Zibaldello n.19: Un anno di Poesia 2.0 tra successi, fallimenti e nuove proposte

 

Caro lettore,

Sembra ieri, e invece è passato un anno da quando Poesia 2.0 ha aperto i battenti di una porta-finestra che alterna lunghissimi periodi di silenzio assoluto, che quasi intimorisce, a brevi momenti di bora triestina che travolge tutto quanto incontra, andando via così com’è arrivata.

Quando tre giorni fa mi sono accorto che ne erano trascorsi trecentosessantacinque dall’apertura del sito – nato impulsivamente da un moto di sfida mista a sconforto, e messo su in quattro e quattr’otto – mi sono chiesto cosa avrei potuto dire e, soprattutto, se fosse il caso di dire qualcosa.

Dopo essermi preso del tempo per pensarci su, ho deciso che ne avrei scritto.

Ho pensato di fare una sorta di bilancio dei successi e dei fallimenti di Poesia 2.0 nell’arco della sua brevissima vita, non tanto per autoelogi ed autosbrodolamenti da usare come escamotage per richiamare una “attenzione mediatica” mai realmente cercata e, dunque, mai davvero ottenuta, quanto piuttosto per tirare le somme a valle, tenendo ben presenti gli obiettivi a monte.

Per questa ragione ritengo che questa potrebbe essere una di quelle poche occasioni da non sprecare per cercare di avere uno scambio il più possibile costruttivo; un modo per ragionare assieme, nel dettaglio o a grandi linee, sul già fatto e sul da farsi.

Se è vero che il miglior modo di cominciare è partire dall’inizio, bisogna che cominci la riflessione dalla redazione.
Sono tante le persone che, direttamente o indirettamente, hanno contribuito e tutt’ora contribuiscono al fare ed al farsi di Poesia 2.0: approfitto dell’occasione per ribadire che non le ringrazierò mai abbastanza.
Alcuni dei membri che facevano inizialmente parte del gruppo hanno purtroppo dovuto abbandonare il progetto – il più delle volte per mancanza di tempo.
Tutti coloro che, invece, sono rimasti, assieme a tutti gli altri che si sono via via aggregati, con molto sforzo e molta passione continuano a dedicarsi ai vari progetti, nei limiti delle possibilità di ciascuno.

Ciò che più mi rende felice – e, voglio sperare, migliore – è l’aver avuto l’opportunità di conoscere molte persone per cui ho imparato a nutrire grande stima e rispetto, nonostante i diverbi, le incongruenze, i differenti punti di vista che caratterizzano ciascuno di noi.
Ciò che, invece, rappresenta per me il primo (e, forse, il principale) fallimento di Poesia 2.0 è la piattaforma redazionale che è riuscita a funzionare discretamente solo i primi mesi.

Mentre il sito emetteva i suoi primi timidi vagiti, i membri che formavano inizialmente la redazione se le davano di santa ragione su di un forum di google, che fungeva illo tempore da “sala riunioni” virtuale della redazione. Una sala riunioni che è stata totalmente ridotta al silenzio – dalle incombenze della vita, dalle difficoltà dovute ad una comunicazione che esclude il corpo; chissà forse dalla noia, o dalla stanchezza nel vedere che nonostante tutto nulla cambia.

Sia quel che sia, è per me assolutamente necessario prendere atto di questo fallimento, soprattutto se si tiene in considerazione il principale obiettivo di Poesia 2.0: «quello di costruire attorno alla poesia una comunità capace di restituirle quel senso di collettività e la forza per sostenerne il peso, senza per questo soffocare l’intrinseco e indispensabile nomadismo che irrimediabilmente le appartiene».

Poiché questa “comunità” – che vede come membri non solo la redazione del sito, ma i lettori dello stesso ed i gestori di altri siti – non è riuscita a vedere la luce, mi chiedo: dove abbiamo sbagliato? Cosa non ha funzionato? Perché è così maledettamente difficile agire, vivere come parte di un tutto che ci trascende? È il mezzo internet troppo insufficiete? È il naturale e semigenetico destino che caratterizza qualunque aggregazione?

Mi chiedo questo con la massima onestà intellettuale e con un desiderio di chiarezza quasi violento, tenendo in considerazione l’enorme portata di questo tipo di riflessione alla luce dell’enorme exploit che il fenomeno comunitario sta vivendo ultimamente in Europa e nel resto del mondo (penso a TQ, al Movimento 5 Stelle, al Popolo Viola, al Movimento 15-M, al Movimento Occupy Wall Street e alle centinaia di altre forme di aggregazione sociale attorno a dei medesimi obiettivi che – lo so per esperienza diretta – soccombono alle stesse difficoltà).

Poesia 2.0 non ha mai creduto nella poesia come fine. La sua ragion d’essere è, al contrario, la poesia come mezzo: la poesia intesa come strumento linguistico per la costruzione di una realtà diversa; la poesia come luogo dove depositare ed esercitare le possibilità del pensiero che si aprono all’azione; la poesia come punto di vista, come buco della serratura attraverso cui osservare ed interpretare il mondo.

Mi si potrebbe obiettare la solita tiritera secondo la quale la vera poesia è piena di nuovi mondi ed ogni poeta degno di tal nome è un voyeur con un sacco di immaginazione.

Però: cos’è la vera poesia? Come si definisce il vero poeta? Cosa sono la poesia ed il poeta senza il lettore? E, soprattutto, qual’è il risultato che si ottiene se ciascuno (nessuno escluso) va per i cazzi suoi?

Ovviamente non c’è una risposta che valga per tutti alle domande appena poste. Ed è proprio per questo che credo sia importante continuare a parlarne, non tanto per raggiungere un accordo unanime su di un discorso che, se si riflette bene, lascia il tempo che trova, quanto piuttosto per creare un circuito di scambio all’interno del quale tutti sono ugualmente responsabili della costruzione del senso.

Perché ciò avvenga, è necessario che si costituisca una comunità di individui, non una massa contrapposta a priori di lettori e di poeti, di generi e di stili, di canoni e preferenze.

Questo era l’obiettivo che si proponeva di raggiungere, forse troppo ingenuamente, il recente spazio Parliamone, che accoglie al suo interno numerosi spunti di riflessione e timidi accenni di un dibattito tutto ancora da sviluppare a cui tutti sono invitati a partecipare, purché si produca una tensione che estenda l’abbraccio. L’impressione, però, è che non abbia suscitato molto interesse.

Con le stesse intenzioni è partito il progetto che abbiamo denominato Mappatura, il cui obiettivo è quello di raccogliere il più alto numero di informazioni su riviste, blog, siti web, radio, associazioni e luoghi pubblici (biblioteche, bar, librerie…) che si occupano di poesia, mettendo in contatto tra loro realtà diverse sparse sul territorio ed impegnate sui medesimi temi, cercando di creare una rete di relazioni a supporto di tutto il materiale prodotto che il più delle volte cade nel vuoto. Anche in questo caso ho notato poca apertura e poco entusiasmo senza riuscire a farmene una ragione.

La chiusura maggiore e che più mi ha sorpreso è stata quella delle case editrici a cui è stato offerto uno spazio dove potersi raccontare e dove poter sviluppare temi di interesse comune tra editori, lettori e poeti. Forse le aspettative erano troppo alte, forse è stato usato un approccio sbagliato o, forse, c’è semplicemente molta poca voglia di mettersi in gioco e prendere un impegno concreto. Anche in questo caso, non ho delle certezze da offrire, solo domande da porre: che fare?

Che dire dei poeti? Nulla. Semplicemente perché non c’è granché da dire se ci si trova davanti un muro altissimo di ulteriore silenzio. L’archivio di Poesia Contemporanea – che ha raggiunto ormai quota 45 e continuerà a crescere – esiste soprattutto grazie all’impegno della redazione che, in totale autonomia, ha raccolto materiali ed informazioni sui vari poeti antologizzati. Pochi sono stati i poeti che si sono degnati almeno di rispondere ad una mail, o che hanno risposto all’intervista per Parola ai Poeti (a breve un ebook) e che si sono messi in gioco, partecipando in prima persona con leggerezza e spesso con ironia ad un modestissimo tentativo di antologizzazione privo di canone, pur non avendo ottenuto in cambio una monografia mondadoriana.

Anche il progetto di Poesia Condivisa, messo in piedi da Annamaria Ferramosca con il contributo di un’altra piccola grande redazione, si scontra con un muro di indifferenza, questa volta dei lettori di poesia – questa figura mitologica più vicina alla leggenda metropolitana che alla realtà. Dunque, anche su questo versante: il silenzio.

