Parola ai Poeti: Matteo Fantuzzi

 

Qual è lo “stato di salute” della poesia in Italia? E quello dei poeti?

Lo stato di salute della poesia è buono, o quantomeno discreto perché continuano ad uscire dei buoni libri, “Fabrica” di Fabio Franzin ma anche “I mondi” di Guido Mazzoni sono libri di buon livello che fanno ben sperare per il sistema generale che comunque mantiene ottimi autori anche tra quelli oramai “consacrati” penso a De Angelis ma anche all’ultimo Piersanti che ho trovato davvero centrale nella sua opera. Poi Santagostini, D’Elia… La poesia sta bene, lo stato di salute dei poeti è il solito: benzodiazepine e antidepressivi, molta ansia, emergenza di arrivare, pubblicare a qualsiasi costo, arrivismo, leccaculismo. Niente di nuovo.

 

Quando hai pubblicato il tuo primo libro e come hai capito che era il momento giusto? Come hai scelto con chi pubblicare? Cosa ti aspettavi? Cosa ti ha entusiasmato e cosa ti ha deluso?

Se fai un lavoro “sensato” sai quando si chiude un ciclo e devi licenziare un’opera, e sai quando devi iniziare a lavorare all’ulteriore. Non è un percorso magico, fa parte della normalità delle cose. E qua sta una delle problematiche, perché se uno ha la presunzione di sparare fuori un libro all’anno… Un’opera  di poesia non deve essere una mera raccolta di poesie ma un lavoro programmatico, con un inizio e una fine, un percorso tra parentesi fatto col lavoro quotidiano, pubblicando nelle riviste nazionali  e internazionali, lavorando coi critici, coi lettori forti, confrontato con la gente, smussato nelle letture. A quel punto gli unici tuoi editori interlocutori possono essere case editrici nient’altro che “serie”, nel mio caso Raffaelli (con Kobarid, 2008) che tra parentesi ha pazientemente aspettato quasi un anno i miei comodi dato che avevo già promesso a un’altra casa editrice nazionale (che non ha però mai fatto partire la sua collana di poesia e così ho accettato la proposta del direttore Lauretano) di fare uscire per loro il libro. Delusioni davvero poche, essere arrivato alla terza edizione per un’opera prima di poesia o avere vinto il Camaiore… beh decisamente mi ha fatto piacere.

 

Se tu fossi un editore cosa manterresti e cosa cambieresti dell’editoria poetica italiana? Cosa si aspettano i poeti dagli editori?

Un editore di poesia dovrebbe fare tante copie con pochi libri di poesia all’anno. In Italia mediamente si fanno pochissime copie con una caterva di titoli all’anno. La considero un’inutile strage di alberi e una drammatica dispersione della fruizione poetica che a parte il business della vanity press e a tanta frustrazione non porta a risultati particolari. Oltre ad essere una cosa fuori da qualsiasi logica internazionale, e anche questo è il punto perché pare che la poesia italiana sia fuori da qualsiasi logica europea se non addirittura mondiale, dove la poesia è cosa dignitosa e non affidata ai soliloqui dei “casi umani” come qua vorrebbero farci credere. I poeti dovrebbero chiedere agli editori di costruire buoni libri, di avere miglioramenti critici  dell’opera attraverso seri collaboratori delle case editrici, di avere anche dei cataloghi seri, senza ciofeche, cantanti, nani o ballerine.

 

La poesia di domani troverà sempre maggiore respiro nel web o starà in fondo all’ultimo scaffale delle grandi librerie dei centri commerciali? Qual è il maggior vantaggio di internet? E il peggior rischio?

Come qualsiasi altro strumento anche il web (e la sua ondata di aria fresca) va saputo maneggiare, dopo l’ondata molto positiva dei blog assistiamo col riversamento su Facebook ad un fenomeno molto più subdolo e meno partecipato e popolare che è quello di riservare i propri tentativi poetici o le proprie analisi solo ad un piccolo numero di “amici” (conoscenti, o presunti tali), un virtuale nuovo microcircolo che rischia di strappare un’altra volta la poesia dalle strade e dalle piazze limitandone fortemente la fruizione ed andando contro allo stesso senso antropologico di questa forma di scrittura. Così anche la distribuzione gioca un ruolo fondamentale: affidarsi esclusivamente agli scaffali delle grandi librerie è inutile come non riconoscere il ruolo invece dei piccoli librai, della microdistribuzione e delle librerie on-line, oltre che dell’open source e delle nuove tecnologie che aumentano la fruizione, diminuiscono le spese e azzerano le distanze.

