Parola ai Poeti: Abele Longo

 

Qual è lo “stato di salute” della poesia in Italia? E quello dei poeti?

Buono direi, come anche quello dei poeti di conseguenza.

 

Quando hai pubblicato il tuo primo libro e come hai capito che era il momento giusto? Come hai scelto con chi pubblicare? Cosa ti aspettavi? Cosa ti ha entusiasmato e cosa ti ha deluso?

Ho ovviato al problema pubblicandomi da solo,  in un’antologia di autori pugliesi.

 

Se tu fossi un editore cosa manterresti e cosa cambieresti dell’editoria poetica italiana? Cosa si aspettano i poeti dagli editori?

C’è tutta una cultura che va cambiata. Come diceva Svevo: “scrivere a questo mondo bisogna, ma pubblicare non occorre”. Autori che accettano di pagare e di cedere i diritti pur di essere pubblicati non ”si aspettano” molto né dagli editori né dalla vita. Per quanto riguarda gli editori, credo che dovrebbero cercare il più possibile nuove strategie, sia  in termini di promozione che di distribuzione, creando sinergie con altri editori, istituzioni, etc…

 

La poesia di domani troverà sempre maggiore respiro nel web o starà in fondo all’ultimo scaffale delle grandi librerie dei centri commerciali? Qual è il maggior vantaggio di internet? E il peggior rischio?

Domani troveremo tutto su internet. Si passerà direttamente dall’autore/editore di se stesso al pubblico. Il rischio maggiore è la scomparsa dei libri “cartacei”, almeno per noi che con le sottolineature, la copertina sgualcita, abbiamo un rapporto sentimentale. Nessun problema invece per le generazioni che verranno.

 

Pensi che attorno alla poesia – e all’arte in genere – si possa costruire una comunità critica, una rete sempre più competente e attenta, in grado di giudicare di volta in volta il valore di un prodotto culturale? Quale dovrebbe essere il ruolo della critica e dei critici rispetto alla poesia ed alla comunità alla quale essa si rivolge?

Abbiamo bisogno soprattutto di chi sa guardare alla poesia in maniera disinteressata e attenta.  Ciò che chiamiamo critica significa spesso un manipolo di correttori o veicolatori del “gusto” .

 

Il canone è un limite di cui bisognerebbe fare a meno o uno strumento indispensabile? Pensi che nell’attraversamento della tradizione debba prevalere il rispetto delle regole o il loro provocatorio scardinamento?

Bisogna  fare poesia senza porsi delle regole prestabilite. Si può seguire la tradizione, sia pure per superarla, o semplicemente ignorarla. Qualsiasi approccio può rivelarsi quello giusto.

 

In un paese come il nostro che ruolo dovrebbe avere un Ministro della Cultura? Quali sono, a tuo avviso, i modi che andrebbero adottati per promuovere la buona Letteratura e, in particolare, la buona Poesia?

Difficile anche ipotizzare dei suggerimenti con i ministri che ci ritroviamo.  Al momento non ci resta che impegnarci maggiormente nella speranza che questo Paese torni ad essere civile.

 

Quali sono i fattori che più influiscono – positivamente e negativamente – sull’educazione poetica di una nazione? Dove credi che vi sia più bisogno di agire per una maggiore e migliore diffusione della cultura poetica? Chi dovrebbe farlo e come?

Ho più o meno risposto nella domanda precedente. Più che aspettarci o invocare soluzioni è sempre più necessario che nel nostro piccolo si faccia di più.

 

Il poeta è un cittadino o un apolide? Quali responsabilità ha verso il suo pubblico? Quali comportamenti potrebbero essere importanti?

Può essere una cosa o l’altra. In alcuni casi il poeta si fa “cittadino”  diventando punto di riferimento. Penso all’importanza che ha avuto Mahmud Darwish per i palestinesi. A volte invece il poeta trova la sua ragione di essere proprio nel rompere con qualsiasi vincolo o “responsabilità” nei confronti degli altri. Penso, per dare un esempio, a Salvatore Toma, che scriveva: “Io sono morto per la vostra presenza.”

 

Credi più nel valore dell’ispirazione o nella disciplina? Come aspetti che si accenda una scintilla e come la tieni accesa?

E’ la disciplina che porta spesso all’ispirazione, e comunque ho imparato a saper aspettare ogni scintilla, anche quando viene dai posti e nei momenti più impensati.

