Parola ai Poeti: Sandro Montalto

 

Qual è lo “stato di salute” della poesia in Italia? E quello dei poeti?

Credo che lo stato di salute della poesia in Italia sia buono, in realtà. La mia esperienza di lettore, di consulente editoriale e di bibliotecario mi dice che c’è un flusso costante di poesia consumata; certo è più quella che viene scritta di quella che viene letta, ma ciò non significa che non sia letta, anzi. Il problema semmai è la dimensione pubblica: molto raramente un amante della poesia che non ne sia anche autore ne parla in pubblico, o con gli amici; e d’altra parte librai, editori e bibliotecari non brillano né per preparazione né per iniziativa, preferendo assecondare bovinamente quella che è (credono sia) la volontà della massa. In realtà credo che valga per la poesia ciò che vale per la musica: sarebbe oltremodo stupido dire che occorre ascoltare solo la classica, anche perché si commetterebbe un grave errore storico identico a quello di chi la rifiuta; bisogna piuttosto coltivare e insegnare una sana commistione di stili, una efflorescenza di proposte, letture ed ascolti trasversali. Solo così, con la consapevolezza di cosa sia davvero l’esistente e di quali solidi ma inattesi legami l’arte abbia con la vita di tutti i giorni, riusciremo prima o poi a realizzare una scrittura (e una lettura!) consapevole, responsabile, dunque civile.

Inoltre c’è da dire che chi come me legge in certi anni anche duecento volumi di poesia, per piacere o per senso del dovere (accettate così questa espressione che dovrei in realtà specificare meglio), sa che i buoni autori non mancano affatto, né le proposte originali o la consapevolezza di ciò che si va facendo. A mancare sono il confronto, la discussione, e spesso la tenacia, la voglia di far emergere non la propria ininfluente persona ma la poesia, ciò che si ama (evidentemente, i poeti di solito amano se stessi, e non la poesia). Chi nega questa qualità diffusa lo fa sempre per meccanismi di potere, di casta (per conservare o guadagnare rubriche, cattedre…), o per affascinare gli stupidi che – ce ne sono ancora, basta andare a certi festival o fiere del libro – amano farsi bacchettare da individui intenti a pronunziare frasi oracolari e senza costrutto né contenuti, tranne un serpeggiante misantropia. Oracoli viventi che poi, e potrei produrre le prove, possono distrarsi e parlare bene a pagamento di alcune delle stesse persone che hanno maltrattato quando le credevano prive di risorse politiche, editoriali o economiche.

Lo stato dei poeti è invece, appunto, pessimo: direi che quasi tutte le cartelle cliniche parlano di egocentrismo patologico, ignoranza paurosa, egolalìa anale, tentativi di cannibalismo, tentativi di depressione contagiosa, schizofrenia, invidia ulcerosa, smarrimento stuporoso. Fortunatamente le eccezioni, anche se pochissime, ci sono, e brillano parecchio.

Rimarrebbe da discutere circa la necessità di un filtro, da parte di editori, lettori preparati, critici onesti (per non parlare naturalmente del senso autocritico… e per non parlare soprattutto della scuola!), capace di setacciare, scartare la molta paccottiglia che gira e valorizzare così i migliori autori. Ma se mi lanciassi in questa discussione darei l’impressione di lodare i tempi andati, i quali invece non vanno lodati un granché a mio parere: spesso i migliori sono emersi perché la coincidenza ha voluto che fossero anche coloro i quali detenevano poteri particolari; i bravi poeti senza arte né parte sono stati riscoperti molto dopo, o mai, ciò accadeva un tempo come adesso. Il tempo non è molto gentiluomo come tutti fanno mostra di credere: se probabilmente cancellerà il peggio, difficilmente farà emergere il meglio oggi sommerso.

La mia personale esperienza è quella di una persona che ha letto un numero elevatissimo di volumi di poesia, e ha conosciuto centinaia di autori per telefono, per lettera o personalmente; ebbene credetemi se dico che di tutte queste persone forse una decina non mi ha mai deluso tirando fuori prima o poi una disgustosa supponenza, o la richiesta di un favore poco lecito, o la richiesta di essere a favore di qualcuno e dunque contro qualcun altro per logica di squadra. La cosa triste è questa, siccome la poesia sta bene, ma siamo noi persone a crearla, veicolarla e digerirla.

