Parola ai Poeti: Lorenzo Mari

 

Qual è lo “stato di salute” della poesia in Italia? E quello dei poeti?

Rispondendo, non vorrei schivare la difficoltà che suppone questa domanda – difficoltà che la rende impermeabile alle polemiche estive sui quotidiani nazionali, come anche quest’anno è successo, e al tempo stesso ne fa possibile cardine per risposte creative, prima ancora che intellettuali… Credo però che ci siano tanti punti di vista diversi sullo stato di salute della poesia in Italia, molti validi: tra questi, condivido in linea di massima tutti quelli che ammettono una malattia nella stagnazione della ricerca e nella difficoltà della comunicazione con il pubblico. Ecco, sicuramente non approvo una delle possibili risposte, che recita: “La poesia è morta. Viva la poesia!”. Chi ha la capacità oggi di essere vero Dada, con questi presupposti? Nessuno, credo… E quindi l’irrilevanza socio-culturale progressiva della poesia non la fa più anarchica e più libera, se questa poesia non lo è già per altri sentieri.
Quanto ai poeti, scoppiano tutti di salute – raramente scoppiano e basta.

 

Quando hai pubblicato il tuo primo libro e come hai capito che era il momento giusto? Come hai scelto con chi pubblicare? Cosa ti aspettavi? Cosa ti ha entusiasmato e cosa ti ha deluso?

Quando ho pubblicato il mio primo libro, libere sequele (Gazebo, 2004), probabilmente non era il momento giusto, ma non riuscivo a dar peso al lavoro che invece si rende necessario per arrivare alla parola, e in particolare a una parola di poesia. Irresponsabilità e ingenuità, dunque, che ho vissuto comunque con gioia e soddisfazione, per la fortuna di avere incontrato sul mio cammino tre persone e tre poetesse straordinarie. Due di queste hanno retto e reggono ancora le sorti di Gazebo, spendo un nome per la terza, perché lo vale tutto (e su poesia2punto0, come da molte altre parti, non si cita spesso): Elia Malagò.

 

Se tu fossi un editore cosa manterresti e cosa cambieresti dell’editoria poetica italiana? Cosa si aspettano i poeti dagli editori?

Non credo che, date le condizioni attuali dell’editoria poetica italiana (e internazionale), ci si possa aspettare molto più che passione, occhio critico e un buon editing dove necessario. L’editore di poesia puro non ha la capacità di essere un imprenditore, sia però un collaboratore onesto su tutti fronti e anche il primo lettore – di qualità – dei libri che stampa.

 

La poesia di domani troverà sempre maggiore respiro nel web o starà in fondo all’ultimo scaffale delle grandi librerie dei centri commerciali? Qual è il maggior vantaggio di internet? E il peggior rischio?

Il trend sembra  effettivamente questo – una maggior presenza sul web e una progressiva assenza dagli scaffali delle librerie (non solo nei centri commerciali, ma anche nelle librerie indipendenti, mi sembra)… Nel web, però, la poesia non può trovare maggior respiro che altrove: anche la Rete produce effetti ciclici di saturazione e una dinamica di euforia/frustrazione che avvicina e poi allontana molti. Lo strumento ha il vantaggio di connettere, aggiornare, stimolare alla lettura e alla ricerca, mentre è molto preoccupante la proliferazione dei blog-vetrina, delle polemichette autoreferenziali tra questa o quella comunità telematica e la moda dei pollici alzati su Facebook, i quali esprimono sì gusto e piacere individuali, ma anche noia e supina accettazione del do ut des poetico – non dando mai luogo a veri sguardi critici.

 

Pensi che attorno alla poesia – e all’arte in genere – si possa costruire una comunità critica, una rete sempre più competente e attenta, in grado di giudicare di volta in volta il valore di un prodotto culturale? Quale dovrebbe essere il ruolo della critica e dei critici rispetto alla poesia ed alla comunità alla quale essa si rivolge?

Esistono già molte aggregazioni, molti circoli, molte parrocchie e parrocchiette, dove la competenza, anche se alta, rischia di non essere esercitata in modo attento… e disinibito. I progetti di rete, pur collegando molte realtà tra di loro, non sono riusciti minimamente a scalfire questa cattiva abitudine. Per fortuna, vi è critica di qualità sia dentro che fuori dai questi gruppi; lo stesso si può dire per le marchette.

 

Il canone è un limite di cui bisognerebbe fare a meno o uno strumento indispensabile? Pensi che nell’attraversamento della tradizione debba prevalere il rispetto delle regole o il loro provocatorio scardinamento?

Soluzione banale, ma “bisogna conoscere il nemico per combatterlo”, bisogna attraversare il canone per uscirne, deviare, innovare – sempre che innovare poi si possa…

 

In un paese come il nostro che ruolo dovrebbe avere un Ministro della Cultura? Quali sono, a tuo avviso, i modi che andrebbero adottati per promuovere la buona Letteratura e, in particolare, la buona poesia?