La mia domanda, a questo punto, è: ma con la quantità di cose che quotidianamente vengono scritte e dette, come è possibile tutto questo silenzio? Non sto parlando dei commentini di passaggio o dei saluti e ossequi o delle amicali pacche sulle spalle e forza e coraggio. Sto parlando di scambio, di discussioni concrete, politiche (nel senso aristotelico del termine). Sto parlando di qualcosa che è venuta a mancare non solo qui, in Poesia 2.0, ma in numerosissimi altri luoghi come questo (virtuali e non), con una storia molto più lunga e le spalle molto più larghe.

Cosa stiamo facendo? Come lo stiamo facendo? In cosa ci stiamo sbagliando? Che possibilità ci sono?

Tutte queste mie domande sono tutt’altro che retoriche e, purtroppo, non sono nemmeno sicuro che sia poi così semplice dare una risposta. La mia natura insofferente e pragmatica, però, mi obbliga a fare un tentativo, cercando di ottenerla una risposta, attraverso il fare – possibilmente un fare che si rinnova.

Dunque, Poesia 2.0 continuerà come prima e (si spera) più di prima con tutti i suoi progetti e le sue attività: l’archivio di Poesia Contemporanea continuerà ad ingrandirsi, presentando sempre nuovi poeti; la Mappatura delle numerose attività sul territorio cercherà di costruire una rete delle realtà più interessanti che si occupano di poesia; Parliamore rimarrà aperto a chiunque abbia voglia di partecipare ad una differente costruzione del senso, cercando di capirci qualcosa in più; Poesia Condivisa continuerà a raccogliere tutte le proposte poetiche che ci giungeranno dai lettori.

Attraverso Parola ai Poeti, Poesia 2.0 continuerà ad intervistare tutti i poeti che avranno voglia di mettersi in discussione mentre, a breve, una nuova intervista verrà messa a punto questa volta per gli editori.

Nella sezione Media verranno pubblicati nuovi video, audio ed ebook che andranno ad arricchire la nuova serie delle collane Quaderni, Inediti e Appunti.

Attualmente Poesia 2.0 collabora con La Recherche per la produzione della collana di ebook per Poesia Condivisa, e con Opera Prima, la collana di poesia inedita diretta da Flavio Ermini: chiunque abbia voglia di collaborare con noi non deve far altro che contattarci.

Vorrei spendere le ultime parole di questo mio lungo e, spero, non troppo noioso intervento, per invitare tutti i siti, le riviste, i blog, le associazioni ed i singoli che si occupano di poesia nei modi più variegati a creare una rete che non sia fatta solo di link. Per creare una grande comunità che non sia una lobby o un club esclusivista o una setta di adepti, ma un luogo di scambio, è indispensabile l’esercizio della condivisione. Una condivisione possibilmente non facebookiana, reale, uno scambio concreto che aggiunga nuovi anelli alla catena del pensiero. Poesia 2.0 vuole sapere chi siete, dove siete, che fate, cosa pensate: cosa si vede dal buco della vostra serratura. La speranza è che ci sia qualcuno che abbia voglia di dircelo.

A tutti, comunque, buona fortuna.

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33 Comments

  • Fare il punto, interrogarsi sulle prospettive del proprio lavoro, è giusto e doveroso, e qui il discorso è stato fatto molto francamente e seriamente.
    Per quanto mi riguarda, ho dovuto diradare, per ragioni di tempo e famiglia, fino ad interrompelae, la mia collaborazione al blog viadellebelledonne; ho continuato a seguire la rete per quanto possibile (qualche sporadico post o commento su lapoesiaelospirito e su un paio di blog individuali – di Guglielmin, Nuscis, Germani) e in questo ridotto navigare ho incontrato con piacere Poesia 2.0 (ho partecipato volentieri a Poesia Condivisa e all’Intervista ai poeti).
    Vi assicuro che tanti amici poeti e lettori hanno negli ultimi due/tre anni ridotto come me la frequentazione dei blog e della rete in genere (facebook va visto ormai solo come servizio di appoggio o strumento di comunicazione di iniziative).Se non erro Guglielmin di recente ha provato a chiedersi il perchè del diradarsi della nostra presenza online, a valutare l’entità del fenomeno e le ragioni di certe disaffezioni. Non rispondo alle domande finali di Luigi, perché Poesia 2.0 e molti amici sanno già chi sono, dove sono, cosa penso e cosa faccio (o tento) di fare ma vi assicuro che nel mio caso – e forse nella maggior parte dei casi – non ci sono ragioni ‘politiche’ in questa rarefazione dei naviganti veri, motivati: solo un limite fisiologico nel reggere ritmi e tempi. Chi vuol far bene le cose – pesare le parole anche di un breve e dimenticabile commento, preparare una nota di lettura, segnalare una voce nuova, meditare prima di rispondere ad una domanda – alla fine deve cedere le armi, l’organismo non regge oltre un certo tempo se la vita chiede di essere vissuta, con tutti i suoi drammi e le sue gioie. Primum vivere. Nondimeno non abbandonerò mai del tutto la rete, cercherò di seguirvi sempre. Un saluto affettuoso e un grazie a chi si dona
    Antonio

  • @Luigi, sì, ci siamo detti del senso delle “poche pretese”, anch’io l’ho ribadito come esempio di fraintendimento: che poi basta chiarirsi…

    L’ultima parte del nuovo intervento di Fabio è invece stato oggetto (e lo è ancora secondo me, sempre più vivo :)) di diverse discussioni in redazione. Quoto infatti da sempre il suo darsi criteri di selezione.

  • caro Luigi,

    sul concetto di “pretesto”, non ci siamo capiti – o meglio, io non avevo capito te: ora ho più chiaro ciò che intendi e ammetto che il mio precedente sproloquio era relativamente fuori bersaglio. relativamente e non completamente perché, ne converrai, in un anno il sito (togliendo le antologie on-line, i radi quaderni di inediti e le proposte di “poesia condivisa”) ha privilegiato, rispetto alla poesia (non a una “religione”, sai come la penso: ai “testi” di poesia) il discorso sulla o intorno la stessa. che a volte, in mancanza del dato testuale, rischia di girare a vuoto. non so poi se la sola domanda cui cercare risposta sia “che diavolo ci faccio qui?”, ma sono d’accordissimo sul fatto che la poesia sia un mezzo del nostro porre domande, del nostro interrogare (più che del nostro rispondere) e dunque una forma di conoscenza imprescindibile e del tutto peculiare. chiedo venia quindi rispetto all’incomprensione (dico anche @ Margherita).

    Sulle rubriche, certo, le tre che citi le avevo in mente scrivendo quelle parole. Ora, sia chiaro, è semplicemente una mia idiosincrasia il pensare che su un sito “collettivo” e corale come poesia2.0., quelle forme (tra loro assai diverse) di scrittura che abbiamo chiamato, per intenderci e semplificando, “personalistiche”, dovrebbero darsi il meno possibile (ci sono i blog personali, ci sono i libri per questo): perché non fanno discorso, appunto, il discorso comune e il “parliamone” che tu auspichi; non si guardano tra loro, sono acomunicanti. Poi, certo, in un’ottica di sito centrifugo e rizomatico (ma catalizzatore) la cosa può anche starci; in questo senso la mia era opinione altrettanto se non più “personale”.

    su “tutti i poeti”: come sai ho in orrore i canoni, quindi bene così. però è evidente che alcuni criteri selettivi, anche volendo sospendere il giudizio per riattivarlo a pubblicazione effettuata, bisogna pur darseli: per evitare di fraintenderci, non parlo di poeti che non avrei voluto vedere nel sito, figuriamoci: mi riferisco al futuro: il “tutti poeti”, e per stare solo in Italia, corrisponderà a migliaia di poeti, e non basterà una vita per accoglierli tutti sul sito. visto che sarà impossibile accoglierli tutti, una sorta di canonizzazione verrà comunque, implicitamente, a impostarsi. ecco perché alla lunga preferisco, con tutti gli enormi limiti che comunque hanno, le proposte di “tendenza” (orribile parola): quanto meno chi legge ha chiaro il perché e il percome delle scelte effettuate.

    spero di aver così fugato alcune incomprensioni! un saluto ancora, a te e a tutti,

    f.t.

  • @ annamaria: l’ultima poesia condivisa ha ricevuto 110 visite ad oggi. Se queste visite siano o no state fertili non ci è dato sapere. Non so se il numero di commenti può essere segno di una buona riuscita o di un “progresso” verso qualche direzione.
    Sicuramente la partecipazione della redazione alla rubrica non farebbe male alla iniziativa. Però lo scopo dovrebbe essere quello di cercare di “parlarsi addosso” il meno possibile: se la redazione partecipa all’iniziativa e poi, come suggeriva qualcuno prima (credo Fabio), partecipa pure ai commenti… è un po’ cantarsela e suonarsela soli. Io vedo la redazione più come catalizzatore, come scintilla che accende la miccia. La miccia però dev’essere altro dalla redazione, altrimenti il giocattolo ci scoppia tra le mani. Però è un mio parere che può essere sbagliato.