 

Quando hai pubblicato il tuo primo libro e come hai capito che era il momento giusto? Come hai scelto con chi pubblicare? Cosa ti aspettavi? Cosa ti ha entusiasmato e cosa ti ha deluso?

Scrivo poesia e altro da quando sono bambino, ricordo che cercavo una forma che non fosse però quella proposta dalla scuola o dalla prassi. Cercavo qualcosa di musicale (non a caso sono un musicista…). Nel 1998, avevo 20 anni, ho fatto una selezione del materiale già preselezionato, cercando aspetti autentici della mia voce; poi, essendomi trovato davanti a materiale molto diverso che però sentivo egualmente mio, ho capito che dovevo indagare cosa i testi mi dicevano a livello di organizzazione, ossia di silloge (ritengo ancora oggi l’organizzazione di una silloge uno degli elementi principali per capire la voce di un poeta). Succede che senti che un certo lavoro ha esaurito un ciclo, o meglio lo ha completato. Così iniziai a dividere in tre gruppi questo materiale, e quello che sentivo più urgente, infatti si aggregò subito, andò a formare il primo libro Scribacchino, uscito nel 2000 presso le Edizioni Joker che ho scelto siccome è stato l’unico editore tra quelli a cui mi ero rivolto ad avermi fornito una lettura approfondita del lavoro e intelligenti suggerimenti di editing (e non tre giorni dopo l’invio del testo…). Poi, nel tempo, mentre scrivevo e scartavo altro, si sono addensati altri due gruppi che hanno generato il poema Esequie del tempo (Manni 2006) e Il segno del labirinto (La vita felice, 2011) la raccolta trasversale che non a caso contiene testi composti tra il 1994 e il 2008.

Ho sempre amato poco la pubblicazione di singoli testi, che senza una architettura generale mi paiono smarriti. Ho raramente accettato le gentili offerte di pubblicazione, quando ho iniziato a “testare” poesie tutte provenienti da una unica raccolta (essenzialmente la terza). Ora sto pubblicando poesie in alcune riviste e in edizioni d’arte che provengono tutte dalla quarta raccolta, che in realtà è già pronta ma resterà in quiete per un po’.

L’entusiasmo non è una componente importante della mia psicologia, non lo è mai stata. Delusioni vere e proprie non ne ho avute, dai miei libri di poesia, siccome le delusioni vengono dalle persone: se fai un libro per le persone puoi rimanere deluso, se lo fai (o credi di farlo) per la poesia e lavori bene non può succedere. Secondo alcuni puoi rimanere deluso dalla tua poesia rileggendola tempo dopo, ma credo che se hai lavorato con coscienza quello è il tuo prodotto di quel momento: puoi accettarlo o no, riproporlo o no, ma è un prodotto genuino, non può in senso stretto deluderti.

Se tu fossi un editore cosa manterresti e cosa cambieresti dell’editoria poetica italiana? Cosa si aspettano i poeti dagli editori?

Mi è difficile rispondere, e brevemente, perché da molti anni collaboro con gli editori e da alcuni anni ne dirigo uno. Non vorrei qui dilungarmi. Dirò solo che un buon editore di poesia deve garantire un comitato che valuti davvero e attentamente le opere, direttori di collana che selezionino (l’editore e la collana devono in qualche modo “garantire” per il testo), poi una cura del testo e della grafica. E infine, per quanto possibile, una diffusione e promozione; che non significa locandine, presentazioni in ogni dove (con tre persone di pubblico) e roba del genere, ma il tentativo di inserire il libro in una corrente a lui propizia, e quello di farlo leggere a chi lo potrebbe capire.

