A proposito di “Addio alle Armi” n.7: Gabriele Nugara

 

Cari tutti, mi piacer-Ebbe (cioè, tradotto dal tedesco, sarebbe per me “una marea” di piacere!) poter dire la mia a proposito di Addio alle Armi, rompendo così anche il silenzio della mia rubrichetta. Provo a dire col vostro permesso che sensazioni mi ha lasciato la lettura degli scambi avvenuti finora e la strada che mi immagino io, che sento perc-orribile. Non conosco personalmente davvero nessuno degli autori dei pezzi, non ci ho mai bevuto una birra insieme, con qualcuno un paio di mail, niente di più. A uno di voi che siete intervenuti, per dire, avevo tempo addietro mandato dei miei testi, e il giudizio era stato prezioso nel “medio periodo” quanto un po’ irritante in un primo momento: ripassa quando avrai finito la tua formazione (urca).

 E questo non conoscersi è già un peccato, quando si vuole parlare di quanto sarebbe bello creare una condivisione, arrivare a un pubblico, alla gente, affermare la poesia, e anche se stessi (perché questo è sempre il tema di fondo: quando riusciremo a liberarci di questo impaccio dell’ego e dell’ambizione? che enorme contraddizione il poeta ambizioso … per non parlare del poeta porta a porta, una nuova accezione dell’accostamento poeta -folletto).

Ditemi se non è così, ma ho l’impressione che noi non ci frequentiamo, non siamo molto amici, magari ci leggiamo, ma restiamo sempre distanti. Questo è l’elemento preliminare da soppesare: siamo sicuri di volerlo? Dico, siamo sicuri che ci faccia stare meglio sul serio e sia il nostro obiettivo girare attorno alla poesia e tentare di “risollevarne le sorti”? E soprattutto, ne siamo minimamente in grado? Io mica ci credo che ciò che è reale è razionale, ma se la poesia non si legge, alcuni dei motivi sono lampanti, oltre al fatto che come sempre i migliori poeti italiani sono tutti deceduti. Prima cosa: noi stessi non siamo in contatto, non ci vogliamo, non ci desideriamo, non ci cerchiamo. Mediamo trecentomila volte tutti i nostri scambi, virtuali anche quando capita di incrociarsi, mentre la poesia forse suggerirebbe di frequentarsi, amarsi, anche mandarsi affanculo, anche spesso volendo, ma sempre vibrando nella carne, non nelle tastiere di un portatilino, un telefonino, un gingillino.

Seconda cosa: ci preoccupiamo troppo, dannatamente troppo, di ogni minima possibile forma di “successo”, di “potere”, di “rilevanza”. Siamo esperti eccezionali della crisi della poesia, scriviamo pezzi che analizzano straordinariamente bene tutti i vizi della drammatica e grottesca situazione editoriale, culturale del Paese, e non ci accorgiamo che queste disamine ci rubano tempo, energia, felicità. Noi che scriviamo o che traiamo un senso dal fare poesia, arrivo a dire che non dovremmo porci la questione in modo così sproporzionato. Va bene pensarci su, va bene ritagliarsi una posizione, non va bene sprecarci troppo tempo, secondo me. Questo è quel che penso (urca bis): nel momento in cui uno di noi arrivasse a scrivere il miglior articolo possibile sui problemi e le soluzioni circa l’irrilevanza presunta o meno della poesia oggi, argomentando dettagliatamente, magari fornendo anche dati di vendite e statistiche sulle aree geografiche a più alta densità di interesse poetico, beh, io credo che in quel momento l’autore dell’articolo smetterebbe definitivamente di essere un poeta o, diciamo così, di stare a contatto con la poesia. C’è tra l’altro, diffusa, talmente tanta spinta al “successo”, in tutte le sue forme, che si arrivano a consentire operazioni come questa, che magari ho interpretato male io:

http://milano.repubblica.it/cronaca/2012/02/22/foto/in_un_album_i_ritratti_dei_poeti_di_oggi-30311987/1/

