Parola ai Poeti: Anna Maria Bonfiglio

 

Qual è lo “stato di salute” della poesia in Italia? E quello dei poeti?

Credo che la poesia in Italia non abbia mai goduto di una “salute” particolarmente rigogliosa. La poesia in genere è sempre stata una specie di Cenerentola delle arti. Se penso ai tanti grandi poeti come, per esempio, Baudelaire e  Keats, solo per citarne qualcuno, non posso fare a meno di ricondurmi alla vita grama che hanno dovuto condurre, alle lotte per farsi accettare dalla società come artisti, alla disapprovazione dei benpensanti, nel caso di Baudelaire, o della famiglia che ragionevolmente si aspetta che un figlio svolga un lavoro “vero” che gli dia da vivere. Oggi i poeti sono una categoria inflazionata, grazie anche agli editori o, per meglio dire, agli stampatori che pubblicano senza scrupoli qualunque cosa, all’insegna del motto “un libro di poesie non si nega a nessuno”. In tanto bailamme riesce sempre più difficile scremare la buona poesia.

 

Quando hai pubblicato il tuo primo libro e come hai capito che era il momento giusto? Come hai scelto con chi pubblicare? Cosa ti aspettavi? Cosa ti ha entusiasmato e cosa ti ha deluso?

Ho pubblicato il mio primo piccolo libro nel 1978, in seguito ad un concorso di poesia in cui mi fu assegnato un inaspettato primo premio e in occasione del quale conobbi un giovane che aveva messo su da poco una casa editrice. Erano anni in cui a Palermo circolava un grande fermento culturale residuato da quell’evento importante che fu il Gruppo ’63. Accettai l’offerta di pubblicazione assicurando al giovane editore l’acquisto di alcune copie del libro e fu una grande emozione leggere i miei versi giovanili stampati su un libro vero. Per me quello fu il momento giusto perché mi portò ad immettermi nel circuito della poesia con la possibilità di confrontarmi con gli altri e di compiere un percorso di crescita. Questa è stata la cosa che mi ha entusiasmato di più. In quanto alle delusioni non ne ho avute di particolarmente importanti perché non nutrivo altre ambizioni se non migliorare nel mio cammino. Il giovane editore è ora un importante intellettuale conosciuto a livello nazionale e la mia amicizia con lui fa parte delle cose positive che mi ha regalato la poesia.

 

Se tu fossi un editore cosa manterresti e cosa cambieresti dell’editoria poetica italiana? Cosa si aspettano i poeti dagli editori?

Credo che i poeti si aspetterebbero una maggiore diffusione delle loro opere, si aspetterebbero che gli editori investissero nelle pubblicazioni a livello mediatico, che la poesia potesse circolare capillarmente come altre arti. Ma questo è difficile, perché i lettori tendono ad orientarsi verso altre letture, specie in questo tempo in cui le librerie fioriscono di testi di personaggi dello spettacolo e/o dello sport che ovviamente incuriosiscono il pubblico. Ecco, forse se fossi un editore proverei a compiere un atto eversivo: per un anno imporrei di vendere solo libri di poesia. Ma questa è solo una boutade!

 

La poesia di domani troverà sempre maggiore respiro nel web o starà in fondo all’ultimo scaffale delle grandi librerie dei centri commerciali? Qual è il maggior vantaggio di internet? E il peggior rischio?

Belle domande! Partendo dal presupposto che, a mio avviso, non si smetterà mai di scrivere poesia, non riesco ad immaginare quale possa essere il suo futuro per il semplice fatto che tutto si è velocizzato e non si fa in tempo ad esperire una realtà che già se ne delinea un’altra. Certo, il web ha dato la possibilità di far circolare tantissime opere, sia di grandi autori che di giovani poeti, ha offerto visibilità a chi non può o non vuole sostenere spese editoriali, che purtroppo sono imprescindibili per chi inizia il percorso della poesia. Ricordiamo che perfino il grande Neruda per pubblicare le sue prime poesie vendette i mobili di casa. Il maggior vantaggio di internet, a mio avviso, sta nell’archiviazione permanente dei testi, che una volta inseriti restano a disposizione dei fruitori, e  nell’opportunità per questi testi di essere letti anche da chi  nella casualità di una qualsiasi ricerca si imbatte in essi. Il rischio peggiore penso sia quello della cessazione di pubblicazione su carta.

 

Pensi che attorno alla poesia ¬ e all’arte in genere – si possa costruire una comunità critica, una rete sempre più competente e attenta, in grado di giudicare di volta in volta il valore di un prodotto culturale? Quale dovrebbe essere il ruolo della critica e dei critici rispetto alla poesia ed alla comunità alla quale essa si rivolge?