Purtroppo, però, va anche detto che se di editori incapaci è piena l’Italia, anche i poeti non hanno idea di cosa sia l’aspetto editoriale del loro lavoro. Nella mia esperienza ho trovato autori semianalfabeti che si ribellavano a qualsiasi correzione (e che ovviamente sono rimasti inediti), autori più interessati alla grafica della copertina che alla cura del testo, e soprattutto autori che non hanno idea di cosa costi stampare, curare (lettori, grafici etc. lavorano gratis?), diffondere e pubblicizzare. Certo l’editore deve fare l’editore, noi poeti lo diciamo sempre, ma se lo facesse nel senso in cui lo intendiamo (ossia di valutazione ed eventuale accettazione totale dei rischi) di poeti non ne pubblicheremmo proprio. Sono un po’ stufo di poeti che ti portano il loro libro e si atteggiano a quello che ti fa un favore consegnandoti l’ultimo best seller… Forse gli editori dovrebbero fare un bel prospetto dei costi, una spiegazione di come i distributori, le librerie e i giornali decidano per loro e non viceversa, e diffonderlo. Di quanto però gli editori (certi editori) investono in termini di lavoro e denaro, anche per la poesia, nessuno parla, chissà perché. La pratica della cosiddetta (e detta molto male) “editoria a pagamento” è normalissima, non c’è nulla di male, a patto che l’editore garantisca (oltre a richieste accettabili) le cure di cui parlavo prima. Poi, è naturale, con certi autori la scintilla del dialogo non si innesca, o sorgono problemi tecnici, ma è fisiologico.

C’è anche chi fa ottimi libri di poesia sobbarcandosi completamente le spese, certo, ma sono editori che pubblicano pochissimi libri, spesso con diffusione nulla. Sono scelte sulle quali non voglio intervenire, ma sono diverse dalle mie. Se crediamo, come credo, che la poesia debba vivere di confronto oltre che di interiorizzazione, occorre ogni anno proporre un certo numero (ragionevole!) di poeti (e non solo poeti, ovviamente) cercando di creare una comunità. Come questa comunità fatichi a crearsi innanzitutto per l’ottusità e gelosia di molti poeti che si scontra con gli sforzi di alcuni critici ed editori, poi, è un’altra storia… Penso che i poeti debbano reimparare l’umiltà e lo spirito di collaborazione. Forse, visto lo schifo della grande editoria, avrebbero tutto da guadagnare.

La poesia di domani troverà sempre maggiore respiro nel web o starà in fondo all’ultimo scaffale delle grandi librerie dei centri commerciali? Qual è il maggior vantaggio di internet? E il peggior rischio?

Sono un fruitore del web irregolare, ma mi sono reso conto che siti letterari gestiti come serbatoi di idee (interviste, questionari, confronti, letture a più voci etc.) e non come siti pubblicitari o solo di vendita, e nemmeno di mera pubblicazione di liriche, possono essere una delle chiavi per tornare ad un aspetto comunitario della poesia (della letteratura!). Ho però osservato che molti siti rendono irreperibili i materiali dopo poco tempo, denunciandosi così figli della civiltà del consumo. Inoltre mi pare che molti poeti e critici non amino questo confronto “orizzontale”, nel quale i tempi e i modi non sono decisi unilateralmente. Infine, troppi si sono presentati come paladini della poesia, spesso della giovane poesia, e poi hanno usato la rete per sovraesporre il proprio lavoro.

In ogni caso trovo che il web sia una risorsa preziosa, soprattutto per la distribuzione delle idee e i tempi brevissimi, anche se ha già creato caste, masnade varie, etc. Soprattutto non deve sostituirsi alla lettura del libro, siccome resto convinto che l’oggetto-libro porti con sé tutto un cascame psicologico che giova alla letteratura.

 

Pensi che attorno alla poesia – e all’arte in genere – si possa costruire una comunità critica, una rete sempre più competente e attenta, in grado di giudicare di volta in volta il valore di un prodotto culturale? Quale dovrebbe essere il ruolo della critica e dei critici rispetto alla poesia ed alla comunità alla quale essa si rivolge?

In parte credo di avere già risposto. Intendiamoci, non nutro grandi speranze siccome gli individualismi trionfano sempre sull’individualità, tuttavia l’unico sforzo sensato mi pare quello che miri ad una condivisione.

