Parola ai Poeti: Arnold de Vos

 

Qual è lo “stato di salute” della poesia in Italia? E quello dei poeti?

Scoppia di salute, socialmente parlando non credo sia buon segno. Con ciò ho risposto alla seconda parte della domanda: quando la musa si chiama Disagio, la Musa non è a disagio.

 

Quando hai pubblicato il tuo primo libro e come hai capito che era il momento giusto? Come hai scelto con chi pubblicare? Cosa ti aspettavi? Cosa ti ha entusiasmato e cosa ti ha deluso?

Il primo libro di poesia Uit een volslagen duisternis (il titolo è la citazione di un verso del poeta neerlandese Gerrit Achterberg, dedicatario della raccolta: in italiano suonerebbe Da un’oscurità completa) l’ho pubblicato nel 1967 con l’editrice Sijthoff di Leiden, città nella quale mi laureai l’anno dopo. Nel 1967 mi trovavo già in Italia, all’Università di Bologna, con una borsa di studio; la silloge uscita era più o meno il mio congedo dall’Olanda, non dal poeta che non ho mai conosciuto e che era già morto: ha significato molto per la mia formazione di poeta, di poeta in olandese naturalmente. Non mi aspettavo nessun riscontro, mentalmente avevo già dato l’addio all’Olanda: all’epoca, l’Italia era il presente del mio futuro. Non posso dire di non aver covato rancori, non provo nostalgie. Al pubblico neerlandese della poesia ho lasciato la traduzione di un romanzo di Elio Vittorini che ammiravo, situato a Milano nel parco del Lambro: Il Sempione strizza l’occhio al Frejus (De Bezige Bij, Amsterdam 1967); della traduzione mi aspettavo una possibile adattazione alle scene, pensata per l’attore Henk van Ulsen che andava per la maggiore con il Diario di un pazzo di Gogol, ma Van Ulsen non abboccò. Ha continuato con il Diario di un pazzo un po’ per tutta la vita.- Il mio debutto italiano è stato stimolato da Elsa Morante, non tanto dalla lettura di Alibi quanto da quella di Menzogna e sortilegio: la consideravo una maga, incontrata a casa sua dopo averle sottoposte i miei primi tentativi di scrittura poetica in italiano, nel 1974 quando era ancora abbordabile prima che incominciava a imperversare il successo de La storia. Aveva appena introdotto Patrizia Cavalli da Giulio Einaudi, e mi disse di insistere con la poesia mandandomi però da Dario Bellezza: altro incontro, questo finito piuttosto in scontro. Abitavo dietro Campo de’ Fiori, e mi godevo lo spettacolo ambulante della kermesse letteraria romana con una certa distonia per il mio disagio economico di quegli anni ricchi di incontri culturali. Ne spuntò un poemetto, In un pomeriggio di pieno sole: che con altri testi della raccolta mi procurò il primo (ed ultimo) premio “Piccolo Strega” per poemetto (Varese 1979) e quindi l’agognata edizione, intitolata Poesie del deficit (Edigam, Padova 1980), dunque del disagio. Non ebbi mai a che fare con l’editore o editrice, solo con i poeti in erba del Gruppo Piccolo Strega. Trovavo il libro esposto nelle vetrine della Libreria Croce in corso Vittorio Emanuele a Roma, vicino a casa, con un grosso fallo velato nella foto di copertina by Clemente Fava: fatto che preconizzò alquanto la mia vita futura.

 

Se tu fossi un editore cosa manterresti e cosa cambieresti dell’editoria poetica italiana? Cosa si aspettano i poeti dagli editori?

Abolirei le pre- e/o postfazioni, un vizio tipicamente italiano: sono tali e tante da far nascere il sospetto che siano gli autori ad averne bisogno per compensare un complesso d’inferiorità. Ragione per la quale però per un poeta alle prime armi come me, si sono rivelate utili: lo scrittore migrante che si esprime non nella sua lingua, all’inizio si trova chiaramente in difficoltà.- L’editore per me è la faccia pubblica dell’autore: bisogna perciò che ci metta la faccia, nell’impresa, oltre a un discreto gruzzolo. Ma non così discreto da non prestarsi anche alla distribuzione del libro: spesso è la diffusione l’anello mancante dell’editoria in Italia.

 

La poesia di domani troverà sempre maggiore respiro nel web o starà in fondo all’ultimo scaffale delle grandi librerie dei centri commerciali? Qual è il maggior vantaggio di internet? E il peggior rischio?