    Rispetto alla impostazione “centrifuga” di una struttura: l’esempio più lampante è Internet. Internet è centrifugo nel senso che non è gerarchicamente strutturato (o lo è molto poco) e la sua struttura orizzontale a mo’ di rete neuronale permette la coesistenza di svariati, innumerevoli percorsi, anche in assoluta contrapposizione tra loro. Tutti coloro che utilizzano internet non lo fanno con le stesse intenzioni e gli stessi obiettivi specifici (quelli generici sono identici: visibilità, espressione, pubblicità etc.). Per questo Internet è un mezzo e non un fine, non caricato, cioè, di nessuna valenza particolare. La sua forza e la sua debolezza risiedono nella sua struttura genetica.

    Nel suo piccolo, P2.0 potrebbe funzionare senza gerarchie in quanto spazio aperto ad un determinato numero di persone che si occupano di poesia, ciascuno a suo modo. Non vedo la difficoltà in questo, sinceramente. Volendo l’obiettivo comune c’è: occuparsi di poesia. non vedo alcun vantaggio nel mettere dei cardini e dei limiti metodologici.

    @ margherita: ribadisco che “le poche pretese” le avevo rispetto ai risultati ottenibili rispetto ad un approccio adottato, per evitare fraintendimenti e sembrare “quello che vuole salvare la poesia e, magari, pure il mondo”. Al contrario, come pure dicevo, le aspettative rispetto agli obiettivi sono evidentemente piuttosto elevate.

    @ fabio e margherita:
    per quanto riguarda la questione del “pretesto”, non vorrei buttarla troppo sul filosofico, ma siccome la questione è emersa, parliamone. Rivendico il termine pretesto usato come pseudosinonimo di mezzo, strumento.
    Per quanto mi riguarda, la poesia non è una religione, dunque, al pari di molte altre cose, è un pretesto nella misura in cui si offre come oggetto della discussione il cui fine non è la poesia in sé ma raggiungere un determinato livello di conoscenza che non si possiede. raggiungere un livello di conoscenza previamente non posseduto significa trovare una risposta plausibile ad una domanda che ci tedia. e se c’è una domanda che tedia l’uomo dai tempi dei geroglifici egizi e su cui si è scritto e si continua a scrivere questa è: che diavolo ci faccio io qui? dunque la poesia, come la filosofia, la matematica, la fisica, il lavoro, l’ozio, il consumo e qualunque altra attività umana non sono che dei pretesti per rispondere a questa domanda in maniera plausibile o per trovare un’occupazione che riempia il vuoto di una risposta che non arriva. Dunque in questo senso intendo io “pretesto” questo sito, la poesia e qualunque altra attività umana.

    è ovvio che l’ultima cosa che desidero è impostare una equivalenza ed intercambiabilità dei poeti e dei pensieri espressi in questo sito. Pari dignità, questo si.

    se c’è la pubblicazione, probabilmente incongruiente di materiali e poeti anche molto diversi tra loro è per ovviare la necessaria canonizzazione estetica che in un sito formato da una redazione volutamente “multipensiero” sarebbe impossibile. Non è stata la difficoltà di coincidere tutti in un medesimo canone ad averci portato ad una pubblicazione senza canone; nemmeno ci è mancato il coraggio di prendere manifestamente una “posizione estetico-politica mai neutrale rispetto al resto dell’universo poetico, mai assunta “senza conseguenze” “. L’idea, ingenuissima, era quella di presentare “Tutti” i poeti o detti tali sospendendo il giudizio nel momento della selezione per poi riattivarlo a pubblicazione avvenuta: ottimo poeta perche; pessimo poeta perché. Anche perché ciò che per me è poesia può non esserlo per te e viceversa. E siccome nessuno dei due probabilmente avrà tutta la piena ragione, meglio discuterci su. Ma anche questa è risultata una scelta molto poco felice, per la quale assumo tutte le responsabilità giacché molti della redazione la pensavano in maniera differente, più decisa, più “politica”.

    Sulla questione “diari pubblici”: ho bisogno di esempi per capire e farmi capire. Facendo due conti e vedendo le rubriche che ci sono, penso alle 3 rubriche che potrebbero avere (hanno) questo approccio “personale e personalistico”: L’aria, Il vuoto di Plastica e (molto meno) Vicolo Cieco.

    Inizio dalla fine: Vicolo Cieco è un “raccoglitore” di provocazioni a cadenza mensile a cui nessuno (la maggior parte dei casi) risponde con un segno di vita. Eppure sono provocazioni (a mio parere molto sensate) piuttosto forti, antipatiche, che indispettiscono, che dovrebbero spingere nel peggiore dei casi almeno a regalare un vaffanculo al suo autore. Nulla.

    Il vuoto di Plastica e l’Aria sono molto personali, si: sono (quasi) un diario.
    Ora, io immagino tu abbia letto Pessoa e sono sicuro che l’ultima cosa a cui hai pensato è l’utilizzo personalistico che l’autore fa della letteratura. Mi chiedo, allora, la differenza tra lui ed uno qualunque che ha una rubrica in un sito internet: non posso connettere con questo personalismo come connetto con il personalismo pessoiano? (senza pretendere di paragonare gli stili imparagonabili, ma solo diciamo la “sostanza”).
    Se la mia interpretazione è sbagliata o fuori luogo rispetto a ciò che dici e non c’entra davvero nulla, parliamo anche di questo: mi capita spesso di non capire una mazza 🙂

    Per finire: il “fallimento” della redazione non è il mancato accordo su un determinato concetto, quanto lo svilimento di una forza-collante presente all’inizio. Quella stessa forza collante che, se l’obiettivo è realmente fare in modo che si costituisca una comunità attorno alla poesia come esiste una comunità di matematici o di fisici, è necessario non si perda (nonostante le priorità che la vita possa metterci davanti ad un impegno di “volontariato” come giustamente faceva notare Annamaria). Ora la questione è: come fare in modo che la vita non ci viva, ed essere noi piuttosto a vivere la vita?

    (vabbé, mi sono riletto… dopo questa perla vado a lobotomizzarmi sul divano con un po’ di sana televisione :/)

  • Luigi, secondo me, come è già successo relativamente al “poche pretese” che io ho contestato, anche la frase “Il sito ed i suoi contenuti non sono che un pretesto” nn è ben posta. Non credo però se ne possa dedurre quello che dice Fabio Teti e cioè che qui “l’aggregazione vera non riesce” “perché (qui)la poesia è trattata pretestuosamente”. No, almeno nelle intenzionalità fondativa, passatemi il termine, o almeno quella che io ho condiviso e fatta mia, la poesia non era, non è, un pretesto. Magari il sito, la sua struttura e modalità di fruizione, ma non certamente la poesia.

    Nemmeno trovo negativo il fatto che le idee dei curatori possano non essere allineate o sincronizzate ecc ecc, credo che gugl l’abbia definita perfettamente, con “natura anarchica, centrifuga”, ovvero con l’idea “La mia idea è che non sia redazione, ma piuttosto rete”.

  • Luigi, sì, le tue domande lanciate devono avere risposte.
    Da parte mia continuo imperterrita, non sentendomi volontaria, ma forse solo un po’ pasionaria. Non capisco però come si possa considerare positiva una forza centrifuga(vorresti chiarire?), visto che vorremmo presenza e scambio continuo.
    Riguardo alle interviste, la riflessione comune si potrebbe stimolare con un’apposita domanda, del tipo: cosa pensi della posizione di?… sul tale argomento?… etc., il che stimolerebbe a leggere i pareri altrui e confrontarsi.
    Su Poesia Condivisa sono d’accordo sulla maggiore valenza della risposta in lettura concreta anzichè dei commenti mordi e fuggi(pochissimi in verità).mi piacerebbe allora conoscere il n.ro delle visite (mi spiegherai in pvt come faccio a saperlo), non per avere il polso dell’audience, ma sperando, come tu dici, che siano visite fertili.
    Cosa fare? ora proporrei di invitare in primis i redattori(esclusi quelli della rubrica) a parteciparvi. non è anche questa una forma di dialogo costruttivo?, di fare comunità?
    Grazie atutti coloro che sentiranno di farlo!Ricambio l’abbraccio a tutto il cerchio dialogante
    annamaria

  • caro Luigi,

    davvero non ho letto nel tuo scritto – né nei tuoi commenti – alcun tipo di rimprovero o di presentat’arm rivolto a chi, nella redazione o ai suoi margini, ha profferto dosi di impegno “insufficiente”. non credo insomma che tu ti sia espresso male; il tuo scritto mi sembra anzi difficilmente ambiguabile. piuttosto, e conseguentemente, sono uscito dalla logica del “noi” per esaminare – cogliendo lo spunto anzi gli spunti del tuo bilancio – nel dettaglio me stesso e il mio lavoro nella fattispecie di Poesia 2.0 (mentre quanto ho detto sulla Redazione, l’ho detto premettendo che le mie sono appunto impressioni esterne, ergo fallibili, magari inesatte). è in base insomma a questa disanima del mio quasi nullo contributo, e del miserissimo contributo che realisticamente so di poter apportare per il futuro prossimo – ma non ti sto dicendo nulla in più rispetto a quanto ti ho già comunicato altre volte in privato, per cui non addebitare le mie parole esclusivamente al tuo post – è in base a ciò, dicevo, che ho preso definitivamente la decisione di uscire da Poesia 2.0. e mi è sembrato giusto scriverlo pubblicamente, giacché la ragione principale è una mia mancanza e impossibilità, e non un cozzare irredimibile (o non sversabile in dialogo) con le proposte e le visioni o le eventuali mancanze tue e degli altri redattori. è insomma proprio perché condivido le finalità in cui incardini Poesia 2.0., finalità che hai ribadito anche nell’ultimo commento, che devo fare, per correttezza (e non è detto sia “per sempre”) un passo indietro.