 

Il canone è un limite di cui bisognerebbe fare a meno o uno strumento indispensabile? Pensi che nell’attraversamento della tradizione debba prevalere il rispetto delle regole o il loro provocatorio scardinamento?

Un canone è un meccanismo ad esclusione, dunque di potere, un procedimento reazionario, intriso di convenienze personali e, in senso lato, politiche. In quanto tale mi pare sempre pernicioso, sia per quanto riguarda l’oggi, sia per quanto riguarda il passato siccome se è evidente che la quasi totalità dei “grandi” come oggi noi li consideriamo sono tali,  questo giudizio è figlio di tempi che mutano, e soprattutto per ogni grande del passato giunto a noi sappiamo poco o nulla di coloro i quali nel canone non sono entrati. E invece la poesia è e deve essere qualcosa di permeabilissimo, un fine e non un mezzo, oppure un mezzo solo se il fine è l’uomo.

Harold Bloom stesso in qualche modo ci fa capire che ogni grande opera, se in quanto tale può entrare a far parte del canone, deve contenere come suo componente intrinseco l’elemento “controcanonico”, la cui presenza non a caso sentiamo chiaramente ogni volta che ci capita davanti un buon libro del passato o del presente; mi pare una chiave interessante.

Oggi la cosa si è fatta ancora più volgare, siccome poeti vivi, operanti e non così anziani sono già in certi “canoni” in virtù delle loro collaborazioni editoriali o altre cose più subdole. Ma credo che anche questo stia cambiando: si nota che molti poeti di valore non stanno più corteggiando le cosiddette grandi case editrici. Per quanto riguarda gli altri facciano pure: vivendo da lacchè moriranno lacchè.

Detto questo, non mi preoccuperei troppo: da una parte la piccolezza di chi crea la maggior parte dei canoni oggi è tale che essi, come si vede, durano 5 anni; dall’altra ci sono tanti canoni in giro che finiscono per annullarsi a vicenda.

 

In un paese come il nostro che ruolo dovrebbe avere un Ministro della Cultura? Quali sono, a tuo avviso, i modi che andrebbero adottati per promuovere la buona Letteratura e, in particolare, la buona poesia?

Non credo serva un ministro, ma buoni insegnanti. Certo, non avere un ministro che scrive stronzate simil-poetiche sulle riviste femminili aiuta…

 

Quali sono i fattori che più influiscono – positivamente e negativamente – sull’educazione poetica di una nazione? Dove credi che vi sia più bisogno di agire per una maggiore e migliore diffusione della cultura poetica? Chi dovrebbe farlo e come?

Il pessimo insegnamento è frutto dell’ignoranza e pigrizia di chi insegna, certo, e ci metto anche gli “intellettuali” che quotidianamente abdicano rispetto alle loro funzioni e responsabilità. Ma l’educazione alla poesia, se così ci si può esprimere, credo sia e debba essere nei suoi momenti più importanti una cosa privata, che non si può insegnare ma solo, ed entro certi limiti, trasmettere. Probabilmente la difficoltà a far passare la poesia dipende dall’analfabetismo emotivo che tutti oggi viviamo, e che trasmettiamo, quello sì, ai nostri figli.

Il poeta è un cittadino o un apolide? Quali responsabilità ha verso il suo pubblico? Quali comportamenti potrebbero essere importanti?

A mio modo di vedere il poeta è una persona come tutti gli altri; quando vedi un geometra mica dici “sai, quello è un geometra…” e allora non va fatto nemmeno con il poeta, che deve essere un cittadino normale, se possibile ancora più normale degli altri, a strettissimo contatto con le mille questioni della quotidianità e il più possibile lontano da ogni stupido bovarismo o maledettismo (due eccellenti modi per non significare nulla e non essere utile a nessuno).