Ecco prendiamo questo esempio: a me la galleria di immagini ha fatto un po’ tremare i polsi. Sono sicuro che ad altri invece avrà regalato un sorriso, a qualcuno un senso di soddisfazione e di “rivincita” ideale, altri certo non ci avranno neanche fatto caso. Che ne pensate? Mi scuso con Flavio Ermini e gli altri nomi illustri, ma a me sembrava piuttosto il calendario di un ospizio, le foto di mia nonna, la riserva indiana dei poeti estinti o in via d’estinzione. Forse l’intenzione era un’altra (forse …), ma questi ritratti a mio avviso danno la rappresentazione plastica delle condizioni in cui versa la poesia in Italia, che comunque non rinuncia a farsi “celebrare”, senza rendersi conto dell’effetto un po’ distorto, involontario, che ne deriva (anche perché c’è poco da celebrare …). Intervisterò l’autore della galleria fotografica e ci dirà meglio, intanto invito a fare una “contro-galleria” scherzosa di gente che scrive, magari gli autori del concorso opera prima, rigorosamente in bianco e nero o sepia, possibilmente assorti …

Vorrei infine chiedere a tutti voi di raccontare piuttosto come vorreste che fosse la realtà, cosa sognate voi, che non ci sia già. Pubblicare un libro con Einaudi e fare il botto? E poi? Vedere gente in metropolitana assorta nella lettura dell’ultimo bestseller in versi del poeta ospite da Fazio domenica sera prima della Littizzetto? Ricevere un finanziamento governativo a fondo perduto per tirare su in un’oasi verde la Casa della Poesia, che diventerà un centro multimediale internazionale con possibilità di borse di studio annuali per i migliori giovani scrittori provenienti da tutto il mondo (mica male però … tipo Collège des Ingénieurs …)?

Ditemi voi cos’è che (vi) manca. E diciamoci chiaramente se questo è davvero quello che manca, o non stiamo forse mancando (a) noi stessi, in primo luogo, distraendoci troppo dalla bellezza rigenerante di scrivere, di leggersi (a vicenda), di conoscere, di penetrare misteri che sono attorno a noi da prima della nostra comparsa, da prima della scrittura, e che probabilmente sopravvivranno a lungo, placidamente, anche dopo la nostra scrittura …

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4 Comments

  • Da tempo penso che si dovrebbe organizzare un incontro che potrebbe intitolarsi: “Minimalismo, lirismo, sperimentazione. Sentieri ed esperienze della poesia e della poetica contemporanee”. Questi tre mi paiono, oggi, e per i prossimi decenni, gli indirizzi fondamentali della poesia. Essi costituiscono la sintesi, una e triplice, ma potenzialmente molteplice, delle esperienze di cui siamo tutti, più o meno consciamente, eredi, e con cui dobbiamo direttamente o indirettamente misurarci, fosse pure per via di rimozione o d’elusione (e delusione, e de-lusione, gioco e stanchezza, esautoramento e riscrittura, nullificazione e ritrovata serietà del pensare e del vivere).

    La “convivenza delle poetiche” dovrebbe consistere in questo.

    Eliminiamo le invidie, i risentimenti, gli argomenti ad personam, i pregiudizi ideologici, le ripicche meschine: quel poco, quel pochissimo che resterà, residuo purificato, sarà l’autentica e vera e feconda riflessione sulla poesia.

    Riflessione che è essa stessa (meta)poesia, poesia sulla poesia, e dunque poesia a sua volta, anche se nella forma, prosastica e lirica, riflessiva e intuitiva, argomentativa e analogica, del “poème critique”.

    Multiplex unitas, ricerca essenziale della Parola – investigazione che può percorrere vie diverse, e raggiunta la sua meta momentanea ed eterna può ripartirne lungo altrettanti sentieri.