    Accolgo poi quanto scrivi circa le soggettività espresse nelle rubriche del sito; non era certo in vista di una presunta e spersonalizzata scientificità critico-enunciativa che muovevo la mia critica, semmai era un invito a non utilizzare Poesia 2.0. per elucubrazioni eccessivamente personalistiche, diari pubblici mai in contatto e comunicazione nemmeno con le posizioni e idee espresse dagli altri curatori.

    Su un punto invece sono in disaccordo: scrivi: “Qui si sta parlando di sperimentare nuovi modelli di aggregazione, nuovi modi di interpretazione della realtà, nuovi modi di discutere. Il sito ed i suoi contenuti non sono che un pretesto”.
    e forse è proprio perché la poesia è trattata pretestuosamente che l’aggregazione vera non riesce, che i nuovi fili e vettori interpretativi non sono individuati. Affermare che i contenuti del sito sono solo un pretesto (sia pure per aprire a una finalità nobilissima)significa ammetterne la sostanziale interscambiabilità e equivalenza. Viene così a perdersi tutto intero il portato conoscitivo specifico della poesia, il suo trasmettere conoscenza in un modo peculiare e insostituibile. Se autori e testi sono interscambiabili ed equivalenti significa non riconoscergli modalità e quantità della conoscenza che sanno e riescono a trasmettere, conoscenza che non può prescindere dal riconoscimento, anche, di una posizione estetico-politica mai neutrale rispetto al resto dell’universo poetico, mai assunta “senza conseguenze”: non credo insomma che una poesia-pretesto – anche se permette, almeno apparentemente, una più larga “biodiversità” – sia la giusta base per sperimentare nuovi modi di aggregazione e interpretazione del mondo in cui viviamo (perché la poesia è in questo mondo, e ad esso reagisce in modi come dicevo non neutrali e non interscambiabili).

    ma lasciando da parte questo punto, voglio chiudere con le tue necessarie e sottoscrivibili parole: “cercare, possibilmente insieme, nuovi modi di fare le cose, interessandosi al lavoro gli uni degli altri ed impostanto il proprio discorso all’interno di una dialettica che straripa gli argini del proprio discorsetto e comincia a tenere in considerazione tutto quanto lo circonda.”

    proprio perché le condivido, come ti dicevo, ho preso la mia decisione (comunque indotta da un mucchio, anche, di ragioni prettamente contingenti: la vita è un gran casino, come scrivi). tenere in considerazione quanto ci circonda significa anche misurare continuamente il proprio apporto – e sapersi tirare indietro laddove questo è vano e insufficiente.

    un abbraccione, Luigi, con l’amicizia e la simpatia di sempre,

    f.t.

  • Letti gli ultimi tre commenti, sento l’urgenza di dire:
    “ragazzi, fermi tutti: probabilmente mi sono espresso male.”
    Quando, come dico nell’intervento, mi sono chiesto se fosse il caso di dire qualcosa a proposito dell’anno di P2.0, ho pensato fosse opportuno fare due cose: essere sincero verso me stesso e tutti; non cercare di autoelogiare una esperienza in fin dei conti molto buona, per poi “lavare i panni sporchi in famiglia”, dando invece all’esterno l’impressione di aver raggiunto chissà quale grande successo.
    Certo, avrei potuto limitarmi a fare un elenco di tutte le iniziative portate avanti (e a compimento) da Poesia 2.0, dicendo quanto siamo bravi e belli e quanto i posteri saranno in debito con le nostre fatiche. Ma non avrebbe avuto senso poiché non avrebbe rispettato lo spirito con cui è nato questo sito – come anche scrivo nello stesso intervento.
    Dunque, se ho parlato direttamente di fallimenti e di redazione è semplicemente per un motivo: cercare di tirar fuori da una esperienza limitata e particolare una conclusione di più ampia portata ed “universale”, allargando il discorso a tutte le iniziative che vanno al di là di P2.0, che non è che un piccolo pesce nel mare.
    Il tema del mio discorso è prevalentemente “umano” piuttosto che squisitamente “poetico”.
    Il mio interesse è quasi totalmente assorbito dall’esperienza sociale piuttosto che dalla qualità degli interventi.
    Il mondo cambia, a prescindere da noi e dalla poesia. Il bisogno di appartenenza, l’esigenza di aggregazione e la sperimentazione di nuovi vincoli sociali congiuntamente alla presenza di strumenti in passato inpensabili (internet) stanno imponendo una trasformazione antropologica che va soppesata, stuzzicata, sperimentata.
    P2.0 è solo uno dei tanti tentativi di fare comunità, tediata da problemi che condivide con numerosissime altre realtà molto più grandi e molto diverse (penso alle comunità arabe o occidentali che sfociano nel fondamentalismo e nel settarismo; penso ai movimenti di natura civile e sociale che ragionano (o almeno cercano di farlo) su un mondo differente; penso al movimento 15-M, a Generazione TQ, al movimento 5 stelle etc.).
    Il mio errore è forse stato quello di inserire nell’ordine del discorso la parola fallimento e la parola redazione in maniera troppo ravvicinata, consecutiva. Ma le mie intenzioni non erano certo quelle di dire pubblicamente che la redazione è pessima né tantomeno cercare un modo per farmi dire quanto sono “catalizzatore” (anzi, piantatela un po’, che io semplicemente pubblico quello che mi mandate!).
    Io semplicemente cercavo di dire: ok, nell’editoriale di apertura del sito ci eravamo ripromessi di raggiungere l’obiettivo di creare una comunità e siccome non siamo riusciti a mantenere una certa prassi aggregativa a livello redazionale mi sembra opportuno prendere atto del fallimento – che non ha responsabili diretti né li cerca, ovviamente.
    Da lì tutte le mie domande, che si riassumono in “che fare?” e “come farlo?”.

    Nello specifico:

    @ annamaria: si certo è “volontariato”, però, ripeto, qui non si sta parlando di quanti post uno scrive al giorno perché in fin dei conti importa davvero molto poco. Qui si sta parlando di sperimentare nuovi modelli di aggregazione, nuovi modi di interpretazione della realtà, nuovi modi di discutere. Il sito ed i suoi contenuti non sono che un pretesto, perché detta come va detta, la poesia non ha bisogno di qualcuno che si erga a difensore e salvatore: qui c’è da difendere e salvare noi in quanto esseri umani.
    Di conseguenza, il vonlontariato di cui tu parli per quanto mi riguarda si trasforma in un “quanta voglia hai di implicarti in un cambio?”, “quanto ci credi? Quanto è importante?”, “quanto sei disposto a mettere in gioco per vedere se ci riesci o se fallisci?”
    La questione dei commenti, probabilmente mi sbaglio ma è ciò che penso, è per me piuttosto irrilevante. Irrilevante nel senso che ci possono essere anche 50 commenti ad un post, però se questi commenti non servono a fare un passo in più, ad andare oltre, a che pro? Esiste la possibilità di comunicare in maniera meno frammentaria e frammentata, di impostare uno scambio più concreto, prolifico, fattuale, pragmatico? La vita di un blog dipende dalle discussioni che riesce a provocare. Ma P2.0 non è un blog. La vita di P2.0 – e la sua ragion d’essere – dipende dai cambi che riesce a provocare, indipendentemente da se tali cambi ci vengono comunicati in un commento oppure no.
    Per quanto riguarda Poesia Condivisa: forse è una questione di termini, però l’entusiasmo facebookiano seguito da un esiguo numero di proposte di letture io lo chiamo un “armatevi e partite”. L’inerzia etc. di cui tu parli ha già preso il sopravvento su tutti e in numerosi se non tutti gli ambiti della vita di una persona. E ciò è triste. Dunque, per tornare al punto di cui sopra, a 500 mi piace e 50 commenti ad un post di Poesia Condivisa, preferisco 500 lettori silenti che prendono spunto da questa rubrica e cominciano a leggere, magari senza dirci nulla pubblicamente. Ecco come la rubrica da fine passa ad essere mezzo.
    Ora se ciò non avviene, dico io, è perché stiamo sbagliando l’approccio o qualcosa d’altro (oltre al fatto che la vita è una cosa complicata).