Un poeta deve essere sempre civile, nel senso che deve occuparsi sempre della convivenza su questa terra, della lettura del mondo in cui siamo; dopo di che può fare poesia politica, o psicologica, o tesa alla sopra citata rialfabetizzazione emozionale etc. L’importante è che non scelga di non servire a nulla facendo una poesia melensa e sentimentale, o di quel tipo di scurissima sperimentazione che trova in sé stessa la propria funzione e le proprie regole (quando ne ha).

Detto questo credo che l’unica responsabilità del poeta nei confronti di chi lo legge sia la sincerità della parola, la chiarezza, il contributo alla coscienza sociale e civile; come detto, nelle moltissime forme possibili.

Credi più nel valore dell’ispirazione o nella disciplina? Come aspetti che si accenda una scintilla e come la tieni accesa?

Non vorrei essere banale ma l’aforisma secondo il quale il talento è 10% ispirazione e 90% sudorazione mi pare sempre la migliore risposta. Verdi, a chi gli chiedeva quale fosse il segreto del suo genio, rispondeva: “lavoro, lavoro, e poi lavoro”.

Che poi l’arte sia spesso un punto di contatto con il proprio inconscio mi pare pacifico, ma – scusate l’abuso di citazioni – mi torna utile la definizione di Tommaso Ceva: la poesia come “un sogno fatto alla presenza della ragione”.

Questo per quanto riguarda l’ispirazione; quanto alla disciplina credo che la scrittura debba trovare un accordo tra la necessaria abnegazione e la fuga da un’idea di lavoro, di mestiere. La scrittura è semmai simile ad uno sport: l’allenamento, quel tipo di disciplina, è senz’altro indispensabile.

Quanto alla mia scintillina, siccome ho pochissimo tempo per scrivere negli anni ho imparato a riconoscere il momento (sempre più raro) nel quale mi urge scrivere qualcosa (poesia, prosa, teatro, saggio, aforisma… per me non vi è praticamente nessuna differenza a livello di scintilla e di scrittura) e a mandare a mente se in quel momento mi è del tutto impossibile scrivere (lanciato in autostrada per una prova, al lavoro, al bagno…), oppure a scrivere in condizioni anche proibitive. Ma, siccome come ho detto credo che scrivere e vivere debbano essere la stessa cosa (a livello di quotidianità, ossia all’opposto di ogni idea di vita come arte!) se la scintilla non viene la cosa non mi dà alcuna noia, e può accadere per settimane: ho molto altro nella mia vita! Ma ciò che mi dice che la scintilla è autentica è che quando nasce e persiste per un po’ nella mente devo assolutamente scrivere.  In ogni caso ho verificato, su di me e sugli altri, che non disporre di troppo tempo ed agio per scrivere di solito aiuta la qualità di ciò che si produce.

Scrivi per comunicare un’emozione o un’idea? La poesia ha un messaggio, qualcosa da chiedere o qualcosa da dire?

Penso che distinguere tra emozione e idea sia un grave errore, siccome solo la fusione delle due cose mi pare possa garantire un impatto realmente efficace sul mondo. La poesia può cambiare il mondo? Certo, ma come dopo la caduta di una foglia o l’infrangersi di un bicchiere il mondo non è più esattamente come prima.

Allo stesso modo, nel medesimo istante una poesia deve chiedere e dare, altrimenti diventa strumentale.

Cosa pensano della poesia le persone che ami?

Sostanzialmente permettono che io ci conviva senza disturbarmi né criticarmi. Quasi nessuno dei miei amici più stretti, ossia quelli che vedi e senti con una certa regolarità e con i quali hai magari un bel passato comune, ha letto ciò che ho scritto, assistito a miei spettacoli teatrali o ascoltato mie musiche (non parliamo ovviamente del resto). Ma a me non disturba affatto: ho amici scrittori che conoscono molto bene ciò che faccio, e con loro scambio certe energie; con gli altri ne scambio altre. Il mondo è grande…

 

Sei costretto a dividere il tempo che più volentieri dedicheresti alla poesia con un lavoro che con la poesia ha davvero poco a che fare? Trovi una contraddizione in chi ha la fortuna di scrivere per mestiere? Come vivi la tua condizione?

