Poesia Condivisa n.9: “La misura e l’uvetta”, Rossana Roberti

 

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La misura e l’uvetta, Edizioni DARS, Udine, 2007

Sezione   Dio e le piccole misure

 

Approssimazione all’Universale

Il cielo rosa
impone ad occidente
l’ultima gloria
del sole

è specchio
l’acceso splendore
del mare

in abito da casa sul balcone
sgrano piselli per la cena

il sublime e il modesto
intimamente si conobbero
quando l’inesorabile sera
spegneva il mare
richiamava ai fornelli

per un attimo
il mistero si sciolse
su piccole labbra sorridenti
l’universale fu tutto
nel piatto da portata
come la notte-respiro del mare

chiedo alle mani
come il cielo sia caduto sulle dita
come alle dita fu possibile
toccare il tramonto

______________________________________

 

Sezione   L’altra di me

 

Stare alla porta

Potrebbe essere conveniente credere
consolante
– qualcuna pensarlo –
non io che sto alla porta
e da mille anni di me aspetto d’entrare

forse sarò lepre desunta
da lievissime orme:
di me racconteranno
un vecchio vestito passato di moda
un quaderno d’appunti corretti e ancora
corretti
bisbiglieranno
minuti oggetti ( piccoli frulli )
di bigiotteria

eppure non voglio svanire
prima d’essere stata
sebbene ciò non dirà neanche
la più chiara foto di me in posa e cipiglio

 

______________________________________

 

Sezione   L’angelo del focolare

 

Mai Arcangelo

Donna propizia
virtuoso conclamato angelo del focolare
eppure mai Arcangelo buono per pale d’altare
con ricci unti e grembiule
deturperei qualsiasi quadro

alte cose annunciano
le bionde creature di Simone*:
non ne ho saputo mai niente
le mie labbra si muovono per dire
“ Oggi la minestra mi è venuta salata “.

*Simone Martini

 

La poesia di Rossana Roberti sfugge a qualsiasi stereotipo critico. La sua pronuncia, inconfondibile per chi la segue da tempo nel suo cammino di scrittura, si dispiega in un pervicace esercizio di libertà, lontana davvero dalla contrapposizione ancora in atto tra formalisti e contenutisti. La forma, altamente artigianale nel suo impegno di scarnificare la parola, affinché essa nella nudità e nella leggerezza possa custodire il respiro e la luce del semplice esserci delle cose, si lega al trascorrere metamorfico di contenuti essenziali, minimi e quotidiani della vita. La tonalità timbrica di fondo è quella di una voce di donna, che sta e vive dentro una lingua/trama di relazioni infinite, ognuna delle quali segna e significa l’esperienza umana e culturale della poeta. I versi di Rossana vivono di immagini interiori colte nel loro cristallino risuonare anteriore, prima della parola, che si fa, poi, conchiglia di  ascolto di un sentire dif-ferente per divenire sulla pagina deriva grafica di una perdita e di un dono. Perdita della con-sonanza, che il già dato, maschile e presuntuosamente universale, ha dissolto; dono come restituzione, attraverso il fare della poesia, del proprio respiro di donna, pronto a rigenerare il mondo in un afflato, che è verifica di esistenza.

 

Dichiaro di voler acquistare eventuali successive raccolte pubblicate da questa poeta per seguirne la futura scrittura, riferendone in questa rubrica. 