    @ Gugl e Fabio (che mi sembra dicano la stessa cosa con meno o più parole):
    ho personalmente sempre considerato la diversità e la posizione centrifuga una forza piuttosto che una debolezza. La cosa, ovviamente, richiede molto sforzo, pazienza e una certa dose di flessibilità. Il fatto che possa essere più complesso non vuol dire che sia impossibile. Significa solo che bisogna pensare a dei modi nuovi perché la cosa funzioni.

    Riguardo all’autoreferenzialità delle rubriche di cui parla Fabio: personalmente non credo che ce ne sia tanta. Ma se fosse così, anche l’autoreferenzialità può essere motivo di scambio, di interesse, uno spunto di riflessione. Il mio parere è che quando l’autoreferenzialità è “onesta”, è assimilabile ad un dono: un modo di un soggetto di autovivisezionarsi pubblicamente. In ciò non ci vedo nulla di male e di scabroso. Piuttosto vedo in maniera negativa cercare di avere approcci forzosamente oggettivi, scientifici nel senso di esclusione della soggettività al fine di che? Un confronto è sempre un confronto di due soggettività che, per quanto autoreferenziali, hanno bisogno dell’alterità foss’anche solo per autodeterminarsi rispetto a se stessi. L’autoelogio e la vanità sono ben altra cosa – che non manca mai.
    La mancanza di confronto degli interventi (in specie delle interviste) a cui Fabio fa riferimento si aggiunge ai fallimenti già esposti: se non siamo riusciti a far scoccare la scintilla della condivisione e dell’interesse verso il già detto da altri è perché abbiamo sbagliato approccio, abbiamo cercato di usare prassi consumatissime sperando di ottenere risultati diversi per il semplice fatto di avere fini diversi. È andata come è andata e l’obiettivo di questo mio intervento è proprio questo: rendere conto di ciò che è stato fatto, del come e dei risultati ottenuti per aggiustare il tiro.
    Per i problemi di caricamento della pagina: cercherò di trovare il modo di risolverli, ma poco si può fare visto che il problema è strutturale (il cablaggio in Italia fa cagare, detto in parole molto povere). Se la impostazione grafica è dispersiva, suggerimenti e pareri sono i benvenuti!
    Per l’uscita da P2.0, non ci sono problemi Fabio (tenendo anche in considerazione l’averti quasi “costretto” ). Ci tengo solo a precisare, però, che il mio intervento non era un rimprovero a nessuno né voleva essere un modo di recriminare alcunché.
    Concludo ribadendo ancora una volta che le intenzioni di queste mie riflessioni non erano quelle di far emergere i problemucci interni di un sito come un altro perché diventino tema di discussione pubblico dei lettori della domenica. Solo eraun modo per dire a noi (redattori e lettori) che stiamo facendo? E per dire agli altri (redattori e lettori) voi che fate? E, soprattutto, per cercare, possibilmente insieme, nuovi modi di fare le cose, interessandosi al lavoro gli uni degli altri ed impostanto il proprio discorso all’interno di una dialettica che straripa gli argini del proprio discorsetto e comincia a tenere in considerazione tutto quanto lo circonda.
    Purtroppo non ho la soluzione di tutto ciò in tasca, però non ho molta voglia di dire che la cosa non è possibile. Almeno, non ancora.

    un abbraccio a tutti
    L.

  • Caro Luigi,

    alcune parole concrete in qualità di semplice “collaboratore”, quale esclusivamente sono stato (seppure io compaia senza troppe ragioni nell’elenco redazionale: se cavillo su questo punto è per non assumere meriti non miei: per poesia 2.0. ho preparato, in un anno, esclusivamente i dossier + antologia di Andrea Raos e Andrea Inglese).

    Scrivo senza dunque il tempo per analisi approfondite o risposte reali alle domande che poni, e che effettivamente trascendono la specola di Poesia 2.0, se non della stessa poesia.

    tu scrivi che il principale fallimento di Poesia 2.0 è la piattaforma redazionale, che è riuscita a funzionare solo in una fase iniziale.

    e io credo che fosse inevitabile, per quanto posso intuirne dal mio punto di vista defilato. nel senso, almeno, che difficilmente può funzionare una redazione totalmente sprovvista, in verità, di progettualità comune – e, se guardiamo bene, composta da autori con idee e visioni sulla poesia e la cultura spesso lontanissime le une dalle altre, se non alle volte proprio incompatibili. autori e redattori insomma ritrovatisi insieme “per caso”, e non per una previa comunità d’intenti, di prospettive.

    per quanto sia nobile, e da me condiviso, il fine alto che assegni al tuo (e “nostro”) operare, penso che esso fine sia minato alla base proprio dal fatto che, se non ci fossi tu Luigi come collante e propulsore, non esisterebbe niente, in Poesia 2.0., di assimilabile a una vera redazione, né dunque a un progetto purchessia.

    ciò credo sia ben percepibile anche per i lettori e visitatori del sito (almeno così percepisco io la faccenda, che son più lettore che autore di Poesia2.0.): i materiali si susseguono spesso senza alcun criterio, le rubriche a firma d’autore sono incredibilmente autoreferenziali e non-comunicanti, la maggior parte dei redattori non interviene nello spazio commenti, se non quando è in ballo alcunché di personale. gli stessi poeti – penso a moltissimi di quelli che han risposto all’intervista – hanno utilizzato il loro spazio alla stregua di un palchetto per monologo (spesso un monologo futilissimo), senza nessuna voglia di confrontare le proprie idee con quelle già espresse dagli altri intervistati.

    naturalmente io sono il primo a dover ammettere le mancanze appena esposte, non sono qui insomma a raccontare di un naufragio con spettatore. se andassi a rileggere i miei (non molti) interventi disseminati sul sito, troverei – quasi esclusivamente – prese di posizione negative e discussioni sbilanciate verso il litigio (esattamente per quella incompatibilità di prassi poetiche, tra i redattori medesimi, di cui ho detto sopra). nella poesia non c’è nulla di neutrale, e forse proprio per questo la comunità allargata e cooperante che auspichi è impossibile.

    Ci sono, io credo, anche problemi meramente tecnici, mediali, un problema non indifferente per una piattaforma web. Personalmente, ad esempio, con un pc del 15/18, faccio una fatica tremenda per accedere al sito, che è estremamente pesante, impiegando un tempo spropositato per caricare una pagina, interi quarti d’ora solo per inviare un commento, ecc. ecc. La stessa impostazione grafica è, credo, spesso dispersiva.

    Ma al di là di questo, Luigi, sono costretto all’esame di coscienza, perché prendo estremamente sul serio le tue parole. Se provo a confrontare la mia prassi, relativa al sito, con quanto tu scrivi di proiettivo e rilanciante, non posso che dichiararla in tutto fallimentare. Ancora di più, se penso alla piega materiale che sta prendendo la mia quotidianità, ed al tempo che mi richiedono altri progetti e collaborazioni in corso, devo ammettere che il trend in questione non può che peggiorare.

    É dunque, ti prego di credermi, nel rispetto del tuo impegno, nonché dell’impegno degli altri redattori (mi scuseranno se mi rivolgo qui quasi esclusivamente a Luigi, ma Luigi è praticamente il solo con il quale io abbia avuto delle discussioni relative a Poesia 2.0.), che comunico dunque la mia fuoriuscita da Poesia 2.0. Non parlo ovviamente della frequentazione del sito, di eventuali discussioni a venire, o di possibili collaborazioni, ovviamente. Ma parlo di una fuoriuscita anzitutto nominale – e dunque pratica e pragmatica, da questo spazio. Se farlo in tale maniera, ossia in pubblico, sembrerà a qualcuno sconveniente, sono pronto a prendermi tutti i rimbrotti del caso. In questo momento e nel futuro prossimo – serve a poco ingannarsi a riguardo – non ho nulla da (né soprattutto modo per) poter “dare” al sito, né ad una sua eventuale ridefinizione. Sai che già in diverse occasioni ti ho comunicato questo mio scrupolo, diciamo, “etico”; questa è la volta buona per non recedere.

    Ringrazio dunque Poesia 2.0. per un’esperienza in ogni caso molto ricca. Ma ringraziando soprattutto te Luigi per la persona che sei e i modi tuoi sempre improntati a chiarezza e sincerità; poche volte è stato possibile discutere con qualcuno, pur a partire da posizioni a volte conflittuali, con tanta proficuità e “scioltezza” come con te in quest’annata.

