Fabiano Alborghetti legge Kobarid di Matteo Fantuzzi

 

Kobarid

Matteo Fantuzzi

2008, 72 p.

Editore Raffaelli

di Fabiano Alborghetti, già su VDBD

L’identità dei figuranti spogliati in Kobarid di Matteo Fantuzzi sono solidi, riconoscibili, non occorre una percezione istintiva per nutrire lo sgomento per mezzo del quale li scopriamo: si palesano infatti come in una disastrosa (e spostata) purezza che odora di deriva, di stoica cecità del singolo quanto di miracolosa fragilità fluttuante.

Ho usato la parola figuranti non a caso: chi ha voce è al margine, in leggera ma continua pendenza verso la sconfitta. Sono  emblemi della precarietà assurta a spessore. Ognuno si palesa protagonista del proprio stare in secondo piano.

Fantuzzi usa una condizione immaginativa (una finzione narrativa, volendo semplificare) necessaria per contrapporsi alla drammatica realtà. Il risultato è un amaro vestito di paradosso e di una involontaria comicità.

Arthur Koestler che nella sua opera L’atto della creazione evidenzia come nelle scoperte è sempre presente la polarità logica: l’intuizione e l’intuizione logica ed apparentemente sembrerebbero simili. Scrive Koestler:  (…) ad una estremità della scala, scoperte che sembrano dovute al ragionamento logico più o meno conscio, e all’altra estremità intuizioni subitanee che sembrano emergere spontaneamente dal profondo dell’inconscio” (Koestler, 1964, p. 110).

Nella tragedia involontaria esposta da Fantuzzi, la comprensione del situazionalismo di chi è in primo piano avviene con le medesime modalità: da un lato il “due più due” di quanto è nel testo, un percorso apparentemente rigoroso per mezzo dell’immersione; dall’altro vige invece la sorpresa e la coscienza di tutt’altro stato di cose e fatti, un mettersi al di fuori del mondo per vederlo (o mostrarlo) meglio. Nel mezzo è il personaggio involontario, il contrasto tra l’impassibilità e incoscienza dell’omino e la ferocia dell’avvenimento da cui viene travolto e non importa se è la bambina cui vengono tirate le arachidi (dimmelo mamma – pag. 17) oppure non già la voce narrante in Vederti dalla web cam (pag. 30) quanto la figura del defunto che subisce, apparentemente figura assente eppure fulcro esatto dell’indicibile presenza, non importa se è il disperato “uomo comune” di Confini della casa (pag. 39) che piange per la propria inconfessabile inadeguatezza di mezzi, non importa nemmeno se è “l’eterna aspirante” di Alla fine l’inquadratura non l’ho avuta (pag. 49): nel mezzo è sempre quella data incoscienza invulnerabile dell’omino contrapposta alla “normalità vigente” cui noi saremmo abituati.

Ogni poesia è una voce, tutte le voci sono il decalogo di una disfatta. Non a caso la raccolta viene titolata, Kobarid, ed è l’autore stesso a spiegarne il significato: è il nome slavo della città di Caporetto (oggi in territorio sloveno), luogo di una delle maggiori disfatte della storia italiana, avvenuta durante la prima guerra mondiale, una disfatta nella quale l’esercito era composto quasi solo da giovani e giovanissimi connazionali illusi dai propri generali di potere vincere con facilità i propri avversari e invece protagonisti di un vero e proprio massacro.

Nel linguaggio comune è rimasta l’idea “di una Caporetto” ad identificare qualcosa di disastroso, così come disastrose sono le vicende narrate (conosciute o meno) che riguardano i giovani d’oggi, microstorie che nel loro insieme raccontano tutto il disagio, la frustrazione, la disperazione, l’alienazione e la mancanza drammatica di futuro che impregna l’Italia.
Il libro si conclude con un testo dedicato alla strage alla stazione di Bologna del 2 Agosto 1980, che sarà il tema del mio prossimo libro, dove cercherò di raccontare quella terribile vicenda della nostra storia più recente sempre attraverso una poesia che cerca attraverso la prosa di descrivere la realtà con una volontà sociale, oltre che civile”.

Rimando infine – per una analisi minuziosa non priva di intuizione di rara intensità, alla densa e lucidissima postfazione a firma di Gilberto Finzi in calce al volume.

 

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