Dante Maffia: “Sbarco clandestino”

 

dalla prefazione di Nicola Merola

Quanto ha scritto Dante Maffia. Gli bastano i titoli dei suoi libri poetici per schizzare a beneficio di chi non li ha letti o rinfrescare a chi non li ricorda un autoritratto eloquente e veritiero. Le radici calabresi e la fioritura romana, l’ispirazione sensuale, i trasporti amorosi e l’attaccamento alla famiglia, l’eredità classica rivendicata e l’intellettualismo patito, la sincerità spietata e il narcisismo, si possono scorrere attraverso di essi, nell’intreccio delle date riconoscendo il segno di una continuità maturata nel tempo: I rùspe cannarùte, 1995, Passeggiate romane, 1979, Canzoni d’amore, di passione e di gelosia, 2002, Di Rosa e di rose, 2004, Il ritorno di Omero, 1984, La castità del male, 1993, Lo specchio della mente, 1999, Confessione, 1993, Al macero dell’invisibile, 2006.

   Prima di Sbarco clandestino, che aggiunge al mosaico noto una tessera ancora capace di sorprendere commovendo, sembrava già avessero detto tutto, di là dai titoli, i cinquanta libri di un percorso denso e movimentato, dentro e fuori della poesia, cui non sono mai mancati premi e riconoscimenti. Quanti e quali sono stati i critici, i testimoni fedeli e i prestigiosi mallevadori, dell’opera di Maffia, da Aldo Palazzeschi a Dario Bellezza, Mario Luzi, Giuseppe Pontiggia, Claudio Magris, Nelo Risi, Giulio Ferroni, Giacinto Spagnoletti, Giuliano Manacorda, Dacia Maraini, Remo Bodei, Giampaolo Rugarli, Alberto Bevilacqua, Alberto Moravia. E ciascuno di essi, in una simile abbondanza, ha potuto trovare il poeta, il narratore, il critico, lo scrittore in lingua o in dialetto, il Maffia che lo interessava davvero (anche se forse solo il suo lettore più intrinseco e tenace, Luigi Reina, è riuscito a cimentarsi con lui pagina per pagina).

   La versatilità neppure si noterebbe, con tanti poeti prestati occasionalmente alla critica e tentati comprensibilmente dal romanzo, e comunque rientrerebbe tra le prerogative di un talento naturale esuberante e indisciplinato, se non provvedessero a sottolinearla appunto le cospicue dimensioni dell’opera. Nell’intero scaffale che contiene a malapena i suoi libri poetici, Maffia è riuscito a inzeppare (e a conciliare in nube, cioè ormai in the cloud) non singole divagazioni estemporanee, ma addirittura nutriti filoni paralleli, la narrativa, la saggistica letteraria, la critica d’arte, altrettanti fronti sui quali si gioca la stessa partita spericolata. Se la prodigalità sta già scritta nel bel nome di Dante, nella versatilità non riesco tuttavia a non leggere, con un minimo di fantasia etimologica e il massimo di solidarietà intellettuale, la riprova della sua prepotente vocazione poetica, la versificazione che è nel suo destino e lo fermerà sempre un attimo prima di disperdersi nei mille rivoli della sua vitalità.

   L’ultima raccolta si solidifica e diventa libro, il che non è mai pacifico («Provvisorio come una nuvola» o «come le parole non scritte» potrebbe dirlo di ciò che più conta nella sua poesia anche Maffia e non solo l’immaginario Mahmud, uno dei tanti dei quali si fa portavoce), intorno a uno stato d’animo e questo stato d’animo prende coscienza di sé e si identifica con la tipica esperienza attuale delle catastrofi. Benché la poesia moderna sia quasi per definizione «contenta dei deserti», di terre desolate e allegrie di naufragi, e non perda di vista il «formidabil monte» che in un modo o nell’altro incombe su di essa e l’ammonisce, è più banalmente attuale l’ininterrotto trauma emotivo cui ci espongono la straordinaria tempestività delle notifiche, la vividezza delle immagini quotidianamente trasmesse dai media, i ricatti subiti dall’opinione pubblica, tanto arroccata dietro l’egoismo della privacy, quanto persino infatuata della propria umanità di fronte allo strazio universale.