Sono molto felice di fare una serie di mestieri che, anche se in alcuni casi potrebbe sembrare il contrario, non hanno niente a che fare davvero con la scrittura creativa: il bibliotecario, il consulente editoriale, l’insegnante di musica e compositore, oltre allo studente e altre cosine. Secondo me è vitale capire che pur di scrivere stai rinunciando a due delle tue sei ore di sonno, a una bella serata, a una pausa-pranzo con tranquilla lettura del giornale. Mi pare come una garanzia.

La complessità del reale è ciò che mi affascina, e non potrei mai scrivere solo poesia e non anche teatro o saggi, o musica, o recensioni per giornali e riviste (anche se questo tipo di impegno è talvolta più noioso, e dunque lo sto rallentando).

Cosa speri per il tuo futuro? E per quello della poesia? Cosa manca e cosa serve alla poesia ed ai poeti oggi?

Mentre il resto della mia produzione, che ha una sua piccola ma fedele audience (soprattutto quella teatrale) ed è più legata alle contingenze, mi piacerebbe arrivasse a più persone e fosse maggiormente preso in considerazione, sinceramente faccio poesia senza alcuna motivazione che non sia appunto l’urgenza e la speranza che essa possa servire (userò un termine che non mi è proprio) all’inconscio collettivo, e in un tempo che non so sperare e immaginare. E’ una condizione difficile da descrivere. Scrivo poesia come una cosa fuori dalle categorie normali, e infatti quando pubblico un libro di poesia ne mando qualche copia ad alcuni amici, poi non faccio quasi nulla e vedo se qualcuno se ne occupa. E’ una strategia suicida, lo so bene, e non la consiglio a nessuno degli autori che seguo, ma viviamo di strani equilibri, e rispettarli spesso è una buona idea.

Ciò che manca alla poesia è alla fine di tutto la fiducia: tanto chi scrive e mette nel cassetto quanto chi scrive e subito inizia intrallazzi per essere considerato non crede davvero nella forza della poesia, che ha vie sue, imprevedibili. Manca quindi coraggio, spregiudicatezza, rispetto e soprattutto libertà.


Sandro Montalto è Direttore Editoriale delle Edizioni Joker e direttore delle riviste «La clessidra» (rivista di cultura letteraria) e «Cortocircuito» (semestrale di cultura ludica). È redattore e collaboratore di molte altre riviste letterarie; scrive inoltre in volumi collettanei e su alcuni giornali. Fa parte della giuria di alcuni premi letterari, ed è giurato e direttore tecnico del premio internazionale di aforistica “Torino in sintesi”.
Ha pubblicato tra raccolte di poesia, volumi di saggi su autori contemporanei e del passato, sillogi aforistiche, opere teatrali. Ha curato molti volumi, tra i quali Umberto Eco: l’uomo che sapeva troppo (ETS, Pisa 2009), Fallire ancora, fallire meglio. Percorsi nell’opera di Samuel Beckett (Joker, Novi Ligure 2009) e Temperamento Sanguineti (libro + DVD; Joker, Novi Ligure 2011; con Tania Lorandi). Ha inoltre ideato alcuni libri-oggetto tra i quali l’Aforismario da gioco (Edizioni Joker, Novi Ligure 2010).
Attivo nel mondo della ‘Patafisica, è Reggente del “Collage de ‘Pataphysique”. E’ vicepresidente dell’Associazione Italiana per l’Aforisma.
Come musicista, è attivo in qualità di direttore e compositore.
Ha pubblicato anche diversi scritti di argomento musicale e cinematografico su riviste specializzate.
Svolge la professione di bibliotecario.

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1 Comment

  • e’ una delle più belle e oneste interviste che abbia letto sui problemi della poesia. soprattutto chiarificatrice di molti dei meccanismi editoriali e per questo utile alla riflessione di tutti. fuochi preziosi mi sono sembrati i pareri sulla pubblicazione sfrenata, sul dovere di cura editoriale e l’insistere sulla necessità per il poeta di partecipazione attiva alla vita collettiva e di condivisione e confronto continui.
    annamaria ferramosca

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