 

Pensi che attorno alla poesia – e all’arte in genere – si possa costruire una comunità critica, una rete sempre più competente e attenta, in grado di giudicare di volta in volta il valore di un prodotto culturale? Quale dovrebbe essere il ruolo della critica e dei critici rispetto alla poesia ed alla comunità alla quale essa si rivolge?

Il ruolo di chi giudica deve essere un ruolo imparziale, puro. Utile e non impregnato di secondi o terzi fini. Ma questo vale sempre, certo immaginare un luogo meritocratico può fare sorridere, soprattutto in Italia dove amici, amanti e compagni di merende si fanno vincere con grande facilità. Ma non mancano i meccanismi virtuosi e la convinzione almeno da parte mia che se qualcuno è davvero bravo anche se è nelle contingenze anagrafiche o territoriali più sfigate (penso in questo senso a Fabio Franzin o Maria Grazia Calandrone) comunque è in grado di emergere. Certo farà una gran fatica, magari cento volte tanto, ma è destinato a rimanere mentre tanti appaiono anche in poesia solo il tempo di qualche mese e poi spariscono nel nulla.

 

Il canone è un limite di cui bisognerebbe fare a meno o uno strumento indispensabile? Pensi che nell’attraversamento della tradizione debba prevalere il rispetto delle regole o il loro provocatorio scardinamento?

Partendo da Dante fino alla grande colonna vertebrale del Novecento noi difficilmente potremmo definirci differenti da quelli che siamo, ma il problema non è certo la sistematicità quanto piuttosto decidere perché si compiono determinate scelte formali e di sostanza, se in definitiva si cerca qualcosa di programmatico o si va a cercare l’esigenza che vive ma va anche al di là di quello che si è conosciuto con la lettura quotidiana. Non possiamo credere che l’artificio possa produrre buona poesia. Non possiamo rimanere come cozze attaccati a quello che già è stato. Dobbiamo parlare alla gente e usare la lingua che ci è contemporanea, come tra parentesi si è sempre fatto da Dante in poi…

 

In un paese come il nostro che ruolo dovrebbe avere un Ministro della Cultura? Quali sono, a tuo avviso, i modi che andrebbero adottati per promuovere la buona Letteratura e, in particolare, la buona poesia?

I politici dovrebbero fare i politici. I poeti dovrebbero fare i poeti. Basterebbero forme meritocratiche per appoggiare o meno i progetti per rendere tutto mediamente sensato, ma se fosse così non ci sarebbero le baronie, la fuga dei cervelli, l’imputtanimento della politica e dei costumi, la vendita sottobanco, le mazzette, gli scambi, gli ammiccamenti…
Il problema è che per fare quanto sopra ci vuole tempo, come a fare una buona poesia. Ed escludendo i 15 minuti di fama, quale dovrebbe essere la cosa più importante ?

 

Quali sono i fattori che più influiscono – positivamente e negativamente – sull’educazione poetica di una nazione? Dove credi che vi sia più bisogno di agire per una maggiore e migliore diffusione della cultura poetica? Chi dovrebbe farlo e come?

Credo che la scuola, così rispondo alla domanda, dovrebbe evitare di fare fesserie, sarebbe già tanto. Evitare che la gente detesti in generale la letteratura e la poesia o le consideri cose del passato (mi è capitato diverse volte, ospite delle scuole, di essere presentato come poeta “vivo”. Che uno poi si tocca anche un poco le palle…). Poi la poesia dovrebbe andare casa per casa, non mi stancherò mai di dirlo, se la poesia come diciamo sempre antropologicamente è dell’uomo allora la buona poesia, quella non egocentrica, non ombelicale è in grado di muovere la coscienza di chiunque ci si avvicini, la ascolti o la legga. Per questo credo che siano importanti i festival anche nei posti più lontani dai centri di potere culturale italiano, per questo è importare scendere dal pero in cui alcuni si sono disgraziatamente issati. Poi i poeti dovrebbero fare poesia fatta bene ed evitare di tirarsela, il resto, quel passaggio, lo dovrebbero fare gli operatori che lavorano sulla diffusione e sulla fruizione, che è un vero e proprio mestiere, non una cosa improvvisata.

 

Il poeta è un cittadino o un apolide? Quali responsabilità ha verso il suo pubblico? Quali comportamenti potrebbero essere importanti?

