Alessandro Ghignoli: ‘Fabulosi parlari’ – Gazebo, Firenze 2006

 

Fabulosi parlari

Alessandro Ghignoli

2006

Gazebo edizioni

A metà strada tra poesia e prosa si collocano i testi della raccolta Fabulosi parlari di Alessandro Ghignoli, autore già noto al pubblico in qualità di critico nonché traduttore dallo spagnolo e portoghese. Che l’opera, di fatto, sia un connubio di entrambi i generi letterari, o piuttosto un insieme di prose poetiche, lo conferma la scelta del titolo, laddove il lemma “parlari” suggerisce l’atto dell’andar per discorso – seppure, etimologicamente, scritto in linea retta – e il trecentesco “fabulosi” rinvia ai sinonimi poetici “straordinario”, “meraviglioso”, “immaginario” che non di rado si addicono «ai fabulosi parlari degli ignoranti», evocati da Boccaccio nel Filocolo, a indicare la popolare genuinità di una narrazione non esaltata «da’ versi d’alcun poeta», diremmo noi “laureato”.In effetti, non è peregrino il riferimento allo scrittore toscano, se Ghignoli muove lungo il solco di uno sperimentalismo la cui modernità non rinuncia, in virtù di innesti sapientemente combinati, alla nostra migliore tradizione, come attesta nell’opera la presenza di espressioni attinte a un linguaggio, spesso, di mera matrice duo-trecentesca. L’effetto è straniante e convalidato nondimeno da una sintassi irregolare, franta e continuamente in moto, anche in forza di un ordo verborum che bene traduce, attraverso l’incalzante fluire delle immagini, la complessità ed eterogeneità del canto, la sua potenza interiore, il caotico furor dei pensieri in conflitto con la razionalità del logos. Non meraviglierà se tale foga, da cui è investito il vissuto coscienziale del poeta, si esprime attraverso una dinamica temporale tutt’altro che pacata; fugacità del tempo, appunto, che informa la raccolta e che assurge a statuto di vero e proprio topos in versi, per citare qualche esempio, del tipo: «nel riverbero del tempo l’orizzonte l’attesa intermedia il confine/ l’irreversibile passaggio nel luogo dove non sono più», «[…] scorre lieve la/ geometria del tempo […]» o «s’allenta la stretta del giorno rotea la ruota nella discesa gira/ ritorna […]». Appare evidente che proprio questo incalzare di immagini, cui è demandata un’incisiva vis affabulatoria, risulta pressoché incontenibile all’interno della gabbia del linguaggio precostituito, ufficializzato; gabbia, peraltro, richiamata dalla esemplare fotografia di Llanos Gómez, in copertina di libro. Di qui la tendenza dell’autore al monologo interiore, altrimenti flusso di coscienza atto a riprodurre le libere associazioni dei pensieri, proprie delle strutture inconsce, non convogliate in alcuna elaborazione razionale («interno alla frontiera della memoria il pensiero non/ è se non parola andante […], «una teoria delle pause dei parlati il discorso non esiste dentro la/ scrittura […]»). Altrettanto suggestivo è, in chiusa di libro, l’assolo psicotico di Ghignoli che erompe in un testo, non a caso, dedicato al compositore sperimentale americano John Cage, come: «piano forte piano preparato teatro di voci litanie lettere toni/ graffiati lasciano segni chiusi in combinazioni di respiri in filtri/ del pensiero s’intromette s’estrema per poi fluire nel tempo/ a gravare sul nervo»; o nel bruciante affastellarsi di sostantivi di «dietro l’immagine della luce sullo schermo traspare il profilo/ dell’origine il canto d’alef l’immagine immersa». Abbiamo insomma come l’impressione di essere travolti dal vortice delle parole, grazie anche alla rigorosa negazione di ogni forma di punteggiatura, la cui sola eccezione, all’interno dell’opera, è un due punti, che assolve a una funzione grafica e di forte effetto espressivo (tanto più se strettamente congiunta ai lemmi topici “passa” e “tempo”). Inoltre, tale non “arginabilità” del linguaggio, rispondente alla richiamata logica dello stream of consciousness, si manifesta, dal punto di vista grafico, anche nello sconfinamento dei testi, che, seppure “recinti” nello spazio della pagina, “strabordano” dalla stessa e fanno della raccolta un poemetto in più stanze, piuttosto che una serie di componimenti disarticolati, chiusi rigidamente in se stessi; conferma, anche questa, del fatto che ci troviamo al cospetto di un’opera di indiscusso valore e alta realizzazione.

 

(Daniele Santoro su Capoverso, n. 13, luglio-dicembre 2007)

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