Sulla poesia in dialetto di Dante Maffia

 

di Giuseppe Pedota

Quando nel 1987 Dante Maffìa dette alle stampe alcune composizioni nel dialetto del suo paese di nascita (Roseto Capo Spulico, in provincia di Cosenza ma situato nella sibaritide in piena zona Lausberg), non mi meravigliai più di tanto, perché mi era capitato in più d’una occasione di sentirgli recitare poesia in romanesco, in napoletano, in lucano, in friulano, in calabrese. Autori spesso sconosciuti ai più, ma che lui trattava come vecchi amici e con una competenza filologica rara. Infatti non si limitava a far rivivere il suono delle parlate, ma spiegava anche molte sfumature a cui molti lettori, anche agguerriti, non badavano, circostanziando sempre le sue scelte, motivandole, chiarendole.

Il libro si intitolava A vite e tùtte i jùrne (La vita quotidiana) ed usciva con l’avallo di Giacinto Spagnoletti che non esitava a scrivere che Maffìa era “il solo poeta che ha un grande avvenire (tanto in lingua che in dialetto)”. E diceva bene, intanto perché il poeta non si improvvisava autore di versi in dialetto (dire rigorosamente in dialetto e non dialettali, come suggerisce Pietro Pancrazi, per evitare di confondere i cantastorie e i bozzettisti con i poeti veri) e poi perché da anni collaborava attivamente alla rivista di Maria Corti e di Amedeo Giacomini, alla rinata “Belli” fondata da Mario Dell’Arco, e alla rivista di letteratura dialettale siciliana con saggi e articoli che poi saranno in parte raccolti nell’unico libro importante che esiste sulla neodialettalità poetica, La barriera semantica.

Come fu scritto a più riprese da Franco Loi sul “Sole 24 Ore”, da Antonio Piromalli sulla Storia della Letteratura Calabrese, da Angelo Stella, da Claudio Magris (autori di due straordinarie prefazioni ai successivi testi in dialetto di Maffìa), il poeta neodialettale più vigoroso, più importante e più completo era proprio il calabrese che aveva abbandonato momentaneamente la lingua italiana per dedicarsi alla lingua della madre. Non vi sono dubbi che i testi successivi di Maffìa siano, cito ancora Piromalli, dei veri capolavori, sia per la pastosità espressiva e sia per la profondità dei contenuti, sia per lo scatto posseduto dal verso e sia per la musica che ha risonanze antichissime e pregne di mille risvolti umani e culturali.Vanni Scheiwiller era orgoglioso di avere scoperto questa vena di Maffìa. Libri come U Ddìje poverìlle (Scheiwiller, Milano 1990), I rùspe cannarùte (Scheiwiller, Milano, 1995), Papaciòmme (Marsilio, Venezia, 2000) sono la prova tangibile che si può fare grande poesia con qualsiasi strumento linguistico, al di là del numero dei parlanti.

Quando ebbi tra le mani l’antologia garzantiana curata da Loi e da Rondoni non nascondo che rimasi meravigliato di non trovare nessun testo di Maffìa. Franco Loi aveva scritto di lui parole di stima, anzi direi d’ammirazione, e in più d’una occasione. Come mai non figurava? Lo sconcerto però l’ebbi quando consultai i Meridiani curati da Franco Brevini. Maffìa vi figura soltanto come traduttore di alcuni calabresi. Uno scandalo e le giustificazioni pretestuose sono puerili e insignificanti. Del resto cosa ci si poteva aspettare da un professore che nell’organizzare un’antologia dei poeti dialettali del Novecento non prese in considerazione neppure Salvatore Di Giacomo?

Ma non voglio entrare in polemica con nessuno, soltanto puntualizzare che gli sconci in letteratura non sono benefici per nessuno e che l’onestà intellettuale dovrebbe sempre guidare chi opera: la grande poesia, la vera poesia non dovrebbe mai fare ombra a nessuno e non dovrebbe essere coinvolta nei rancori personali, nelle recriminazioni, nelle diatribe ideologiche o d’altro genere!

I quattro libri in dialetto di Maffìa sono momenti alti da affrontare con umiltà e con estrema franchezza. Certo, ci sono le difficoltà della lingua (ma il poeta ha tradotto con umile franchezza il se stesso) che danno un attimo di cautela, ma  forse non leggiamo i poeti russi o cinesi in traduzioni? Via, dunque, i pregiudizi, ed entriamo in questi testi che sembrano nascere da antichi luoghi e da residenze estive in cui passioni, giochi, dolcezze, cattiverie, amori, dolori, strazi e avventure  si scambiano il fiato mostrando la loro illibatezza, la loro castità, per usare un termine molto caro al poeta. La parola di Maffìa è leggera e piena a un tempo, avida di espandersi e di arrivare al cuore del lettore, di smuovere le corde sottili e segrete dell’umano. Non si nasconde mai dietro nessun paravento, non ha timore della verità del dettato. Ci sono momenti in cui sembra che la musica sovrasti il senso e viceversa, ma poi ci si accorge che Maffìa non si ferma al suono e che anzi il suono lo fa diventare  immagine e l’immagine densità di accenti e di illuminazione filosofica.

Non s’è sempre detto e ripetuto che la poesia che riesce ad attraversare i secoli ha sempre in sé un pensiero forte, naturalmente spogliato di qualsiasi dogma? Maffìa ci riesce e riesce a portarci dentro il mistero assegnando alle sillabe un ruolo estremamente limpido seppure a volte caustico e, perché non dirlo? Avvincente, coinvolgente, sapiente e caldo..

La poesia di Maffìa non si rifugia nei sospiri, non tesse il proprio io per farne confessione, e se lo fa si pone a confronto con il mondo, in modo che l’io diventi mondo e il mondo io. Ma sarebbe un discorso assai lungo. Dico soltanto, per concludere, che cultura, esperienza umana, sogno, progetto,  avidità di vivere, scontro con la morte trovano nei libri in dialetto di Maffìa una tale forza di canto da far gridare al miracolo. E ciò lo affermo con piena consapevolezza, sapendo anche di suscitare irritazioni e malanimo. Ma a Cesare va dato quel che è di Cesare.

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