Secondo me il valore di un prodotto culturale, entro certi limiti, è flessibile. Alla valutazione di un libro o di un singolo testo concorrono molti fattori: il background di chi valuta, la sua formazione culturale, l’establishment entro cui opera,  la sua educazione socio-politica e non ultimo il suo gusto personale verso un registro o un altro. Il ruolo dei critici dovrebbe essere innanzi tutto quello di operare con onestà intellettuale.

 

Il canone è un limite di cui bisognerebbe fare a meno o uno strumento indispensabile? Pensi che nell’attraversamento della tradizione debba prevalere il rispetto delle regole o il loro provocatorio scardinamento?

Io penso sia indispensabile per un poeta possedere gli strumenti retorici. Poi potrà usarli come meglio crede, applicandoli o sgretolandoli, piegandoli alla propria abilità, finanche alla propria scaltrezza linguistica. Ma per ordine mentale e intellettuale delle regole bisogna tenere conto, se non ci fossero i canoni anche gli sperimentalismi non avrebbero senso.

 

In un paese come il nostro che ruolo dovrebbe avere un Ministro della Cultura? Quali sono, a tuo avviso, i modi che andrebbero adottati per promuovere la buona Letteratura e, in particolare, la buona Poesia?

Questo è un tasto molto doloroso. Per la cultura si investe poco e non soltanto in questo momento storico tanto problematico. Il Ministero della Cultura dovrebbe essere fra i più importanti perché la civiltà di un popolo si riconosce dal suo grado di cultura. In questo caso non è solo la Poesia che andrebbe promossa ma tutta una serie di interventi perché la letteratura e l’arte in genere potessero essere patrimonio comune a tutti. E ritorno alla mia precedente provocazione, allertare i media, cercare di far convergere l’interesse del pubblico verso una comunicazione che lo impegni a pensare e affini la sua sensibilità. Oscar Wilde sosteneva che non è l’artista a dover andare verso il pubblico ma è il pubblico che deve farsi artista.

 

Quali sono i fattori che più influiscono ¬ positivamente e negativamente ¬ sull’educazione poetica di una nazione? Dove credi che vi sia più bisogno di agire per una maggiore e migliore diffusione della cultura poetica? Chi dovrebbe farlo e come?

Scuola e famiglia sono i cardini di ogni buon insegnamento. Una volta a scuola la poesia aveva un suo posto, si leggeva, si spiegava, si mandava a memoria. Oggi pare che la poesia si sia fermata a Montale e Ungaretti e che da quasi un secolo non esistano più poeti. I contemporanei non esistono, i testi di storia della letteratura riservano quattro righi a nomi come Cristina Campo, Antonia Pozzi, Rossana Ombres, Lucio Piccolo. Il primo intervento dovrebbe essere sui programmi scolastici. I critici ed i curatori delle antologie dovrebbero essere le persone preposte alla ricerca e alla diffusione della nuova poesia.

 

Il poeta è un cittadino o un apolide? Quali responsabilità ha verso il suo pubblico? Quali comportamenti potrebbero essere importanti?

Il poeta è un cittadino che viaggia con il cuore e con la testa. Ma soprattutto dovrebbe essere coerente con la sua poetica e restituire al suo pubblico l’immagine di sé che la sua poesia proietta.

 

Credi più nel valore dell’ispirazione o nella disciplina? Come aspetti che si accenda una scintilla e come la tieni accesa?

Credo nell’emozione. La disciplina interviene nella revisione. Quello che nasce dall’emozione è il cosiddetto “frammento proliferante”, ovvero la scintilla, ma dopo viene il lavoro duro.

 

Scrivi per comunicare un’emozione o un‘idea? La poesia ha un messaggio, qualcosa da chiedere o qualcosa da dire?

La mia è una poesia emozionale ed è il genere di poesia che amo leggere di altri poeti. La poesia dice e chiede, dice quello che la voce tace e chiede solo di essere ascoltata. Non credo che la poesia possa cambiare qualcosa, ma credo che possa aprire l’anima verso il “bello”, credo cioè nel suo valore estetico.

 

Cosa pensano della poesia le persone che ami?

Sono indifferenti al genere in sé, ma orgogliosi che lo pratichi. La più orgogliosa era la mia mamma, che quando ricevevo un premio correva a far incorniciare l’attestato e mi seguiva negli eventi che mi riguardavano.

 

Sei costretto a dividere il tempo che più volentieri dedicheresti alla poesia con un lavoro che con la poesia ha davvero poco a che fare? Trovi una contraddizione in chi ha la fortuna di scrivere per mestiere? Come vivi la tua condizione?

