Rosaria Lo Russo: Appendice: per un assaggio di poetica dell’autrice

 

di Rosaria Lo Russo

La poesia è stata in tutti i tempi, vivere secondo la carne. Ha costituito il peccato della carne fatto parola, eternato nell’espressione, oggettivato.

Maria Zambrano, Filosofia e poesia

 

Foto di Edoardo Fornaciari

Aggiungo – per amor di chiarimento e di empatica fusione con il mio ‘apostolato’ poetico – queste poche righe di autoriflessione, pubblicando qui un saggetto scritto qualche anno fa, poco prima di dare alle stampe Comedia (Milano, Bompiani), titolo “che ovviamente deriva dal latino comedere” mangiare, come recita ipocritamente la nota finale a quel testo del 1998. Preferisco commettere questo piccolo atto di vanità che non addentrarmi ulteriormente nella complessa questione – sopra appena sfiorata -del rapporto fra poesia e cibo, della parola poetica come anàlogon del cibo, mitologema che si diffonde dai Veda a Dante, in cui l’equivalenza acquista una straordinaria evidenza metaforica, sostenendo decine di similitudini nella Comedia (senza dire del titolo iperconnotativo diConvivio). Rimando questo studio ad altra occasione, dato che in questa sede il piatto forte non è la precisione filologia, ma l’ipotesi didattica. Certamente nel principio infantilmente sinestesico che muove la parola poetica il gusto ha un ruolo antropologicamente fondamentale. Poesia e gusto (=cibo) è uno dei grandi temi della letteratura universale.

A proposito del titolo e del contenuto di questa appendice, mi sembra opportuno specificare che non avevo ancora letto il bellissimo libro di Maria Zambrano , posto qui ad epigrafe, quando ho scritto questo saggetto di poetica, e che la frase citata è l’esordio del paragrafo Mistica e poesia. Sottolineo il fatto a riprova dei non misteriosi, ma umanissimi (linguistici, appunto), legami fra mistica e poesia (il libro della Zambrano risale al 1939, quelli della Kristeva, di Jakobson, di Schneider, a trent’anni dopo), evidenti per chi si misura con la poesia in un corpo a corpo, che è l’unico modo per me riconoscibile come modalità di approccio personale alla scrittura-lettura e di comunicazione didattica del poièin.

Cantare di me: il peccato della lingua. La scrittura della voce

Poesia e voce sono corpi di linguaggio: letteralizzando la metafora di vocazione, la lingua poetica, in quanto vocata, è un corpo di linguaggio. Giusta l’allegoria delcorpus dell’opera, di lingua è fatto il corpo attraversato dalla voce, corpo plasmato dal pnèuma enthousiastikòn dell’estro poetante, per cui la sopravvivenza è possibile solo nel corpus poematico, sostituto parlante, cantante, vociante, del corpo muto.  La lingua vocata lo attraversa come cibo, diventa l’unico alimento, la sostanza costituente il corpo-mente: all’origine della mia lingua poetica c’è un “peccato di gola”, l’abbuffata indigesta  delle lingue genitoriali, dove l’accento dell’infanzia casca sulla commistione dei due lessici-inflessioni familiari toscano e calabrese, voci narranti da cui prende abbrivio il poemare mediante rievocazione, reinvenzione, falsificazione, simulazione e contraffazione. Prendere la lingua per la gola, deglutire golosamente le “dolcezze estreme” del melodramma (L’estro, Fienze, Cesati, 1987), induce all’estro, il pungolo costante esercitato dalle voci, pungiglione che ferisce e sprona ad entrare nel canto, nel multiforme spettacolo della memoria edulcorata dell’infanzia; ingoiare la polpa/parola e diventare, in stato di eccitazione, tutta linguaggio, per un fenomeno di scialorrea-logorrea, acquolina in bocca, fame di parole nella gola tesa come il gargarozzo dell’uccellino implume, dell’infante che tende a ricongiungersi, bocca a bocca, con le fonti originarie della lingua donata.

