un tale, una tale – tra oralità e scritture n.5: Sa di essere ascoltata la voce

 

[Come avrete visto i testi ospitati per la rubrica riconducono a posizioni sull’idea di oralità molto differenti tra loro e anche differenti dalla mia. Vorrei che qui emergessero tutte le posizioni possibili e non ho nessuna intenzione di fare ordine, almeno per il momento. Come dire: attraversare il territorio senza mappa perchè sia possibile, un giorno, disegnarne una.
Tra oralità e scrittura : molti poeti, critici e scrittori ne stanno scrivendo, e ciascuno a modo suo, parla liberamente per sè.
Molti altri saranno man mano invitati a farlo nel modo più trasversale possibile e senza sbarramenti. La rubrica è appena nata e finora abbiamo ospitato gli interventi di Umberto Fiori, Gabriele Frasca e, qui sotto, Antonella Bukovaz.
La rubrica ha una cadenza quindicinnale e cade il mercoledi.  (Ida Travi) ]

 

di Antonella Bukovaz

Museo della Radio di Tuglie (Lecce)

È la prima volta che scrivo qualcosa intorno all’oralità riflettendo sulla mia poesia e mi accorgo di pensare alla voce come a un vassoio sul quale pensieri e parole compongono una disposizione ordinata per essere offerta. E solo quando la parola è offerta per essere presa, assaggiata, masticata, deglutita e digerita, trova un senso e una vita. Allo stesso tempo so che non è sufficiente porgere la voce, metterla lì. Ho bisogno della materia del corpo, di un gesto di sparizione e nascita allo stesso tempo.

Così resto seduta e sono
nel volo della poiana seguo
il prato con gli occhi fino
a sparire frusciando nel bosco
e il bosco soffiando nel ruscello e ogni cosa
insinuandosi nella cosa confinante
e i confini tra le cose ingoiano se stessi
sibilando un rumore veloce e chiaro.
Che sia chiaro! Tutto alla scomparsa
si infila nel proprio suono!

Quando ho cominciato a scrivere, è stato pochi anni fa, la cosa che mi dava più gioia era rileggere ad alta voce. Era un nuovo piacere che veniva dal corpo e ne ero affascinata. Era un piacere che scorreva. Per questo stesso motivo non avevo nessuna intenzione di leggere ad un pubblico.

Se qualcuno ascolta la mia si crepa
non è come scrivere che è come camminare
sa di essere ascoltata la voce
la rosa non sa di essere guardata.

Poi, non so come, è diventata una necessità. Era come se mi fossi caricata della mia stessa sonorità, una forma di consapevolezza sonora, e avessi bisogno di scaricare, di risuonare nell’ascolto.

Mi è subito sembrato un ritorno e le letture sulla poesia sonora, sulla tradizione orale, sulla funzione profetica e magico-liturgica della poesia e la potenza creatrice della parola hanno solo confermato che ero a casa.

Mentre scrivevo Canto per linguesconfinate roteando come un derviscio intorno alla mia lingua madre ho ritrovato odori e suoni, non perché li avessi dimenticati ma perché non avevo mai permesso che mi consolassero.

Impasto mederjavka
uova luštrik moko an mlieko
per risentire l’unica voce che mi appartiene.

Parlo dal bordo in me razume samo
chi diserta la linea immaginaria
e gode di suoni incomprensibili.
Parlo dal fondo dov’è l’amaro e inizia la gola
e i suoni slavi compongono il mondo
che appena mi consola.

I ricordi sonori mi definiscono, mi specificano. Il suono continua nel tempo sovrasta il significato persuade con la sua tenacia anche la memoria visiva. Il mio più intimo riferimento sonoro è la voce di mia nonna Olga che prega il rosario in sloveno. Si pregava tutte le sera a casa della nonna, seduta vicino alla stufa, leggermente piegata, la testa inclinata, era come protesa a rincorrere la preghiera. Ricominciava che noi non avevamo ancora finito la nostra parte. Era proprio un rincorrersi fino al canto finale.

Nella nenia ininterrotta dei rosari serali
era la preghiera della tua sonorità
un paesaggio di sinfonie germinali
ascoltavo che ero bambina
su una panca dura nell’attesa del canto finale
e addormentarsi era il rituale
che mi dava fioritura.

Ho bisogno di stare nel respiro, nel ritmo che compongono il corpo e i versi insieme. E in questo viaggio che fa la parola tra suono e senso, non mi importa del comunicare. Il lavoro sul significato è già concluso, è diventato solo un margine. Sto in bilico sulla voce, tesa tra il suo quotidiano e il suo continuo rinnovamento.

Un altro passo è stato memorizzare i testi. Le poesie dei miei poeti preferiti e poi, le mie. Le imparo quando guido, viaggiando o anche solo spostandomi per pochi chilometri. Ormai l’abitudine, che ci ha consegnato il cellulare, di vedere le persone che parlano da sole, mi mette al riparo da chi potrebbe pensare a una pazza che guida parlando. Usare la memoria non è stato attivarsi per la conservazione, come faceva Nadežda con le poesie di Osip durante la persecuzione perché non andassero perdute. È stato attivarsi per essere quei versi da dentro, per mangiarli, per infilarsi nel loro cuore, per trovare quel senso sottile, più leggero del significato, tanto da essere portato dalle vibrazioni sonore della voce.

Esito ancora a stare nella materia pesante e pulsante composta da persone in ascolto. Esito e resto in bilico. Intanto dondolo. Mi piace.

Parlo te
a te ritorno
a ogni passo
compone il suono
tra le macerie un senso.


Antonella Bukovaz, originaria di Topolò-Topolove, borgo sul confine italo-sloveno. Ha partecipato a rassegne di arte contemporanea in Italia e in Slovenia e si dedica prevalentemente alla poesia e all’interazione tra parola, suono e immagine in forma di lettura, videopoesia, video-audioinstallazione e teatro in collaborazione con musicisti e video artisti. Collabora alla realizzazione di Stazione Topolò – Postaja Topolove, vive a Cividale del Friuli.

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