    “Non uno itinere potest perveniri ad tam grande mysterium”. Ciò che valse e vale per la religione – per la foresta delle fedi – può valere per la poesia.

    Lontanissimi dalla politica, lontani dall’ideologia – a meno che l’ideologia non si faccia essa stessa stile e linguaggio, divenendo dunque, senza più mediazioni, senza più gioghi (e giochi), poesia.

    Poesia a suo modo pura e sublime – anche “via negationis”, anche quando sia antisublime ed impura.

    Assoluto dell’essere che incontra l’assoluto della negazione.

    Nell’era digitale, possiamo buttare all’aria l’editoria, la politica, la propaganda – due forze nemiche, forse da sempre, e certo mai come nell’età contemporanea, della poesia e della sua libera, gratuita natura.

    E, allora, sfumeranno e svaniranno tante contrapposizioni che forse tali non sono.

    E’ possibile leggere e amare, ed emulare, Luzi come Sanguineti. Forse può farlo uno stesso poeta – certo possono farlo, continuando a coesistere e a dialogare per un’Opera che li eccede, due poeti, più poeti, un’infinità di poeti.

    Il sogno maudit della poesia “faite par les masses” sta per divenire – sta già divenendo – realtà. Esserne partecipi restando comunque autori, individui, persone è un destino, una delle necessità e delle sfide, che dobbiamo affrontare.

  • Ragazzi, complimenti per gli stimoli che offrite e la passione che mettete nelle cose che scrivete. Volevo brevemente inviarvi il mio sostegno all’iniziativa e anche al tempo stesso “prendere le difese” degli scrittori solitari: vi invito a non commettere l’errore di creare una divisione fra amici e “nemici”, quelli che fanno comunità e quelli “chiusi nella cameretta”, poeti buoni e aperti, poeti cattivi nella torre d’avorio. Sapete tutti meglio di me che la storia della letteratura è piena di straordinarie penne che ancora ci fanno vibrare e che per miriadi di ragioni, non sta a noi giudicare (ma a volte si è trattato di ragioni drammatiche) non hanno quasi mai messo piede fuori di casa a fare comunità, Emily Dickinson per fare solo un nome.
    p.s. cercate di coinvolgere attori capaci nella comunità, spesso il danno maggiore viene da chi non sa dare la voce adatta alle parole (neanche i poeti stessi sono sempre una garanzia….)

  • Ah, ho dimenticato di dire che se fossi ricco mi darei volentieri al mecenatismo, mettendo su un luogo tipo quello che hai descritto che non è niente male 🙂

  • Caro Gabriele,
    il tuo intervento centra a pieno un punto fondamentale. Anzi, direi: il punto fondamentale. Perché l’iniziativa di Addio alle Armi è nata proprio da questo bisogno di conoscersi, cercarsi, desiderarsi.
    Se fossi stato presente al dibattito live di Verona, ti saresti reso conto che si parlava proprio di questo.

    Ci si è confrontati su due termini apparentemente complementari – affinità e interesse – che spesso, però, generano reazioni opposte.

    Si diceva che l’affinità va coltivata, alimentata, usata per rendere fruttiferi scambi che altrimenti rimarrebbero un modo come un altro di riempire il vuoto del tempo. Ma ci siamo anche detti, per“o, che è importante coltivare l’interesse: quella pratica che mette l’esercizio della curiosità “al servizio” dell’altro e che aiuta non poco ad evitare di essere sempre tautologicamente uguali a se stessi.

    Ci si è confrontati su questi due termini perché, in effetti, la grande differenza che c’è tra comunella e comunità sta proprio lì: una comunella è un gruppo omogeneo di affini; una comunità è un gruppo eterogeneo di interessati.