 Ma il “peccato di gola”, punito, interdetto, lo strazio, la colpa del mangiar-poetando e del poetar-mangiando, diventa il peccato della lingua, il tradimento e l’abbandono, per vocazione, dell’afasia del corpo femminile indifferenziato e demente, di fronte al quale è necessario esibirsi, rappresentare.   Il corpo muto prende la parola e reclama attenzione: l’adolescenza è rottura con l’edulcorato canto donato e inizio delle asperità tragicomiche del corpo in violenta muta, nel quale il pnèuma della vocazione eccitante pervade dal basso, come bòtta e dolce devastazione dei muscoli e del sangue, per poi risalire alla gola-lingua e rifarsi voce.  La ragazzina, nell’età di tutte le pene, è corpo astruso, stravolto, esorbitante, esile o grasso è una zona franca, angelica, ancora asessuata, ma continuamente alle prese col sesso: così il corpo-rima abbandona le dolcezze melodrammatiche del canto e si contorce annaspando in sibili comici, fino all’orgasmo della strozza, mentre si rappresenta di fronte ai genitori spettanti. La lingua, teatro delle metamorfosi del corpo vocato, muta trasformandosi di verso in verso. Nella barocca forza metamorfosante del teatrino che il corpo infantile-adolescenziale si ostina a rappresentare, ancora adesso in morte mi produco, tramite la lingua, di fronte all’immagine dei genitori esigenti-spettanti, sdilinquendomi in versi sciolti, per loro natura fonoritmica ispirati ai varii tempi e suoni del respiro e della voce, cioè in sé attuanti una recitazione, un’azione vocata:actio retorico-performativa (forse la “scrittura ad alta voce” auspicata da Barthes e da Fortini?).  L’impossibile accordo delle membra nella fisionomia smarrita diventa possibile solo attraverso il lavoro fisico delle corde vocali, il cui attracco alla pagina scritta consente di evitare il rischio, davvero mortale, della sparizione-atomizzazione nel corpo muto: contrapporsi alla madre è il peccato erotico della lingua del corpo in stato di autorappresentazione per verbalizzare, fare tutto lingua, il corpo muto della madre, per produrre il “corpo di me” come differenza in perpetuo movimento vociante: per questo in Vrusciamundo (Porretta terme, I quaderni del battello ebbro, 1994) cito Fedra che dice “io vedo la mia perdita scritta”.  Per autocostituirsi e porsi in rappresentazione il corpo si farcisce di linguaggio: è un attacco bulimico la scrittura di poesie lunghe che prolunghino il piacere vorace di scialacquare parole in modo esorbitante, incontenibile, anche maldestro, goduto e compiaciuto, esultante, sconcio.  Ripetendosi in ogni testo l’atto di violenta contraffazione, la lingua è uno scilinguagnolo, un chiassoso sdilinquimento, travestimento, trucco e quindi nascondiglio della pena.  Nelle righe dei versi che si riversano sulla pagina come una colata, versi disarmonici, brevissimi o fastidiosamente ipermetri, sempre estremi, con accenti fortemente cadenzati e rotture improvvise di ritmo, cadute sguaiate o consonanze esasperate quasi per infastidire il lettore, come infastidiscono gli eccessi adolescenziali, nel furore delle rime forsennate, si placano le pene corporali, le pene di quel passaggio impossibile, mortale, che è l’adolescenza.

  Tutto entra nella vertigine del mutamento dell’io disperso in poema, dell’io eroe-tutti-e-nessuno dall’anima teatrante. Simulazione continua di uno smembrarsi e di un ricomporsi comico nel doppio senso della variegata e impura lingua dantesca (tanti furti alle sonorità petrose dantesche) e di una straziante “allegria” (ma avendo in mente l’Ungaretti di Croazia segreta), in un trasformismo alla Fregoli che chiede al lettore non comprensione, ma compassione, immedesimazione nell’atto catartico della lingua; “comica” per esorbitanza, strabilianza, esibizione buffonesca delle fratture, delle storture, con la disperazione assoluta del divertirsi da sé, nel pasticciaccio gaddiano di una lingua “centrogravitata sugli ovarici”, sulle variazioni perpetue dei dosaggi ormonali, sugli scompensi neurovegetativi.

  All’interno del progetto ‘narrativo’ del libro c’è un dramma suddiviso in scene allegoriche: un sipario divide una poesia dall’altra, e in ogni testo-scena si parla per interposta persona, per controfigure, un’infinita marmaglia da corte dei miracoli, sempre avendo come modello i canti delle metamorfosi infernali.  Nella possessione estatica che dà voce al corpo muto, la gola, le corde vocali, sono il tramite delle parole di altri, la lingua poetante è la filiazione trasfigurante il discorso degli Altri in un’epopea massicciamente contaminata da dialettismi, arcaismi, gerghi teatrali e televisivi e tutti i suoni che entrano nel bla bla della lingua parlata, parole che dilagando nel trasmutare metabolico fermentano, cagliano, si decompongono, e i cui echi familiari divengono estranei e cambiano senso trascorrendo in una logofisica dispeptica per tutta l’anatomia del corpo muto, il quale abbandonando quell’inerzia sonnolenta che intorpidisce i ladri di Dante un attimo prima dell’orrida mutazione si trasforma, anzi rinasce come, incorpo di me, me musa a me stessa, ormai intesa, per un processo antistorico di autofigurazione e autorappresentazione, a tentar di nullificare nel soggetto-oggetto Me-Lei, ovvero nell’Altro in sé, l’opprimente barriera lirica Io/Tu, con un divorante, dissipatorio e asfissiante scioglibocca, non già ignoto alle partiture foniche della Molly joyciana e del Beckett di Not I. Neoenfatica scrittura allo stadio orale (anzi, meglio, allo stadio labiale) ed estaticamente orante, però aliena da consolatorie rileccature neometriche, se l’Io è violentemente spodestato dal Me, l’ipocrita non essendo più il lecteur.

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