Fragili Guerriere 8 marzo 2012: Omaggio nostalgico allo slogan veterofemminista né puttane né madonne

 

La Grande Madre

di Rosaria Lo Russo

SAPIENS
Morde, dorme? Morde o dorme? Diciamo che morde e vorrebbero che dormisse. Diciamo che dorme e vorrebbe mordere. Diciamocelo: la blocca il rimorso; la bloccano col rimorso. Ma la cavalla, anche domata, con l’enorme occhio sbarrato tenta sempre di evitare sbavando che le mettano il morso. La cavalla più vecchia è il capobranco. La donna più vecchia del mondo, l’antica madre di tutti la pensava così, mi parve di capire leggendo all’università il mitico Radici storiche dei racconti di fate (titolo infelicemente tradotto) del grande antropologo e formalista russo Vladimir Propp: sono la sorellina che faceva l’amore con tutti i cacciatori e per questo era sacra, la sorellina che cuoceva le carni la notte e per questo non faceva paura. La mamma animalmente animamente unanimemente amata perché senza potere e volere semplicemente era. Sono la femmina unanimalmente amata: l’onnipotente che non seduce, la ninfomane che non è malata. Ero la funzione del fare quando ancora non c’erano i nomi, quando ancora non c’erano gli individui, quando eravamo tutti spiriticorpi tutti corpispiriti uno tutti tuttuno, quando ancora non c’era dea madre non c’era dio padre, quando uomo e donna erano un animale, fratellini e sorelline inconsapevoli e godere la riproduzione era un faccenda ciclicamente normale. Prima che Dio Padre intervenisse, dovesse intervenire per via dell’evoluzione in sapiens sapiens, questo triste raddoppio, prima che l’amore diventasse mentale, prima che il simbolico la facesse da padrone, noi eravamo inconsapevoli? Perché placare con un attacco al cuore? Quando la Terra è diventato da realtà un sogno edenico? La consapevolezza della consapevolezza ha raddoppiato il sapiens e ne ha fatto un Dio. Lo spirito ha smesso di aleggiare e si è seduto sul trono con il Nome di Dio. La prima ansia: che la purezza fosse un valore, la fedeltà un’obbligazione: imbrigliare, imbrigliare prima di tutto la funzione madre. Io facevo e passavo ad altre il mio fare, e questo implicava un continuo silenzioso pensare, un continuo silenzioso generare.
Prima che per la nostra evoluzione la consapevolezza della consapevolezza introducesse il malemorte. Avrei voluto esistere per sempre come prima che la Scaltra Famiglia annientasse il senso dell’amore, l’amore che non mi faceva amare un uomo ma l’umanità circostante, senza la distinzione. Adesso sopravvivo nelle mammifere. Credo che sia questo il senso del canto delle balene in estinzione. La distinzione. Credo sia questo il senso del sangue di battaglia nella bocca delle leonesse che portano ai cuccioli e a maschi il mangiare. La trasmissione del sangue. Come Io non sopravviverò a lungo. Eppure era come non-Io che pensavo facevo facevo pensavo, sopravvivevo a lungo. Beckett l’ha capito.
Pessimi certi effetti collaterali dell’evoluzione. Specialmente quando la storia se ne approfitta sostituendo la piramide alla sfera. Quel che trafigge e sconfigge alla completa rotondità: e si sta sulla guerra a quel che canta l’armonioso suono circolare che non ha inizio né fine, ora ridotto a inudibile, inavvertito sfondo. Che il fare, la poesia, ancora e sempre sa e saprà.

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1 Comment

  • Grandi, grandi Le Fragili Guerriere, con la loro forza da polemos, con il loro essere ancora leonesse, esaltatrici di quel suono circolare, che non piace più a nessuno. Tutti piccoli, tutti civilizzatissimi all’apparenza, ma tutti in realtà incapaci di capire anche un suono sporco della poesia, che è vita pensiero, emersione dal mare interno, suono che, uscito, gira alla luce. Ma è armonia che sa di sale, di marcio, di sofferenza, non di versi pallidi o esercizi enigmistici. La poiesis del poeta sa che deve ripulire, ma quante cose cella vita restano ancora…! Se la poesia unisce e fluisce, anche questi residui di cenere di antico e sacro restano…

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