Vicolo Cieco n.18: In un mondo perfetto

 

In un mondo perfetto, Chapman avrebbe ucciso Yoko Ono.
Ma questa è la poesia pronta all’uso, quella che succhia dai morti e che fa poca fatica, perchè i vivi non si trovano. Se li è persi la capacità di far memoria, sono usciti dalla lista della spesa passando per la porta di dietro.
Non c’è bisogno di noi, e la mancanza di bisogni impigrisce. È in questa pigrizia che molta poesia diventa sconfitta.
Un luogo o lo si conquista o non vale niente. Delle parole proibite me ne frego, ma mi terrorizzano quelle concesse. Ed è qui che sta il punto nel mercatino, nell’apparenza della filantropia editoriale, in chi – a forza di impastare la miltanza con gli spazi del dissenso – si è illuso di far critica.

In un mondo perfetto basterebbe lavorare bene, non sull’opera nè sul suo suo fruitore, ma sulla relazione. Ma, in questo gioco perverso come altrove, la relazione è in pericolo, un pericolo mercantile che ha la faccia di chi governa lo spettacolo, uno spettacolo in cui sottrazione e partecipazione hanno le stesse regole, le stesse carte, le stesse icone.

Se la poesia fosse ancora qui ci obbligherebbe ad essere più affettuosamente cattivi, ci insegnerebbe a smettere di giocare al ribasso… Palle. Chi testimonia l’acqua calda non porta in sè la contraddizione, e senza non c’è resistenza. Forse questa è l’epoca del “martirio diffuso”, della sofferenza a volte inconsapevolmente condivisa, o l’epoca dei perseguitati tranquilli… Palle. Chi testimonia un ‘immortalità frammentata di episodi drammatici non recita tragedie, si predispone a mentire.

Se la poesia non scalfisse la società in modo massacrante si rischierebbero solo lamentele da tasse arretrate. Se l’arte non fosse dare al pubblico quello che non sa ancora di volere, se la poesia non fosse dire pensieri e tacerne la gran parte, staremmo lì a chiederci se questo mondo è perfezione o ne è solo somiglianza.

E’ una presa in giro questa trasversalità continua. La poesia oggi può essere solo sopravvivenza ad anni approssimativi: chi è stato spintonato e chi invece è nato dentro, l’unico spartiacque critico possibile. Il resto – qualcuno deve dirlo – il resto è Novecento.

Ho fatto versi o fotoromanzi? Non c’è molta differenza, solo imprudenza e visi allungati dall’imprendibile solitudine creativa; il motivo vero per cui questi sono gli anni dei discreti. L’elogio alla lentezza diventa il trendy dello slow, l’intervallo perde significato. Rimane solo la violenza di scrivere ogni giorno, la brutalità dei malati d’anarchia e la certezza che ogni parola sia così veloce da non poter parteciparla.

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