è mai assente, né trascurata né tiepida]

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1 Comment

  • Bellissimo, Massimo: come sempre padrone nella casa d ella lingua e della poesia. Mi sento bene, leggendoti o male, a volte, ma nello stesso senso, del Bene , beneaugurante inversi…

    Maria Pia Quintavalla

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