Merys Rizzo – Piacenza, 24 gennaio 2012

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9 Comments

  • Mi si chiede quali sono i maestri, i costruttori di stile che hanno influito sul mio modo di fare poesia, o quelli, più vicini, nei quali mi ritrovo oggi.
    Credo che all’inizio della storia umana – quando finalmente le creature cominciarono a cogliere in sè un barlume di autoconsapevolezza – la prima cosa che avvertirono e videro con sorpresa fu il proprio corpo.
    Il corpo aveva tutto per una prima efficiente organizzazione del pensiero: il “fuori”, il “dentro”, il “sopra” e il “sotto”, l'”alto” e il “basso”, il “grande” e il “piccolo”, il “prima” e il “dopo”, ecc. e tutte le relazioni evidenti fra queste occorrenze sorprendenti, relazioni che si presentavano insieme in forma materiale e simbolica.
    Le migliaia di anni trascorsi – in realtà un tempo brevissimo nella storia del pianeta – non hanno cancellato i modi del conoscere sperimentati all’origine.
    Lo stesso “logos”, apparso nella storia umana molto più tardi, non è produttivo di nuova conoscenza se non si accompagna all’immaginazione creativa.
    Su quello che il corpo, mirabile e misterioso congegno divino, consentiva di organizzare mentalmente – dava modelli che infinitamente si potevano estendere attraverso metafore – è nata la sapienza umana e contemporaneamente la lingua delle madri, la prima efficientissima lingua di tutti noi, quella che oggi chiamiamo “poesia”.
    Lingua capace di tenere insieme la nominazione certificante e l’ineffabile che sempre l’accompagna.
    Penso che poche parole siano interamente denotative: nessuna può fare a meno del suono che ha, per se stesso, qualità connotativa.
    Una lingua “poetica” dice tanto di più e con più efficacia emozionale quanto più si riporta a quel primo evento portentoso quando immagine-suono-senso si presentarono in una inscindibile unità costitutiva.
    Può capitare che alcune lingue portino ancora iscritta in sè quella prima esperienza conoscitiva: un forte riferimento al corpo e una metaforizzazione estesa capace di esprimere in modo efficace e condiviso qualsiasi significato della realtà.
    Qualche esempio che prendo dalla lingua latina. “Capire”, verbo che all’origine significava “afferrare”, “prendere” con la mano un’arma, con la forza una posizione strategica, ecc. ed era intriso di materialità corporea, è poi passato a significare un’azione della mente che tende con energia “ad abbracciare qualcosa nella sua pienezza”, “a comprendere interamente”. Captus, catturato.
    Il verbo conserva una intrinseca forza guerriera, e non coincide del tutto con “comprendere” – che significa invece “prendere, stringere a sè con vincolo d’affetto, con amore, con amicizia”. Forse un fare più consono ad uno stile di vita
    femminile?
    Usando questi verbi non ci si dovrebbe dimenticare delle sottili sfumature che fanno la loro differenza: sono come gradazioni di colore che fanno prezioso l’arazzo.
    Ciò che non si riesce a “vedere nel suo generarsi”, quello sarà difficile far esistere in parole, neppure se per dirlo utilizziamo termini molteplici e colti ma provenienti da contesti figurativi diversi. A meno che non si voglia creare consapevolmente un effetto dissonante. E questo è possibile, e anche bello, pur che i piani dell’essere rimangano tra loro distinti e non-confusi, che diano luogo a nuove metafore efficaci e condivisibili, ad un allargamento del territorio della conoscenza.
    Il corpo è semplice ma ha una giurisdizione severa: sconfessa i significati intellettuali che hanno tralasciato-dimenticato la forza primaria del suo trasformarsi in “senso”.
    Potremmo leggere da qui la grandezza dei testi di Lucrezio, Orazio, Dante, ecc., l’altezza spericolata di quelli di Dickinson.
    Nessuno di questi poeti, nel suo esprimersi, ha dimenticato il corpo e la sua provvidenziale centralità nella cultura umana.
    Potrà sorprendere che una poesia che si ispira alla “casalinghità” si richiami a così illustri precedenti.
    Ma, come ho già scritto, nella grande metafora del linguaggio abbiamo insinuato differenze (sublime, epico, popolare, dialettale, ecc.) che non corrispondono a livelli diversi del valore poetico. Sono soltanto etichette imposte dal potere di una cultura che ama leggersi – ed eternarsi – in immagini che più le corrispondono rispetto ad altre. Per questo credo che il luogo del sublime sia dovunque ci si interroghi sul dolore e sulla dignità delle umane creature mortali.