    Dunque abbiamo buttato giù un paio di linee programmatiche per tracciare un percorso che sia percorribile, realistico, per cercare di trovare il modo di creare il contesto migliore per facilitare la pratica dell’interesse piuttosto che quella dell’affinità: ovvero, fare comunità piuttosto che comunella.

    Poi. introduci l’argomento del successo, della fama. Riporto qui un passaggio de Lo zen e l’arte della manutnzione della motocicletta di Pirsig:

    “non ci si consacra mai ad una causa in cui si ha piena fiducia. nessuno si mette a gridare fanaticamente che domani sorgerà il sole. quando qualcuno si dà anima e corpo […] a qualche tipo di dogma o di meta, è sempre perché essi sono un po’ vacillanti”.

    Ecco, questo per dire che qui non è in atto alcun fanatismo poetico, alcun tipo di ricerca del successo, della istituzionalizzazione.
    Per quanto mi riguarda, qui è in atto solo una voglia di mettersi in gioco e di cercare di far parte di un progetto o di qualcosa che in qualche modo trascenda il singolo – di cui non sappiamo più cosa farcene.
    La prova tangibile di quanto dico sta nel fatto che un venerdì di gennaio ho preso le ferie a lavoro, ho preso l’aereo e da madrid sono atterrato a Verona per andare a fare due chiacchiere con quei 4 geni o sfigati come me. non ho detto: uhm, vediamo: zanzotto? è morto; mesa? è morto; sanguineti? è morto; D’Elia? troppo impegnato a tenere in vita il cadavere di Pasolini. Cazzo, non ci sarà nessuno e non mi pagano nemmeno l’alloggio: non ci vado.
    ci sono andato, come continuerò ad andare ovunque ci sia almeno una persona che non sono io disposta a fare 4 chiacchiere su argomenti comuni ad entrambi.

    E la questione è proprio questa: che tutti scrivono poesia, tutti scrivono di poesia, però ognuno nella sua petrarchesca cameretta. allora, prima di imputridire tutti nelle nostre poltrone, abbiamo pensato che magari prendere un po’ d’aria ci avrebbe fatto bene.

    P2.0 non è nulla di speciale: è solo un piccolo bar “all’aperto” dove gente di passaggio a volte si ferma e ti da la possibilità di conoscerla. Fare in modo che il lavoro di ciascuno, il pensiero di ciascuno, confluisca all’interno dello stesso pentolone dove sguazziamo è l’unico scopo di questi amichevoli ritrovi.
    Se poi involontariamente quattro amici al bar riescono a cambiare le sorti del mondo lo lasciamo al caso.

    Ultima cosa: ad esser sinceri, un sottile fanatismo, almeno dentro di me, esiste, ed è quello (spero innocuo) che caratterizza tutti coloro che, quando fanno una scoperta per loro incredibile, non riescono a tenersela per loro e vogliono a tutti i costi condividerla con tutti, cercando di far capire a quanta più gente possibile l’importanza della scoperta.
    Ecco, quello che è successo a me è stato scoprire che davvero il linguaggio è in grado di cambiare la realtà, formalmente e strutturalmente. Magari questa scoperta a molti sembrerà una ovvietà; io cerco di conservarne la freschezza, come se ogni giorno lo scoprissi per la prima volta. E visto l’andazzo della Storia che pare non stia tanto bene è per me diventato importante parlare della portata del cambiamento insita nel linguaggio. Ma fino ad ora non ho mai puntato la pistola alla testa di nessuno 🙂

    Detto ciò: ti dico che almeno per il momento su P2.0 ci si sta occupando di poeti ancora vivi (ma forse non fa lo stesso effetto di quattro foto su repubblica e non si è accorto nessuno) e ti anticipo che non solo arriverà a breve una galleria di immagini che include poeti che al massimo possono essere zii, ma sto mettendo a punto un progetto che ne omaggi i versi: stay tuned 😉

    Mi sono dilungato e quindi smetto.

    Grazie per essere intervenuto e a presto
    Luigi B.

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