    Un abbraccio forte a te e a tutti, allora, e a risentirci ovviamente su questi schermi, nonché in privato.

    f.t.

    ps.

    (Luigi, naturalmente ti consegnerò il dossier mesiano che ti ho promesso).

  • ringrazio anch’io Luigi per l’impegno straordinario che mette in questa impresa. lavoro non retribuito.
    io penso che le case editrici fanno prima a sponsorizzare il libro in un premio, piutttosto che esporsi in questa arena di persone competenti: c’è il rischio che gli editor più importanti rivelino la loro mediocre formazione.

    sul successo del sito: direi che c’è, tenuto conto che a frequentare i siti di poesia sono non più di 200 persone.

    sulla dificoltà di gestire la redazione: ne abbiamo parlato a lungo in privato, tutti insieme. una redazione come la nostra ha natura centrifuga, anarchica: difficile che possa progettarsi in modo organico attorno ad un materiale condiviso. La mia idea è che non sia redazione, ma piuttosto rete, una minuscola wikipedia che ha in Luigi il catalizzatore.

    un caro saluto a tutti

  • Innanzitutto grazie a Luigi per la sua onestà nell’aver messo qui, pubblicamente, pregi e difetti di questo progetto e aver permesso una libera e franca discussione. Che è appena incominciata, mi sembra, e che andrà portata avanti con nuova progettualità, senza illudersi, certo, che il migliore dei progetti sulla poesia sia l’arma migliore per cambiare le sorti della poesia. Luigi, fra poco ti scrivo.
    Sebastiano Aglieco

  • Luigi, ho letto il tuo punto della situazione, e ti rispondo a caldo. Il dibattito è sempre proficuo, soprattutto se risponde alle tue precise domande su ciò che non funziona e stenta ad avviarsi. Il punto cruciale è che la comunicazione virtuale, con tutti i suoi pregi , è qualcosa che può divenire oltremodo sfuggente. Infatti non prevede, né si può pretendere:

    1) l’ assunzione di responsabilità nell’impegno preso (parlo per tutti redattori, me per prima) . Già, non è mica un lavoro! E’ solo passione, volontariato! Dunque qualsiasi altra cosa può scavalcare un ruolo così vago…

    2) La presenza-vigilanza costante, dopo che si lancia una discussione, nel periodo dei commenti o almeno la delega a qualcun altro se si ha qualche impedimento. Come sai, è successo anche di recente. Dare il proprio apporto e poi rimanere “appesi”, senza risposta, è sempre frustrante. E’ questa la stanchezza che sta invadendo i blog, dove si lasciano commenti spesso per auto gratificarsi, per convincersi di esistere(che miseria!) epoi si vola via, non si cerca la vera comunicazione, il senso , l’approfondimento, il passaggio alla concretezza di un progetto.

    3) Che cambi la natura del mezzo. Dobbiamo rassegnarci, prendere il meglio- ed è davvero tanto- , e continuare a seminare e dilatare, confidando nei pochi che ci scom-mettono la faccia, e continuano a “fare con onestà”.
    Quanto al fare comunità, in rete sappiamo che è possibile, eccome. Però vi si riesce attorno a temi molto coinvolgenti e precisi, su poche domande o anche miseramente singole, una per volta, per dibattere, coagulare un’idea e poi cercare di realizzarla. Altrimenti si fanno non dialoghi ma monologhi più o meno splendidi e poi… nemmeno ci si saluta se ci s’incontra.
    La poesia, che noi sentiamo, come tu dici, non un fine, ma” uno strumento linguistico per costruire una realta diversa” è un tema ancora evidentemente non incisivo, per varie lontane e vicine cause su cui non mi dilungo, considerata d’élite e roba da visionari. dunque non possiamo aspettarci che all’improvviso lettori, autori, critici, ed editori facciano causa comune. Agli autori mediocri piace lo status quo (come ho dibattuto in una discussione recente lanciata e poi abbandonata…)-e gli editori soprattutto, nel cui risveglio etico tu pure credevi, ancora sonnecchiano, ben adagiandosi sulle torme di autori paganti. Contenti così.
    Ma voglio credere che una diffusione capillare del progetto di poesia 2punto 0 ancora non ci sia stata, per cui è forse presto per fare bilanci, che trovo positivi per la mole di autori inclusi, per il successo delle interviste, per l’emulazione dell’idea di far rete sul territorio(basta vedere su facebook i gruppi di collegamento sul territorio in poesia)… Dunque è tempo di ottimismo, se si riconosce qualche errore e si continua con passione- fatica a insistere.
    Ti ringrazio per la fiducia nella rubrica di Poesia Condivisa. Ma non direi che la nostra rubrica “ ha trovato un muro d’indifferenza” . Tutt’altro. Lo si vede dai commenti ricevuti. Quando ne parlo in giro, la maggioranza ne è entusiasta, ma poi , si sa, ci sono l’inerzia e le mille distrazioni del virtuale e del quotidiano e la nostra a volte scarsa puntualità nel sostenere e vivacizzare la partecipazione ad ogni post.
    Concludo: non scoraggiamoci, parliamoci addosso meno, parliamo per fare, qualcosa di miracoloso già è avvenuto. grazie in primis, Luigi, al tuo entusiasmo e alla tua autenticità. Grazie a tutti, anche per il poco.
    Salute,
    annamaria

  • Il distanziamento di cui parla elio può avvenire solo attraverso l’abbattimento della barriera di contenimento dell’immagine, rotta la quale tutto fluisce e, soprattutto, si mescola.

    grazie Francesco per esser passato di qui. Aggiungo solo che la “volontà della gioventù” senza l’appoggio e/o supporto della “vecchiaia” il più delle volte rischia di essere energia sprecata.

    L.

  • > Perché un’altra verità è che vogliamo dire non dicendo mantenendo il pudore dei nostri sentimenti. Temiamo la comunicazione inerme. Entrare nella poesia non è cosa da nulla. La brevità è un inganno, la musicalità una maschera di tulle, lì c’è l’uomo che gronda le sue passioni tormentose e amorose.

    Questo lo ritengo un punto davvero importante (e davvero ben espresso!). Secondo me ci deve essere un riconoscibile momento/processo di “sublimazione” che distacchi la persona dalla sua opera, altrimenti l’opera non potrà essere adoperata, incorporata, persino violentata in piena libertà dagli altri. La mia sarà la solita dicotomia fra interpretazione ed uso di un’opera (vedi Eco) e magari Freud esagerava nel condannare il giovane Dalì, ma io credo che se non c’è questo distanziamento – non si crea una sand-box di sicurezza dagli affetti e dalle suscettibilità, me non si libererà il pieno potenziale dei memi che maldestramente e oscuramente proviamo a maneggiare. Faccio la controprova che ciò che dico su me stesso: se viene uno sul mio blog, si prende un’immagine che per me magari condensa sentimenti intimi e sacri, e se la rielabora (con i normali “credits”) stravolgendone il senso, facendola magari passare dal mio sacro ad un grottesco ironico, ridicolo ecc.. beh, io penso che se ciò vien fatto bene, con abilità, mi rallegrerei di aver contribuito ad un percorso pur così estraneo.
    E la stessa cosa io auspico avvenga nella riflessione razionale: la caricaturizzazione anche ingenerosa delle idee altrui (peccato nel quale posso incorrere) serve pur sempre ad evidenziare rischi che sono almeno potenziali, come dire: se esageri questi tratti, guarda che bella cosa vien fuori! Ma se non vi è distanziamento delle persone dalle idee, questo raspare fastidioso, ma che può condurre ad una calibrazione più fine, non avrà luogo e l’accumulo di materiale “troppo garantito” eccederà le capacità di combustione in “Senso”, come ho l’impressione che effettivamente avvenga.

  • Caro Luigi,
    il giovane entusiasmo si scontra con il maturo scetticismo, o peggio con l’indifferenza? Va messo in conto. Io dico che il lavoro che state facendo è lodevole, apprezzabile, e soprattutto molto utile a chi segue o vuol seguire la poesia e quel che le va al fianco. Aggregare tutto è un po’ più difficile, ma il tempo non passa invano, credo, quando il lavoro è buono. Per usare un detto ormai assurto a luogo comune, direi che bisogna sempre operare con il pessimismo della ragione con l’obiettivo dell’ottimismo della volontà. Dico cose banali, certo, ma io – che sono un po’ più avanti con gli anni di te (di voi) e so come sia facile passare dall’ottimismo al pessimismo – ti esorto a non arrenderti! Non ho formule che “mondi possa aprirti”, che vuoi? è più facile per voi trovarle che non per chi si appoggia forse al suo scetticismo e all’assenza di aspettative (ma spera nella forza e nella volontà della gioventù). Semmai, permettimi d’invitarti a pensare al poeta non come voyeur che guardi dal buco della serratura – dal quale, per forza di cose, la visione è limitata e circoscritta, sicché è difficile che possa interpretare il mondo -, ma come al Cortez di un bel sonetto di Keats, when with eagle eyes / He star’d at the Pacific – and all his men / Look’d at each other with a wild surmise – / Silent, upon a peak in Darien. Ciao
    Francesco

  • Grazie Domenica.
    Ci tengo a sottolineare il fatto che non si sta considerando la possibilità di chiudere il blog, quanto quella di trasformarlo in qualcosa di diverso da ciò che è.