I casi della vita hanno voluto che non svolgessi un lavoro fuori casa e dunque posso scrivere quando voglio. Ma il mio desiderio sarebbe stato proprio quello di scrivere “per mestiere”.

 

Cosa speri per il tuo futuro? E per quello della poesia? Cosa manca e cosa serve alla poesia ed ai poeti oggi?

Io spero soltanto di poter continuare a scrivere, di avere sempre lo stesso entusiasmo e la stessa forza di volontà. In generale spero che non si estingua mai il bisogno di poesia e che i poeti non perdano mai il proprio obiettivo: produrre il bello per arricchire i cuori.

 


 

Anna Maria Bonfiglio risiede a Palermo dove svolge attività culturale nell’ambito letterario e giornalistico. Pubblicista, ha collaborato al settimanale “Bella” del gruppo Rizzoli , ai mensili SiciliaTempo e Insicilia, alla rivista Silarus e a molti altri periodici di carattere letterario. Ha curato un corso di analisi ed interpretazione del testo poetico presso l’Istituto Professionale CEP di Palermo ed un laboratorio di scrittura creativa presso la sede regionale ENDAS Sicilia. Dal 1987 al 1998 è stata presidente dell’Associazione Scrittori e Artisti e nel 1998 del Gruppo Ottagono Letterario. Ha diretto il periodico Insieme nell’Arte. Ha collaborato con i periodici Kaléghé, Il Giornale del Mediterraneo, Sicilia Notizie, Giornale di Poesia Siciliana. Attualmente collabora con la rivista La Nuova Tribuna Letteraria, con alcuni siti online (Italialibri, Progetto Babele, Domist, VDBD, Gas-on-line) e fa parte del comitato di lettura di Vibrisselibri. Ha inoltre scritto prefazioni per antologie e raccolte poetiche. Ha pubblicato le raccolte di poesia: Le parole non dette (Ed.Thule, Palermo 1978); Le voci del silenzio (Ed.Thule, Palermo 1979); Uguali dimensioni (Ed. S.S.C Catania 1981); L’insana voglia di ardere (Ed. Gabrieli, Roma 1982, I°premio Fragmenta d’oro); Nell’universo apocrifo del sogno (Ed. Il Vertice, Palermo1985, premio Emily Dickinson); La Marna e l’Arenaria (poesie inserite nell’antologia del Novecento Gli eredi del sole, Ed.Il Vertice, Palermo 1987); La donna di picche (Ed.Il vertice, Palermo 1989); Album – Sedici dediche (Ed.Insieme nell’arte, Palermo 1991,3° premio “Faliesi”); Spinnu (Ed.Pubbliscoop, Sessa Aurunca 1996, I° premio Città di Marineo e I° Premio Città di Prizzi); D’ombra e d’assenza (Issimo,Ed. Il Vertice, Palermo 1999); Le voci e la memoria (Ed. Gabrieli, Roma 2000, segnalazione Premio Marineo); Tra luce ed ombra il canto si dispiega -5 poeti per Palermo (Ila Palma, Palermo 2002); Per tardivo prodigio (Ed. Fondazione Thule Cultura, Palermo 2006, 2° Premio Erice Anteka). La raccolta di racconti: L’ultima donna (Ed. Pubbliscoop, Sessa Aurunca 1994). I romanzi: La verità nel cuore e Scelta d’amore (Confessionidonna, Milano,2006). Fra i tanti saggi: Il mito nella poetica di Cesare Pavere (supplemento a Insieme nell’arte, Palermo 1990); Camillo Sbarbaro-Il dolore del vivere ( Premio Silarus, Battipaglia, 1983); Ereditarietà e predestinazione nei personaggi dei Vicerè (Silarus, Battipaglia, 1983); Tentativo di indagine sui personaggi pirandelliani (Silarus, Battipaglia, 1997); Attualità e ambivalenza nell’opera di Charles Baudelaire (Silarus, Battipaglia, 1989); Motivi di femminismo nella letteratura italiana del primo Novecento (Silarus, Battipaglia, 1985); Maria Messina in Figure femminili del Novecento a Palermo (Ed.ULITE, 2000). Sue poesie sono state tradotte in finlandese ed inserite nell’antologia Valkosoihtujen tasangolle a cura di Anu Rinkinen. Nel 1994 le è stato assegnato il Premio di Cultura “Città di Monreale”. Nel 2005 ha ricevuto il Premio Speciale “Giacomo Giardina” alla carriera. Nel 2008 il premio letterario “Salvatore Gotta” per l’attività svolta nell’ambito della cultura nazionale.

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2 Comments

  • Condivido ogni parola di questa intervista, dalla necessità di un’educazione letteraria scolastica e familiare, al concetto che la civiltà di un popolo si misura dal grado di cultura.
    Sandra

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