    Rossana Roberti

  • Molto interessanti le tue domande, Antonio, sulla ricerca sempre inesaurita, del linguaggio personale (e universale) in poesia, che giustamente tu definisci “introvabile”. Sappiamo che ci si avvicina per gradienti minimi, sfiorandolo sempre, quasi mai centrandone il fuoco che porta all’epifania. E il senso della poesia è tutto in quest’ ansia sulla parola, che deve risuonare di verità e atemporalità, ma sempre in modo nuovo.
    Mi dispiace molto che l’autrice e la presentatrice di queste poesie, pur avvertite, non siano qui presenti a rispondere alle domande dei lettori e a dibattere. Spero che qualche loro eventuale impedimento cessi presto. un caro saluto a te, Antonio, e a tutti coloro che da qui passano,
    annamaria ferramosca

  • ‘…rigenerare il mondo in un afflato, che è verifica di esistenza’, la definizione conclusiva di Merys Rizzo non solo è indicativa del respiro di Rossana Roberti ma tradisce una definizione sintetica e ‘ universale ‘ della poesia. Ed entrambe le dimensioni sento di condividere. Ho trovato inoltre estremamente interessante il racconto/discorso sul linguaggio che ci propone l’autrice: anche qui dal caso individuale, biografico, si dipana un ragionamento sulla lingua da cercare, consona alla poesia, per scoprirla quasi introvabile, che il poeta insomma deve costruirsi in gran parte da solo. Anche qui non si possono che condividere tali conclusioni, se solo si pensa agli stessi poeti dialettali, costretti oggi a destreggiarsi con lingue madri infettate, lingue nazionali settorializzate o semplificate, radicali intraducibilità. Eppure sono ugualmente in grado di darci, ancora, ottima poesia. Vorrei chiudere, se possibile, con una domanda a Rossana Roberti: nonostante l’artigianità e specificità del tuo percorso poetico, hai avuto (o stai ora trovando) autori di riferimento o nei quali, magari talvolta, ti ritrovi ? Grazie
    Un caro saluto a tutti
    Antonio Fiori

  • Dopo aver appreso da bambina l’italiano frammisto a vocaboli, inflessioni, modi di dire di un dialetto veneto, ritornata la mia famiglia alla sua terra d’origine (le Marche), ho scoperto che per nominare le stesse cose e averne le stesse utilità, la gente di ogni luogo si inventa una sua lingua diversa dalle altre, così che il mondo è pieno di lingue ma nessuna di esse ti permette di farti capire da tutti. Questo il primo limite della lingua che ho scoperto.
    Poi il liceo, l’Università…e una lingua difficile e alta che presumeva di parlare per tutti ma aveva già diviso i parlanti in colti e non colti. Una lingua che risuonava diversamente secondo le epoche, agghindata secondo i gusti dei secoli e degli ambienti di potere che se ne appropriavano.
    Io avevo delle cose da dire: la mia adolescenza, le mie scoperte del mondo, le mie infelicità, ma nessuna lingua faceva al caso. Tutte nobili, grandiose, con apparati sintattici come abiti preziosi, tutte portavano una scia di sè nelle mie semplici composizioni e le falsavano, le rendevano irriconoscibili a me stessa. Uno sforzo inutile il mio lavoro. Se non c’era consonanza tra quello che desideravo dire e il materiale linguistico che avevo a disposizione, allora era meglio non scrivere. E così ho fatto per dieci anni. Poi ho compreso che il totale silenzio su di me e sulle altre donne era l’equivalente di non essere mai state, non aver vissuto, non aver dato una parte importante di sè al mondo: era un’offesa assoluta al mio genere.
    Ho ricominciato a scrivere avendo a disposizione pochissime e povere parole, solo quelle che aderivano completamente alla mia esperienza di “casalinghità”. Ho trattato questa cosa nel mio “Neppure il sogno” – 1983.
    Ma forse era anche possibile imparare a “dire grande parlando piccolo”. (Silloge “L’estraneo e l’indicibile” – 1989).
    Nel frattempo avevo scoperto che l’inzio del sapere umano si deve a una cultura femminile che ha usato il corpo come fonte di conoscenza e di lingua: Ci sono pensieri e metafore semplici che “toccano” tutti e sono da far risalire dal fondo dei linguaggi dissotterrandoli dal luogo dove una cultura logica li ha sprofondati cancellandone la divina fisicità.
    Qualcuno potrebbe obiettare che così condanno la mia poesia “al basso”.
    Potrei rispondere che “alto” e “basso” non sono concetti assoluti rispondenti a valori oggettivi. Nè Dio è intervednuto a definirli. Per quanto riguarda il mondo e ciò che dice in merito al “basso”, basta semplicemente capovolgerlo.