Il poeta è un cittadino, la storia dell’apolide è una cazzata mostruosa. La responsabilità del poeta nei confronti del pubblico è la stessa di un neurochirurgo nei confronti dei propri pazienti, o di un architetto di fronte agli abitanti di un proprio grattacielo. Gli eventuali disastri procurati per inettitudine dovrebbero essere puniti col penale, forse gli avventurieri sarebbero un poco di meno e qualcuno eviterebbe di considerarsi un fenomeno rigettato dal sistema perché troppo puro (personalmente me ne ritrovo almeno 6 o 7 al mese di questi, quasi sempre con esiti terrificanti). A parte che si potrebbe parlare lungamente del presunto pubblico della poesia, l’unica cosa da fare è dare dignità a chi si accosta magari con sospetto alla poesia, senza rovinargli le buone intenzioni, ammorbarlo con 200 robacce… ma pochi se lo possono permettere. Mi ricordo una sera che andai a sentire Derek Walcott, per tre ore centinaia di persone, non si è sentita volare una mosca. Ma una cosa simile mi è successa anche con Franzin davanti a un pubblico che non capiva una parola di veneto, tranne due originari di Rovigo con le lacrime agli occhi, una scena pazzesca…

 

Credi più nel valore dell’ispirazione o nella disciplina? Come aspetti che si accenda una scintilla e come la tieni accesa?

La potenza è nulla senza controllo (cfr. Pirelli). Io credo che uno solo a farsi un giro per strada, a parlare con la gente, a leggere cosa succede nel mondo abbia abbastanza per fare un falò, altro che luce accesa.

 

Scrivi per comunicare un’emozione o un’idea? La poesia ha un messaggio, qualcosa da chiedere o qualcosa da dire?

Scrivo perché è il mio strumento per raccontare, non le cose mie che sono quotidiane e quindi poco interessanti, ma quelle di tutti, per un’idea sociale della poesia.

 

Cosa pensano della poesia le persone che ami?

Non gliene frega niente, e anche per questo le amo.

 

Sei costretto a dividere il tempo che più volentieri dedicheresti alla poesia con un lavoro che con la poesia ha davvero poco a che fare? Trovi una contraddizione in chi ha la fortuna di scrivere per mestiere? Come vivi la tua condizione?

Sto bene, grazie. Chi scrive per mestiere fa prosa, pure se fa poesia. Per quello che mi riguarda credo sia giusto tenere vive anche le altre aree del cervello, o ancora meglio, quando dovevo decidere a quale facoltà iscrivermi e già avevo avuto i primi riconoscimenti optai per una materia che non avesse nulla a che fare con la poesia in modo da occupare parte della giornata su cose totalmente diverse e non finire per odiare la poesia, continuando a considerarla un privilegio. Anche se tra parentesi mi sono fatto tutte le letture necessarie (sia come teoria che come opere) per comprendere il ‘900, la metrica ecc. Diciamo una sorta di seconda laurea non riconosciuta.

 

Cosa speri per il tuo futuro? E per quello della poesia? Cosa manca e cosa serve alla poesia ed ai poeti oggi?

Io sono contento di fare quello che sto facendo, anche perché per forma mentale non guardo mai indietro, mi interessa lavorare sul nuovo libro quando arriverà, tra 10 anni probabilmente, mi interessa parlare della strage alla stazione di Bologna come simbolo di un momento terribile per la nostra democrazia, come atto barbaro in tempo di pace ma anche (nella successione degli aiuti) come momento di alto valore civile e sociale. Voglio contrapporre tutto questo alla disfatta raccontata in Kobarid e per farlo chiaramente ci vuole tempo, molto tempo. E molto lavoro.
Alla poesia servono nuove opere che portino avanti tutto il sistema e che riavvicinino la gente alla poesia, ce lo diciamo da anni. Ai poeti servono le palle, e serve che smettano di frignare, di farsi regalie, serve che si concentrino sulle loro opere, perché loro certamente moriranno, ma qualche opera che vale pena, quella rimarrà.

 


 

Matteo Fantuzzi (1979) è nato a Castel San Pietro Terme in provincia di Bologna e vive a Lugo di Romagna in provincia di Ravenna. Ha pubblicato Kobarid (Raffaelli, 2008, 20103 Premio Camaiore Opera prima, Premio Penne Opera prima). E’ co-direttore delle sezioni Creative Writing e Anthologies della rivista Mosaici (St. Andrews University Scozia) e direttore della collana di Poesia Contemporanea della Giuliano Ladolfi Editore. Redattore delle riviste Atelier, clanDestino e ALI, collabora con la rivista Le Voci della Luna, con l’Annuario di Poesia e col quotidiano La voce di Romagna dove cura una rubrica settimanale dedicata alla Poesia Italiana Contemporanea. Suoi testi sono apparsi su molte riviste tra cui Nuovi Argomenti, Il Verri, Yale Italian Poetry, Versodove e Gradiva. Ha creato il sito UniversoPoesia e curato La linea del Sillaro (Campanotto, 2006) sulla Poesia dell’Emilia-Romagna.

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