Poeti e ministri della cultura sono categorie che non si sovrappongono facilmente, come si è visto di recente… Il ministero della cultura potrebbe però avere un ruolo molto positivo non tanto nella promozione della “buona” poesia, ma con il finanziamento delle iniziative culturali e letterarie (di quelle esistenti, di quelle esistite e interrotte per mancanza di fondi, e di quelle future) per le quali i fondi sono stati progressivamente tagliati. Ci sarebbe poi bisogno di assessorati alla cultura intelligenti e ambiziosi in ogni Comune… E ci sarebbe bisogno di più spesa pubblica nell’Istruzione e nella Ricerca e molto meno nella Difesa (e nell’Attacco)… E poi… E poi… E poi si dice che la poesia e la critica militanti sono miopi.

 

Quali sono i fattori che più influiscono – positivamente e negativamente – sull’educazione poetica di una nazione? Dove credi che vi sia più bisogno di agire per una maggiore e migliore diffusione della cultura poetica? Chi dovrebbe farlo e come?

Nello specifico dell’educazione poetica, molto può essere fatto nelle scuole, di tutti i gradi. (Anche nelle facoltà di Lettere, Lingue e Scienze della Formazione, al limite, dove sono molti i docenti di materie letterarie a digiuno di poesia…). Ma bisogna collegare l’educazione poetica a una formazione più ampia, a un bisogno più generale di recuperare un rapporto positivo e costruttivo con arte e cultura.

 

Il poeta è un cittadino o un apolide? Quali responsabilità ha verso il suo pubblico? Quali comportamenti potrebbero essere importanti?

Il poeta è un apolide e un incivile, che conserva la capacità, comunque, di proiettare il proprio sguardo sulla polis e assumersene, nel caso, la responsabilità (morale, politica, civile). In ogni caso, essere barbari significa poter sconvolgere i sistemi dall’interno e dall’esterno, non vuol dire essere completamente privi di un’etica ‘professionale’ e di uno sguardo umano.

Credi più nel valore dell’ispirazione o nella disciplina? Come aspetti che si accenda una scintilla e come la tieni accesa?

 

Non credo nella prevalenza dell’ispirazione o della disciplina, ma a un continuo gioco, e – perché no? – compromesso tra questi due poli.

 

Scrivi per comunicare un’emozione o un’idea? La poesia ha un messaggio, qualcosa da chiedere o qualcosa da dire?

La poesia non ha un messaggio preciso, altrimenti basterebbero le segreterie telefoniche, come insegna Woody Allen. Allo stesso tempo, la poesia è tutto quello che posso e riesco a dire, sia per comunicare emozioni che per comunicare idee, senza preclusioni. Non ne controllo il discorso, me ne faccio attraversare.

 

Cosa pensano della poesia le persone che ami?

Opinioni disparate, che a volte mi deludono (di solito perché buoniste, infantili, opportuniste), a volte mi regalano emozioni e profondità di pensiero immense, inaspettate.

 

Sei costretto a dividere il tempo che più volentieri dedicheresti alla poesia con un lavoro che con la poesia ha davvero poco a che fare? Trovi una contraddizione in chi ha la fortuna di scrivere per mestiere? Come vivi la tua condizione?

Fortunatamente no, attualmente sono dottorando in letterature comparate e, anche se mi occupo quasi solo di narrativa, questo mi permette di mantenermi vicino alla poesia, o di distanziarmene un poco, quando voglio… Posso ripeterlo, neanche l’Università è luogo per poeti. Quanto allo scrivere per mestiere, non è una contraddizione se questo significa “essere pagati per scrivere”. Nel caso, sarebbe più come una fortunata eccezione. Ma è segno di tristezza e squallore chi “scrive con mestiere”, perché è autore affermato e sente la compulsione a continuare a pubblicare per ampliare la propria opera. Il lettore di poesia appena un po’ esperto se ne accorge subito.

 

Cosa speri per il tuo futuro? E per quello della poesia? Cosa manca e cosa serve alla poesia ed ai poeti oggi?

Senza scomodare Berardinelli e seguaci, senza inveire inutilmente contro il gruppo 63 (la moda del gruppo 63, per essere più preciso) o contro la poesia precisa, spero che la poesia e i poeti tornino con più frequenza al pubblico, a porsi la questione di chi legge e ascolta.

 


 

Lorenzo Mari (Mantova, 1984) vive a Bologna. Ha pubblicato libere sequele (Gazebo, 2004), pellegrinaggio senza endimione (V premio Alessandro Tanzi, Inventario Senese, 2007), Minuta di silenzio (L’arcolaio, 2009). Dopo aver partecipato ai fasti della rivista bolognese Tabard, collabora ora con la rivista di poesia pavese Farepoesia e alle attività dell’associazione bolognese Casa Lettrice Malicuvata (www.malicuvata.it). Suoi testi sono apparsi su rivista (L’Area di Broca, Le Voci della Luna, Il Monte Analogo, e altre) e nelle antologie Nella borsa del viandante (Fara, 2009), Pro/Testo (Fara, 2009) e Impoetico Mafioso (CFR, 2011).

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