   Dopo la nuova solennità dell’oratorio che dà il titolo al volume, una serie di componimenti dedicati alla tragica migrazione tuttora in corso verso il nostro paese e presentati come deposizioni rese all’autorità dai clandestini (e colte nella flagranza poetica dell’oralità e del caso: «Lo so che divago», «chissà se ci marcia»), Maffia evoca due terremoti, quello dell’Aquila e quello di Haiti, e la guerra in Jugoslavia (un’altra più breve suite), prima di tornare a volgersi conclusivamente alla più tradizionale interiorità che ha costituito il terreno privilegiato della sua fortunata ricerca precedente e ora alla catastrofe umanitaria e al trauma sociale riserva l’appassionata e vigile accoglienza già messa alla prova nel privato da una disponibilità fatalistica e provocatoria.

   Ciò che in questo modo il libro sacrifica in compattezza e in organicità immediatamente apprezzabile, lo guadagna in profondità. Come in altre circostanze, il poeta allarga temerariamente lo spettro della propria sensibilità, anzi il proprio vissuto di terminale senziente, involontario e lucidissimo homo videns alternativo a ogni progresso tecnologico, con uno sforzo ammirevole di immedesimazione, generoso e virtuosistico al tempo stesso, se la rinuncia al proprio Io lirico si traduce in una uscita da sé, in una frammentazione e in una moltiplicazione di prime persone singolari, spettacolare nella suite che dà il titolo al volume e magnanimamente riassorbita dal cuore impavido che l’ha intrapresa.

   A un primo livello, in una poesia che non assomiglia a nessun’altra, prevale la lectio facilior di una circoscritta riconoscibilità alla portata di tutti: il registro virtualmente testimoniale di tanta letteratura del Novecento (una Antologia di Spoon River disseminata in mille testi) e la visionarietà apocalittica del Pasolini di Alì dagli occhi azzurri (e prima di Brecht), qui suscettibile di rilanci al ribasso (la «Calabria Saudita») e già in precedenza destinataria di più di un omaggio da parte di Maffia: «Prima o poi dalle finestre delle case / di Roseto e di Locri /  s’affacceranno i miei fratelli / sorridendo e le acque dello Jonio / canteranno di nuovo / il canto di Nausicaa». Ma è il poeta stesso a anticipare la riconquista finale della propria sigla inconfondibile, non contro ma oltre le urgenze che incalzano e appiattiscono la nostra vita. Chi di sé, sia pure per interposta persona, può dire «vado / perdendo ogni giorno una briciola / del mio dolore diventato una pena / senza rimedio», sa da sempre che, contro ogni ricatto, prevale il principio di prossimità e che la pena sarebbe solo ipocrisia non si nutrisse del dolore personale. Per questo motivo è «Un’indecenza / l’uniformità gioconda e statuaria» e, senza averlo imparato da Steiner e dalla sua lode di Babele, ci si può augurare, in un componimento intitolato per giunta Verrà un giorno, «Che mai si parli una lingua soltanto», che sarebbe la negazione sia della poesia che dell’umanità.

   Il poeta ha insomma la meglio anche quando più imprudentemente si espone su un terreno che non gli appartiene, dove le visioni che invece gli sono proprie soffrono l’interferenza di quelle elettroniche, pur di resistere declinando paradigmi proverbiali. L’importante è che la voce prestata ai suoi martiri migranti ritrovi ogni tanto miracolosamente le tracce di una più inquieta memoria poetica: «Non mi sono voltato indietro: / sarei rimasto inchiodato alla luce / riflessa dai vetri della finestra / da cui guardavo sorgere l’alba». Oppure che la deprivazione che li stigmatizza semplicemente cessi d’avere un valore differenziale, come quando la guerra alla quale essi cercano di sottrarsi improvvisamente descrive l’ansia egoistica da cui siamo tutti afflitti: «sparano se il vento fa oscillare / le palme, se si lamenta / una lamiera contorta». All’altro estremo di uno spettro espressivo ricreato dal nulla, Maffia riesce ad attribuire in modo del tutto credibile a un suo Hamdouch uno sdegno nei confronti del Sole, nientemeno, che si potrebbe ritrovare nelle carte di Palazzeschi e già lì alluderebbe a altri patrocini: «Anche qui l’ho trovato / tale e quale, prepotente, arrogante, / stupido che non sa fare / se non il solito giro fino al tramonto».