    L.

  • Finché della poesia si discuterà come voi fate, essa sarà sempre in buona salute, anzi ottima. Mi pare logico chiedersi a che cosa miri il proprio blog (o non blog, giusto: nemmeno noi sappiamo cosa vogliamo che sia). Non è forse, il nostro blog, un po’ come una poesia ermetica, ma non del tutto, anche a noi stessi? La poesia è vita, anche il blog è vita, serve ad espanderci e a trovare contatti con altri poeti e altri blog. Quando, qualche anno fa, entrai in un club di poesia rimasi sorpresa spiacevolmente per la rivalità fra le persone ed anche per le beghe. Lì dentro ho incontrato contemporaneamente amici meravigliosi. Ne ho dedotto che internet è come la vita. È vero che chi scrive poesia tende al monadismo, tuttavia significa diventare stagno, soltanto aprendosi sinceramente alla poesia altrui sorpassando il proprio gusto e rinunciando agli atteggiamenti a priori si può evitare una chiusura triste, che isterilisce. Io non faccio fatica a commentare i poeti più diversi, anzi me la godo intensamente e poi mi dà una gioia ulteriore quando, misteriosamente, scrivo qualcosa che intuisco appena e l’autore mi dice: come hai fatto a capire?
    Perché un’altra verità è che vogliamo dire non dicendo mantenendo il pudore dei nostri sentimenti.
    Temiamo la comunicazione inerme. Entrare nella poesia non è cosa da nulla. La brevità è un inganno, la musicalità una maschera di tulle, lì c’è l’uomo che gronda le sue passioni tormentose e amorose.
    Un’ultima cosa voglio dire: MAI, MAI, MAI CHIUDERE UN BLOG CHE VALE. Prima o poi qualcuno se ne accorge, collabora, risponde.
    Invece il cassetto non ha speranza. Buon blog a tutti, ciao.

  • @Marghe: oh, sicuramente le pretese ci sono e gli obiettivi sono piuttosto alti. Siccome però ho parlato di “costruzione del senso”, era a questo che mi riferivo con “non troppe pretese”, per evitare che qualccuno, leggendo, interpretasse tutto in maniera troppo “assoluta”: nessuna pretesa di verità nella costruzione del senso, solo un altro punto di vista.

    @elio: le manfrine promozionali e i comuni capri espiatori non li sopporto. Anche in questo caso, decine di persone prima di me hanno lamentato certi costumi derivanti da certi atteggiamenti e certe mancanze. Ora, c’è davvero bisogno di un altro post nel mondo del web dove ripetere le stesse cose? No. Se fossi stato capace di offrire una soluzione l’avrei fatto. Siccome sono stato incapace, pongo la domanda sperando che 2 teste siano meglio di una.

  • Nelle parole di Luigi, trovo notevole l’apertura dello sguardo su ogni eventualità, unita all’assenza dei più comuni capri espiatori (mancanza di sensibilità/educazione da parte del pubblico, il dominio soffocante della dimensione economica ecc.). E quell’obiettivo di “costruzione del senso” si pone davvero assai più in alto dei consueti propositi promozionali, divulgativi ed educativi. In questo senso risulta molto attraente ma anche difficile e rischioso: richiederebbe il coraggio di mettere davvero tutto quanto in discussione, con il rischio di scalzare eccessivamente la base dei propri stessi presupposti. Ma questa indifferenza ai piccoli consolidamenti già ottenuti è anche il principale vantaggio cognitivo degli “underdog”, che però non mi sembrano poi tanti numerosi, in questo campo.

  • Luigi, vero ciò che dici rispetto al volere qui cercare di creare nodi e fili propulsori e più “robusti di un link” o di un insieme di link,
    contesto solo le “non troppe pretese”, dato che, le pretese ci sono e le abbiamo, coerentemente con obiettivo di creare rete; obiettivo già di per sé alto limitatamente all’ambito della poesia, altissimo nel senso del quale tu dici: “impegnarsi nella costruzione del senso su cui si fonda la vita dell’uomo in quanto tale”(!).

    ringraziando Narda (che ha bene inteso il non volere essere Poesia2.0 raccolta di parti più o meno riusciti) e Francesco Tomada per la sua attenzione, rilancio (facendo mio) il tuo però: “Però cos’altro si può fare e come? Quali soluzioni per interrompere questo monadismo genetico dei siti di poesia (e non solo)?”

    un caro saluto

  • Trovo le riflessioni molto interessanti e sincere, direi spietate come deve essere; così come sono d’accordo con il tono di diversi fra quelli intervenuti prima di me. Una sola cosa, che forse è sbagliata ma accade: forse se a volte non si risponde non è per disinteresse (come nel caso di Parola ai Poeti) ma per ritegno, nel senso che io, ad esempio, credo che in molti più di me possano parlare dello stato della poesia in Italia oggi.
    Grazie per ciò che fate.

    Francesco Tomada

  • Intanto grazie a tutti quelli che hanno detto la loro.

    Parto dal commento di Cristina per risalire la china: grazie per gli auguri al “blog”. Però il punto è proprio questo: Poesia 2.0 non voleva essere un blog (o almeno non solo). Ce ne sono 200mila di blog di poesia, perché farne un altro?

    Sicuramente un anno non basta a valutare la riuscita o meno di una iniziativa. È pur vero però che è importante valutare bene dove si è arrivati e come per eventualmente aggiustare il tiro.

    Se mi limitassi a vedere Poesia 2.0 come un blog, non potrei che esserne pienamente soddisfatto: 10mo blog nella categoria di letteratura di wikio dal giorno 1 (ora 18esimo perché si è ridotto notevolmente il numero delle pubblicazioni); trafiletto su Repubblica con complimenti e auguri della Lipperini come chiusa etc. etc. (lascio perdere i numeri di FB, le visite etc.).

    Ora, la questione è che Poesia 2.0 non è nato per i trafiletti di Repubblica e nemmeno per scalare le classifiche di Wikio. Il sito nacque come supporto ad una idea; il sito è sempre stato un mezzo e mai un fine. E il fine è sempre stato quello di cercare di fondare (dentro o fuori Poesia 2.0 è assolutamente irrilevante) una comunità di persone che si occupano di poesia, non per fare da “intermediari tra terra e cielo” (cit.), ma (ribadisco) per impegnarsi nella costruzione del senso su cui si fonda la vita dell’uomo in quanto tale, semplicemente con un altro punto di vista senza troppe pretese.

    L’idea era anche quella di cercare un modo per limitare il più possibile l’isolazionismo ed il monadismo che caratterizza tutte le attività culturali non solo in rete. In altre parole: se già esiste Absolute Ville, Blanc, Rebstein, Compitu solo per fare degli esempi, che senso ha aprirsi un varco nella ressa e fare il proprio recinto? Per me nessuno. L’obiettivo infatti voleva essere altro: voleva cercare di unire tutte queste voci valide già presenti nel web; P2.0 voleva fungere da “collante” o da “propulsore”, da “rottura dello status quo”. Non voleva essere l’ennesimo blog collettivo. E non voleva essere nemmeno un aggregatore di notizie (PoeCast funziona perfettamente). C’è bisogno di una rete reale, fatta di scambio reale, di messaggi più lunghi di 140 caratteri, di fili di connessione più robusti di un link a fondo pagina; c’è bisogno di una programmaticità comune che fortifichi e solidifichi il lavoro che ciascuno compie qui e lì e che vada contro la naturale dispersione delle idee.

    Personalmente sono sempre in esplorazione; i miei siti e le mie riviste “di fiducia” li ho trovati da tempo e sono perfettamente consapevole del fatto che non è umanamente possibile seguire tutto. Ecco perché l’idea non è aggregare tutto in un unico calderone o trovare il modo perché tutti leggano tutto. Semplicemente trovo davvero stupido occuparsi di qualcosa di cui si sono già occupati altri o su cui altri stanno lavorando allo stesso tempo e non saperlo o far finta di non saperlo. Trovo stupido pensare di poter creare la propria fetta di mondo con il proprio bacino di utenza che passa a fare i saluti una volta la settimana. Trovo stupido e sterile occuparmi di poesia e non sapere che temi ha intenzione di trattare il mio blog favorito; che progetti ha la mia rivista favorita. Trovo stupido che due o più riviste di poesie si ignorino reciprocamente; trovo stupido che due associazioni o due librerie, magari nella stessa città, si occupino di poesia e siano all’oscuro l’una dell’altra. Insomma: l’indifferenza mi rende la cosa difficile, nel senso che di fronte all’indifferenza tutto perde un po’ senso.
    Ora, non sto mica qui a fare la vittima: io sto parlando anche della MIA indifferenza.