  • Sono felice di vedere pubblicati su Poesia 2.0 i versi di Rossana Roberti, che nel 2007, con “La misura e l’uvetta” vinse il Premio internazionale di poesia femminile Elsa Buiese a Martignacco (UD), con la pubblicazione della raccolta nei “Quaderni del DARS” a cura di Marina Giovannelli.
    Allego quello che scrissi a commento del Premio e della raccolta vincintrice:
    Una felicità che ha becco
    “La misura e l’uvetta” di Rossana Roberti, vincitrice del Premio Buiese.

    Sabato 19 maggio 2007 si è svolta nella Sala Consiliare di Villa Ermacora a Martignacco (Udine) la IV^ edizione del Premio Internazionale Biennale di Poesia femminile “Elsa Buiese”, insigne poeta in lingua italiana e friulana, francesista, nata Ceresetto di Martignaco nel 1926.
    E’ per ricordarla che le artiste e scrittrici del DARS (Donna, Arte, Ricerca, Sperimentazione), coordinate dalla Presidente dell’Associazione Isabella Deganis, dalla curatrice del Premio e della collana di poesia che lo rappresenta, Marina Giovannelli, e dalla Presidente del Premio, Maria Amalia D’Aronco, Prorettore dell’Università di Udine, si sono ritrovate, davanti a una bella installazione ideata per il libro vincitore da Gina Morandini, assieme alle vincitrici delle passate edizioni e a Rossana Roberti, che con la silloge “La misura e l’uvetta” si è aggiudicata il primo premio e la pubblicazione della raccolta, seguita da Milena Nicolini con “I miei stanno bene, grazie” e Anna Zoli con “Oltre la trama”.
    E’con gioia particolare che partecipo come giurata a questa festa, per le donne che scrivono un grande riconoscimento di autorevolezza femminile che si impone da sola, con la semplice forza della parola. E dei temi su cui insiste. Ormai le donne che scrivono camminano da sole. Nel sole. In piena luce. E il Novecento, più di altri secoli, ha visto la loro aurora, la visto sbocciare la forza aurorale di una parola che da muta si è fatta prima respiro e poi voce e ha reclamato ascolto. Oggi le voci delle poete sono tantissime e di grande qualità. I fili che le uniscono alle voci delle madri della poesia sono fili di genealogie e di tematiche comuni. La scelta che il canone letterario ha compiuto nei secoli passati ha penalizzato palesemente le donne. Ogni storia letteraria ha comportato una scelta, con inserimenti ed esclusioni. E quando pure le grandi voci di donne sono state inserite (penso alle italiane Sibilla Aleramo, Ada Negri Amelia Rosselli e molte altre), esse hanno dubitato di sé, fino spesso a cadere in depressione o a morire, perché avvertivano un pericoloso senso di estraneità e di confine, che le ha rese più vulnerabili.
    Nell’estraneità, spesso, hanno coltivato la loro peculiarità: dalla dirompente energia amorosa della Aleramo, alla drammatica denuncia delle condizioni sociali delle donne-madri e sole di Ada Negri, al realismo introspettivo di Antonia Pozzi, alla visionarietà sibillina di Amelia Rosselli, passando per le forche caudine del corpo e dell’esperienza, perché non si dà parola di poesia che non cammini per il sentiero del sentire esperienziale.
    Come ami, alcune parole chiave hanno coagulato i saperi poetici delle donne. Queste parole reagenti, fluide e magmatiche assieme sono state: sangue, corpo, passione, maternità, parto del non-detto, madre, padre, dio. E in questo percorso di ammirazione verso colei e coloro che le hanno generate, le donne scrittrici hanno incontrato le madri, biologiche e letterarie, e affrontato il corpo a corpo con la loro essenza: le madri partoriscono due volte, dice Rossana Roberti, offrendo la vita e la parola. Paradosso della figlia è emanciparsi dall’amore della madre, diventare madre di sé.
    Su questi temi, del rapporto con la madre e della generatività femminile, Rossana Roberti, vincitrice della presente edizione del premio Buiese, si è interrogata in una precedente raccolta, Maternale (Book, 2003).
    Porta aurea sul mondo la madre, squarcio privato che profuma di storia il racconto del quotidiano nella vita delle donne in questa nuova raccolta vincitrice, “La misura e l’uvetta”, che si confronta con il valore epico del quotidiano e della cura nella vita delle donne, facendone quasi un canone antieroico degli oggetti e dei gesti, gesti che nella loro umile semplicità si fanno portatori di un senso più alto di conoscenza e di realtà.