   Per ribadire la priorità della poesia, la Suite per Belgrado si serve di un effetto di trompe-l’oeil che richiama l’attenzione sul fuoco, in tutti i sensi impertinente rispetto al tema, di un altro omaggio (qui a Ungaretti: «Mio fiume anche tu, Danubio, / e tu, Sava incorrotto, miei fiumi e mio dolore / che non si placa»). Il poeta finisce così per misurare estrinsecamente la distanza che lo separa dagli «iniqui bombardamenti della Nato» e vedersi davanti, sull’abbrivo della condanna, anche «questo muro che si pone / tra Belgrado e la mia infanzia», alla distanza perfettamente consapevole di poter opporre solo «la sottile / indecenza e malia / che sa dare lo spirito alle cose».

   Haiti procede oltre. «Io sono lontano da Haiti, la mia vita è mia», confessa a se stesso il poeta, che per giunta arriva a chiarire: «No, non voglio più ascoltare preghiere, invocazioni, / strascichi  di sogni, illibate sensazioni che spingono / alla solidarietà». A dissipare ogni dubbio sulla sincerità del pronunciamento, che pare piuttosto una posa da spirito forte (nessuno lo dice più), paradossalmente soccorre la sua confutazione nella sezione successiva. Su chi vorrebbe cavarsela dicendo che «L’Aquila è lontana, / si tratta di gente sconosciuta», si scarica l’anatema più violento: «Lo vidi all’improvviso diventare / piccolo esile piuma sporca che vola / verso la cecità dell’avvenire. E vidi / i suoi libri andare in fumo, il Po / mutarsi in sangue, e il suo cervello / diventare vermi brulicanti. / Ecco, t’invoco, L’Aquila, risorgi, / riapri gli artigli, / mostra al mondo / il tuo indomito arcobaleno».

   La libertà di giudizio, irrinunciabile innanzitutto per la poesia, consiste insomma nella capacità di distinguere tra due lontananze, quella geografica e culturale, artificialmente superata dalla modernità dei mezzi di comunicazione e dal politicamente corretto, e quella dell’egoismo personale e della miopia, che non sente come propri i valori della storia e dell’arte, cioè della prossimità antropologica e della pietas corrispondenti, e non se ne lascia ridurre, perdendo così anche l’occasione di cogliere la spaventosa universalità dell’orrore. «Io sono inerzia che s’adira», può rivelare infatti il terremoto alla bambina con la quale dialoga, combinando una poco peregrina suggestione leopardiana con la deriva favolistica alla quale indulge l’onirismo di Maffia.

   Nessuno si meraviglierà, se il libro acquisisce la sua fisionomia autentica nell’ultima parte, quando l’autore ha ormai sciolto il suo voto e rientra nel territorio che gli è più familiare, dove il poeta è sovrano incontrastato, tutte le parole e persino i rumori gli appartengono di diritto, non ci sono più obblighi di rappresentanza. La serietà si può allora allentare, come un colletto, e alle cose è restituita visibilità: «La cucina invasa dalle mosche – sul tavolo / briciole due banconote bottiglie / mezzo piene una grattugia un cavatappi / due pentole un pettine – un pettine / in cucina?, Dio, ma questa… / in una cesta la frutta già andata un binocolo / e tovaglioli accartocciati… sporchi, Dio che schifo… / la puzza è proprio forte apriamo la finestra?».

   Avrei buon gioco ad additare nell’estro manieristico del sonetto ultrapoetico Visita al meleto di Agliè Canavese o della parodia gozzaniana Brancaleone, visita alla casa che ospitò Pavese i punti più alti dell’ultima parte (ambedue nei «Versi sparsi») del libro di Maffia. Non gli renderei però un buon servizio. La sua bravura non è una novità e soprattutto non costituisce un obiettivo adeguato per un’ambizione che è pari solo alla sovrana nonchalance del predestinato e al temperamento che la sostiene. Sacrificherò piuttosto il mio patriottismo di prefatore e, rinunciando a proclamare unicità e primati, assegnerò Sbarco clandestino a un’altra già esibita versatilità di Maffia, che non è solo un poligrafo all’antica, ma della poesia degli ultimi quarant’anni ha incarnato l’ossimorica convergenza di un trasporto quasi orfico, la parola che redime le minime occorrenze della vita, e del disincanto più laico e spregiudicato. Va da sé che «dacci oggi la nostra poesia quotidiana», oltre che un programma, rimane una preghiera. Che la preghiera sia stata ancora esaudita, questa è una notizia, alla quale spero di aver saputo preparare il lettore.

ps

Aggiornate informazioni bibliografiche su Dante Maffia sono reperibili nel fascicolo speciale, Per Dante Maffia. Saggi, testimonianze e nota bio-bibliografica, che gli ha dedicato «Periferia», 2008, XXVII (n.s.), n.69 (2).

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