    Dunque, alla fine della fiera, il succo della questione è: ok, ciò che è stato fatto non è da buttare nel cesso. Però cos’altro si può fare e come? Quali soluzioni per interrompere questo monadismo genetico dei siti di poesia (e non solo)?

    L.

  • Mi dispiacerebbe molto se non ci fosse più questo luogo d’incontro e di scambio.
    Penso anche che un anno sia un lasso di tempo troppo breve per valutarne la riuscita.
    Alcuni di voi hanno impegni personali che forse limitano la frequenza di collaborazione, ma io vedo aria di stanchezza anche in altri siti di poesia.
    Ovunque di dice che di poesia se ne legge poca, sembrerebbe che l’italiano medio non sia sensbilizzato a questa forma d’arte.
    Il perché è da cercarsi in tante direzioni, carenze educative, primaditutto, che si rilevano non soltanto in questo campo, ma anche in tante altre espressioni artistiche, tanto da farle considerare di nicchia.
    Eppure ogni poeta vorrebbe che la sua poesia fosse letta e riconosciuta tale.
    Chi decide cosa e quando si tratta di poesia?… Bella domanda, ci vorrebbe una Castalia hessiana, forse, per stabilirne definitivamente i canoni.
    Intanto, auguro comunque buon compleanno a questo blog.
    cb

  • Sì Elio, nessuna onta (ci mancherebbe!). Hai ragione sulla difficoltà di essere “nodo” nel senso che dici, nel rapporto con la necessità delle proprie sedimentazioni.

    In quanto alla nave, giusto per non appesantire :), riporto sempre Heaney che cita Simone Weil: “Se si sa per quale ragione la società è squilibrata, bisogna fare quel che si può per aggiungere peso nel piatto troppo leggero della bilancia”. Ecco, lasciando da parte la “precisa” direzione e il “maggiormente allineabile”, una navigazione è possibile solo nell’equilibrio dei pesi, senza eccesso di zavorre. La poesia e l’arte sicuramente aggiunge al piatto “troppo leggero” delle bilance…

  • Ecco Margherita, forse la difficoltà maggiore sta proprio nel coniugare queste sedimentazioni personali – le loro esigenze di silenzio e attenzione esclusiva – con l’esigenza opposta di essere anche “nodi” che forniscono responsi, feedback, con prontezza sufficiente a “sostenere” un vero lavoro a livello di rete, senza cioè lasciare che questi compiti “condivisi” ricadano nella percezione d’indifferenza che l’articolo descrive. Considerando il tipo di materia e le diversità personali nei ritmi e nelle priorità, il compito appare in tutta la sua formidabile complicazione e quindi un relativo fallimento non è certo motivo di onta.

    Volevo anche correggere una stupidaggine che ho scritto più sopra: quella della “stultifera navis” è un’immagine che applicherei in effetti all’umanità nel suo complesso, che tutti quanti vorremmo più “responsabile”, maggiormente allineabile, nel suo comportamento collettivo, a certi valori. Siccome io non credo realmente che possa essere la poesia, per sua natura, a poter imprimere o indicare alla nave una precisa direzione, vorrei sgravarla almeno da questa eccessiva responsabilità. L’aiuto che poesia e arte possono dare è molto indiretto, secondo me.

  • L’abbondanza (che a volte probabilmente diventa ridondanza, ma più, a mio avviso, nella modalità della forma che nella sostanza) è stato un preciso intento iniziale, in modo da creare con il contenuto il contenitore. Il fatto che il “materiale”, soprattutto quello relativo agli autori, non potesse così essere “fruito” immediatamente, non è parso un problema, sempre che la fruibilità della navigazione possa essere garantita.
    Ecco, forse quest’ultima risulta un po’ caotica e a volte lenta, anche se l’interesse dovrebbe essere tale da non consentire di demordere :).

    Davide indicando la proliferazione (e conseguente dispersione delle attenzioni e delle energie) riporta ciò che era/è alla base delle intenzioni fondative di Poesia2.0: “La cosa bella sarebbe che tutti questi spazi dedicati alla poesia divengano in qualche modo complementari anziché concorrenti, e che focalizzino anziché disperdere l’attenzione”

    che non si sia del tutto riusciti o, giusto per parlare più duro, si abbia in parte fallito, tenendo conto di ciò che dice Elio (condivido il fatto che molto o più, ha bisogno di una sedimentazione personale, che credo esista ancora, al di là del “rumoroso viavai della rete”), beh, può fare parte senz’altro ricalibratura che tenga conto anche di nuovi input (interessante, di nuovo, quello proposto da Davide su un aggregatore con certe funzionalità .

  • Naturalmente sul fatto che i materiali qui proposti siano spesso interessanti non ci piove. Ma materiali di questo tipo, come possono “focalizzarsi”? Si tratta in fondo di monadi divergenti, micromondi che tendono a trascinarti nel loro contesto. Ma quali strutturazioni possono portarli a “fattor comune”, prosciugando un po’ la ridondanza e consentendo di ripartire da un po’ più in alto, senza ripetere ogni volta tutto, ovvero riscoprire in ogni singolo poeta l’acqua calda dell’estrema sensibilità che è propria a tutta la specie umana, anche se a volte non ha modo e tempo di esprimersi? Questo dovrebbe essere il compito della critica, ma evidentemente non ce la fa. Oppure questo non può essere operato “collettivamente” nel rumoroso viavai della rete, ma solo nelle silenziose sedimentazioni dei lunghi studi solitari.

  • A me Poesia 2.0 piace molto, sin dall’inizio mi è sembrato uno dei più seri e completi tentativi di diffondere la poesia a vari livelli sul web. Tuttavia, l’unica rubrica che sono riuscito a seguire quasi sempre è stata La Parola ai Poeti. Perché? forse semplicemente perché, tra le altre, era quella di cui più spesso ricevevo gli aggiornamenti sulla mia posta elettronica (ora ho rinnovato l’iscrizione alla mailing-list, dato che era da un po’ che non ricevevo mail da Poesia 2.0). Infine: mi piacerebbe collaborare in qualche modo, ma non ho capito se questo implica garantire una certa regolarità (cosa che ancora non posso permettermi, avendo iniziato il dottorato!) né se è possibile contribuire con pezzi già scritti e pubblicati altrove. Il problema poi è sempre la crescente moltiplicazione di spazi dedicati, che rende più ardua la scelta o anche più difficile stare dietro a tutto con una certa costanza. La cosa bella sarebbe che tutti questi spazi dedicati alla poesia divengano in qualche modo complementari anziché concorrenti, e che focalizzino anziché disperdere l’attenzione. Il rischio con internet è che l’offerta sia sempre maggiore della domanda. Allora sarebbe utile (ma un lavoro immane) combinare una funzionalità come quella di un aggregatore poetico (diciamo, PoeCast) con quella di un breve commento / la riproposizione del primo paragrafo per decidere a colpo sicuro quali post leggere e a quali rinunciare, secondo i gusti, gli interessi e gli approcci di ognuno.

  • La frase di Borges citata contiene una quieta intelligenza delle cose che è quanto più lontano possa esserci dalle fanfaronate dominanti in questi contesti, il cui tenore è piuttosto questo (quasi un “programma”):

    ai poeti spetta la parola intermediaria fra la terra e il cielo, messaggeri degli dei fuggiti per gli uomini che non sanno guardare

    Beh, quando ci si abitui a trangugiare senza reazione certi inebrianti, che altro c’è da aspettarsi se non delle stultifera navis prive di direzione?

  • “Cosa sono la poesia ed il poeta senza il lettore?”

    riprendo questa tua frase Luigi e questo di Heaney che cita Borges (che ho messo tempo fa in un post): «Se le pagine di questo libro ammettono qualche verso felice, voglia perdonarmi il lettore la sgarberia di averlo usurpato io, anticipatamente. Le nostre quisquilie differiscono poco; ordinaria e fortuita è la circostanza che tu sia il lettore di questi esercizi, e che io ne sia l’estensore »

    (Mi piace sottolineare e rilanciare a questo proposito la rubrica Poesia Condivisa)

    Poi, poi la prima cosa che mi viene in mente è che forse non si è creata, o non siamo stati capaci di creare (giusto per non tirarmi fuori ma metterci la faccia) quella che viene definita “massa critica”.

    un caro saluto

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