 

Scrivi per comunicare un’emozione o un’idea? La poesia ha un messaggio, qualcosa da chiedere o qualcosa da dire?

Non penso al “messaggio”, né sopporto la poesia didascalica. Un poeta, tranne delle grandi eccezioni, ha ben poco da insegnare ma solo domande da porre.

 

Cosa pensano della poesia le persone che ami?

Hanno un buon rapporto per mia fortuna.

 

Sei costretto a dividere il tempo che più volentieri dedicheresti alla poesia con un lavoro che con la poesia ha davvero poco a che fare? Trovi una contraddizione in chi ha la fortuna di scrivere per mestiere? Come vivi la tua condizione?

Non ho molto tempo ma non ne faccio un problema, visto che riesco  a scrivere qualcosa più o meno ogni giorno, spesso in treno. E comunque, nel mio caso, la poesia come unica occupazione non la troverei “salutare”.

 

Cosa speri per il tuo futuro? E per quello della poesia? Cosa manca e cosa serve alla poesia ed ai poeti oggi?

Al futuro, e al mio soprattutto, non ci penso più di tanto. Alla poesia, come a qualsiasi altra forma artistica, auguro il posto che merita nella vita di ognuno. Per quanto riguarda l’ultima domanda, credo che alla poesia e ai poeti non manchi niente, basta un pezzo di carta. Mueen Bsyso scrisse una poesia in carcere su carta da sigaretta.

 


 

Abele Longo insegna cinema e letteratura italiana e traduzione audiovisiva presso la Middlesex University di Londra. Tra le sue pubblicazioni: ‘Subtitling the Italian South: A Comparative Study of Totò che visse due volte and LaCapaGira’ in Anderman, Gunilla e Jorge Díaz Cintas (a cura di) In So Many Words: Translating for the Screen. Clevedon: Multilingual Matters, 2009; ‘Palermo in Ciprì e Maresco’, in Foot, John e Robert Lumley (a cura di) Le città visibili, ‘Il Saggiatore’, Milano, 2007; ‘Influenze pirandelliane nel Ritorno di Cagliostro di Ciprì e Maresco’, in Dalla letteratura al film (e ritorno). Acta Universitatis Palackianae Olomucensis Facultas Philosophica, Philologica 88, Università di Olomouc, 2006. Ha fondato e dirige il blog neobar.

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8 Comments

  • “Più che aspettarci o invocare soluzioni è sempre più necessario che nel nostro piccolo si faccia di più.”

    a dispetto delle vacue lamentazioni che da ogni parte e per ogni motivo ci assordano, qualcuno preferisce all’inerzia il piccolo fare, il poiein assimilato ad ogni aspetto del vivere, come tensione limpida, etica, onesta. questo è Abele. essenziale,luminosamente semplice,concreto,poi altruista,solidale,e così calmo,quasi olimpico. di questa razza di portatori di un’ecologia della mente e della vita abbiamo bisogno. di questi poeti totali, sì, abbiamo davvero un feroce bisogno. grazie per viverci accanto, Abele

  • diretto, non lascia ombre e taglia con precisione le orditure della storia, almeno quella relativa alla poesia, non dimenticandosi del luogo in cui questa s’innesta a causa appunto dei poeti, gente che vive e che poi scrive. Porre domande e costruire tra gli errori non è cosa facile, guardarli con onestà è una ottima scelta. fernanda f.

  • Colpisce la sincerità e la semplicità di Abele nel dare le sue risposte. Che bella intervista genuina, sa di pane fatto col lievito “vero” e cotto nel forno a legna in campagna.

  • La compagnia di Abele, poeta e cittadino, lascia spago all’aquilone della poesia che s’impenna, vola, cade a picco giravoltando, riparte, riposa, si scontra, ondeggia, balla. Le risposte in forma di sintesi arrivano e sottolineano la capacità di percepire di ognuno le dinamiche del mondo, incoraggiano a scrivere, ma non illudono vanamente. Sono fiero di te. Un abbraccio.

  • “Un poeta, tranne delle grandi eccezioni, ha ben poco da insegnare ma solo domande da porre.”

    (una risposta chiara e bella, tanto più che vengo da una poesia di Stevens che parla appunto di uno-tutti e le domande…)

    L’intervista è altrettanto chiara, elegante nel suo essere diretta e onesta con chi legge.

    Un grazie Abele, per tutto.

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