    Approfittare dell’assenza, ribaltare la debolezza in forza, ci ammonisce il pensiero della differenza, invitandoci a cercare un altro modo di vedere, dove le parole sono “cose creanti” e gli oggetti della cura risuonano di un “sentire/capire” intensamente olistico.
    La cura quotidiana come soglia della conoscenza, tema portante del libro, può essere dunque il luogo dove nasce un modo nuovo di ripensare il mondo e di acquisire consapevolezza di sé.
    E mentre Anna Zoli affronta nella raccolta finalista il nodo oscuro della lingua, quel polipo semantico che “agguanta le parole/ le tiene collegate/ a regole tribali”, mentre la scrittura si fa gesto indifferente “se non apre le braccia/ a ospitare l’altrove”, così Milena Nicolini, nell’altra raccolta finalista, “i miei stanno bene, grazie” affronta il tema del distacco da colei/coloro che ci hanno generato, divenuti o in divenire “materia putrescente o impietrita/matermateria sacra/amata”.
    Ma questo prendere congedo “dalla carne della madre” illumina i suoi “Conversari con dio” di un odore universale di sacralità del vivente che unisce le generazioni.
    La raccolta “La misura e l’uvetta”, che Rossana Roberti dedica simbolicamente alle “sorelle ugualmente ferite che resero a me la mia luce esplicante” mette a fuoco, con la chiave dell’ironia e del ribaltamento parodico, il fatto che, oltre la soglia di casa, proprio tra quei fornelli dove “l’universo sa di brodo” e l’infinito ha il profilo dei “ghirigori disegnati/ su piastrelle Marazzi”, o dove dono del cielo è un “tappo di bottiglia” che ricade sulla tovaglia, esistono creature “con ricci unti e grembiule/ a quadri”, creature che non parlano, pur essendo angeli del focolare, l’alto linguaggio degli angeli, le loro labbra si muovono magari per dire la “minestra mi è venuta salata”, ma quelle creature pensano e intensamente “parva componendo magnis” creano pensiero, pensandosi.
    Così, se l’angelo del focolare è colei che accarezza le “cime puntute dei carciofi” e “in abito da casa sul balcone” sgrana i piselli per la cena, è anche colei che sa che “L’universale fu tutto/ nel piatto di portata”, colei che porta in sé la sua esperienza come la chiocciola la sua casa.
    E la piccola chiocciola, ma anche l’ape, il trifoglio, il papavero, l’”orgogliosa cicoria”, evocano con forza, anzi, chiamano in causa, in presenza, la grande vergine biancovestita della poesia del Novecento, quella Emily Dickinson che provocatoriamente volta le spalle all’autrice per sfuggire al fastidioso “accanito fischio della pentola” e provocatoriamente le ricorda che “Per scrivere bene bisogna/ che il letto sia rifatto/ e l’acqua cambiata ai fiori/ e tirate fuori dal frigo per tempo/ le verdure da cuocere”.
    La scrittura di Rossana Roberti ha rifatto il letto e cambiato l’acqua, è una scrittura pulita, non addomesticata, dove la forza a volte è persa “come l’anello/ rotolato chissà dove”, mentre la felicità è comunque raggiunta, anche se secca, avvizzita “zampa di pollo”, “una felicità che ha becco” e “starnazza”, in questo approssimarsi, con un suo riso lieve e benedicente, fatto di garbo e ironia, a un’altra figura-soglia, quell’”altra di me” che apre la sezione centrale della raccolta, colei che è in attesa che “l’impensata differenza erompa”, che l’ha in silenzio predisposta e incarnata, mentre sgranava piselli. Quel giorno, scrive la poeta, sarà così grande, “anche mettendo in ordine/ sulla tavola/ le posate” che l’impazienza la farà “sdemoniare”.
    La donna nuova, colei che sta dall’altra parte della conoscenza, colei che sa ed usa le “parole d’alto lignaggio”, le parole “taumaturgiche”, che fanno vivere, danno acqua all’esistere, sarà una rinnovata signora di luce, una postmoderna madonna al neon: “mi sono ornata di raggi/ e per mia luce ho sfolgorato/ fino all’ora di cena:/risplendevano i cucchiai e l’acqua/ si inchinava nei bicchieri”, una madonna che conosce la dignità del basso, la “letizia” della viola, “del suo solo infinito/ debitrice”, perché “dio ha imparato/ le piccole misure”, unico luogo dove “il sublime e il modesto/ intimamente si conobbero”.
    Dio, “si sporge dovunque/ dal brulichio del vivere” e vuole essere colto, così Rossana Roberti prendendo commiato dal lettore e dalla lettrice auspica che le sue parole possano essere colte da una ragazza “sorrisa e lieve tanto/ che l’erba non calpesta”, da una generazione, aggiungo, di giovani donne che sappiano trovare, in queste pagine sapienti e leggere e nel riconoscimento della cura silenziosa delle madri, il senso profondo di una maggiore consapevolezza e stima di sé.

