Rosaria Lo Russo: “Penelope”

 

di Caterina Verbaro

Penelope - Edizioni d’if, Napoli, 2003

Il forte segno teatrale che connota il poemetto Penelope di Rosaria Lo Russo è già nella organizzazione del testo e nella sua scelta discorsiva. Al centro della scena poetica, protagonista di una narrazione monologante, è infatti il reinventato personaggio di Penelope, che riscatta la passiva fedeltà assegnatale dal mito («zitta zitta come s’usa») con una riappropriazione dei fatti e della parola. La scrittura poetica nasce da un gesto primario di straniamento del mito, dei ruoli da esso codificati, delle parti da esso ripartite tra chi parla e chi è parlato. Il monologo di Penelope, revenger’s play, capovolge il punto di vista della narrazione mitica: l’appropriazione del proprio linguaggio e della propria soggettività riscrive e riscatta l’archetipo di una muta fedeltà e virtù in un personaggio nuovo, sfaccettato, molteplice. Il gesto con cui Penelope fermava il tempo, il ciclico scomporsi e ricomporsi della sua tela, si traduce qui in un linguaggio iterativo, che sui ricordi, sull’attesa, sulla messinscena della fedeltà, trama la propria amarezza. Il personaggio- narratore di Penelope, tutto risolto nel proprio monologo al cospetto di uno «straniero» in cui finge di non riconoscere Ulisse, dà al testo una forte connotazione teatrale. A differenza del soliloquio, il monologo è infatti il discorso dell’io essenzialmente teatrale, in cui la presenza dell’‘altro’ (pubblico, lettore, straniero) si fa condizione alla parola e alla ricerca di verità soggettiva. Perché Penelope possa dunque emergere non più come muta comparsa ma come vibrante protagonista del mito, è necessario qualcuno che ascolti la sua «lamentazione». A determinare il personaggio e la poetica del testo è soprattutto il modo e il ritmo della scrittura, sinuoso e aspro, mobile e iterativo, vivacemente sperimentale. Penelope parla di sé e della propria storia non solo attraverso i motivi narrati (il paesaggio e lo spazio dell’Isola, i ricordi nuziali, l’attesa, la rabbia, la ribellione), ma soprattutto attraverso un’intensa connotazione linguistica, entro un racconto fondato su un’ampia gamma di toni: regale e dolente, sprezzante, ironico e straziato. Penelope coincide col proprio stesso linguaggio e in esso solo consiste. La retorica del testo e quella del personaggio si fondano vicendevolmente: si pensi ad esempio a come il topos dell’‘attesa’ che connota il personaggio sia alluso dai frequenti sintagmi temporali che legano i versi come refrainsvariati e mossi («Da vent’anni velata pattuglio questa casa / […] / Oggi che scade la tariffa agevolata del ritorno / […] / Ogni notte mi penetra la schiena questo pungolo di trapano trivello»); o si pensi a come le antitesi che attraversano il personaggio (fedeltà e furore, pazienza e disprezzo, innocenza e astuzia) trovino espressione nella fitta trama di avversative che attraversa il suo monologo: il frequente ma segnala nel testo lo scarto, la contraddizione, il movimento inverso del flusso di coscienza, e funziona come scansione delle scene e dei nuclei tematici («Ma quando mi distraggo e infrango il rito / […] / Ma quando mi smarrisco e perdo il filo»). Demistificante, furioso e dolente, il discorso di Penelope contraddice ogni idea di univocità, contrapponendola natura  multipla della soggettività all’edificante coerenza del personaggio, e lo sguardo e la parola dei condannati al silenzio alla autoritaria verità del mito. E   condensando il proprio senso in questo fecondo straniamento, Penelope sembra infine alludere allo stesso compito della poesia.

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