    Loredana Magazzeni

  • Ringrazio anch’io Merys Rizzo per aver proposto questi versi alla nostra attenzione.
    Mi sembra, quella di Rossana Roberti, una poesia che ha il coraggio di esprimere contenuti ‘bassi’ entro una forma che dimostra competenza nell’uso della parola e della composizione del verso.
    C’è una libertà da mode e condizionamenti di stile che le permette di esporsi senza presunzione ma con una sorta di piana – e piena – dignità. Icona di una femminilità ‘chiusa’, ma con una voce capace di dire in modo personale e dire bene.
    Mi piace la rarefazione del gesto poetico, o se vogliamo l’essenzialità del parlato. Un verso che non ha parole di troppo, un’attenzione minuta alle cose del quotidiano, che però… qualche volta partono in volo (o attirano cieli).
    ”Portami il tramonto in una tazza”… Non fu Emily Dickinson a dirlo?
    Un saluto
    Marcella

  • Cinzia Marulli coglie appieno i segni di questa scrittura,che siamo felici di presentare in questo marzo di cadenze di genere come una “poesia di donna a donna, di donna al mondo”. si tratta infatti di uno sguardo particolare, che coniuga le sensazioni sempre trascurate , quelle che nascono dagli spazi domestici, con scatti metafisici, propri dell’immaginario universale… ma, come ben dice Cinzia, occorre leggere di più e ancora per accertarsene e continuare a scoprire.
    Invitiamo dunque l’autrice a dire se e come il libro, frutto di un premio, possa essere disponibile per chi volesse acquistarlo e a parlarci del suo percorso lungo questa scrittura.
    annamaria ferramosca

  • E’ proprio vero quello che scrive Merys Rizzo nella presentazione: “la poesia di Rossana Roberti sfugge a qualsiasi stereotipo critico”. In queste tre poesie pubblicate, le uniche che ho finora letto (in attesa di procurarmi il libro) mi sembra che la sua poesia sia anche al di sopra, o forse è meglio dire “oltre” uno schematico sistema di classificazione; quello che mi appare è un verso pulito che cerca nella sua nudità l’essenza. C’è un parlare silenzioso che attraversa la nostra contemporaneità e la nostra quotidianità per andare ad ampliarsi nell’universale sentire. Mi viene da pensare ad una poesia “onesta” che poi è l’unica che possa veramente esistere.
    Grazie per questa proposta che ho molto apprezzato e grazie sempre alla redazione di Poesia Condivisa sempre così prodiga e generosa di “poesia”.
    Cinzia Marulli

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