Sarò di antico stampo, ma non trovo che la poesia respiri in internet: l’informazione sulla poesia sì, magari le facce dei poeti, ma la poesia per me va servita alla griglia, dalla pagina bianca che dialoghi eventualmente con il testo della pagina seguente, e con lo sguardo di chi legge il libro sul desco in un dialogo o trialogo. Da lì nascono le idee. Mi si giudicherà antiquato, ma è piuttosto che non riesca che a leggere a letto. E ho dovuto adattarmi alla posizione orizzontale dello schermo. Fissazioni generazionali: non varranno per la gioventù di oggi, la quale ha una gamma di modi per restare impressa e esprimersi a disposizione con lo sviluppo delle nuove tecnologie, così vasta che non so se la lettura, lasciamo stare di poesia, sappia mantenere il primato che aveva, come minimo rispetto alla musica. I rischi di internet sono il sovraffollamento di notizie da un lato, e l’assuefazione al consumo dall’altro per cui alla fine non sai più cosa leggi o senti: gli stimoli cessano di essere stimoli, la mente si nega, non reagisce più. Poveri libri di poesia stipati nei fondi di magazzino, e sugli scaffali a boccheggiare negli ‘angoli della poesia’ delle librerie: la fine naturale di ogni libro è che cessi di vivere; per poter interagire per tempo con i contenuti che si svalutano oggigiorno un po’ più alla svelta, ho l’impressione, c’è [la pubblicità su] internet.

 

Pensi che attorno alla poesia – e all’arte in genere – si possa costruire una comunità critica, una rete sempre più competente e attenta, in grado di giudicare di volta in volta il valore di un prodotto culturale? Quale dovrebbe essere il ruolo della critica e dei critici rispetto alla poesia ed alla comunità alla quale essa si rivolge?

La mia poesia dialoga, uso spesso il ‘tu’. Ma può trattarsi anche del doppio dell’autore, o della figura dell’amato: se essa sposa una causa, capita che diventi poesia civile. Scrivo, come accennato sopra, da un’oscurità completa, per cui non so bene quale sia il ruolo del poeta; da questa mia relativa aporia ha poco senso definire il ruolo da assegnare al critico. Equiparo la critica alla poesia, se va bene: può essere di grande aiuto al poeta, e non solo per la diffusione della sua poesia attraverso i media. Non sottovaluto neanche l’effetto tomba della critica negativa, ossia il silenzio assoluto da parte dei critici: può risultare letale per la sua vena, esacerbare il lassismo o spingerlo in direzione del parossismo isterico. Avendo sperimentato tutto questo lungo l’arco della mia carriera di poeta, difficilmente mi sentirei chiamato a fare il critico se uno me lo chiedesse: troppa responsabilità. Fortunatamente non tutti la pensano in questo modo, e si mettono a fare piazza pulita di molta non poesia. Poi vi sono le baronie di poeti e critici, con la relativa confusione dei ruoli tra i consorziati.

 

Il canone è un limite di cui bisognerebbe fare a meno o uno strumento indispensabile? Pensi che nell’attraversamento della tradizione debba prevalere il rispetto delle regole o il loro provocatorio scardinamento?

Scrivendo, e non solo in quanto non italiano, da un’oscurità completa, non mi arrogo voce in capitolo. Non sono di per sé irrispettoso delle regole, sarò così ottuso da pensare che la cosa non mi riguardi: annoto come sotto dettatura quanto (mi) sento dire in italiano, ed è tanto di guadagnato se a un orecchio italiano risulti poesia percepita come poesia. O filosofia.

 

In un paese come il nostro che ruolo dovrebbe avere un Ministro della Cultura? Quali sono, a tuo avviso, i modi che andrebbero adottati per promuovere la buona Letteratura e, in particolare, la buona poesia?

Un ruolo grande o piccolo, o meglio nessun ruolo, tutto dipende dalla figura del politico che fa il Ministro. Poi non è colpa sua, ma magari del di lui predecessore o di uno di loro se una generazione di poeti per le condizioni socio-economiche nelle quali vivacchia, a un dato momento non risulti (più) all’altezza della situazione del paese.

 

Quali sono i fattori che più influiscono – positivamente e negativamente – sull’educazione poetica di una nazione? Dove credi che vi sia più bisogno di agire per una maggiore e migliore diffusione della cultura poetica? Chi dovrebbe farlo e come?

Da ‘poeta migrante’ operativo in Italia ho sperimentato che (quasi) ovunque sono gli italiani a essere preposti (remunerati) alla gestione culturale e all’organizzazione di eventi riguardanti la letteratura migrante: è odioso. Più in generale direi che i poeti facciano bene a organizzare se stessi, per evitare imposizioni indesiderate, lasciando il campo libero a critici e addetti ai lavori di tipo scolastico per le considerazioni storiche al riguardo. Opportuno, anzi indispensabile mi sembra, nonostante i tempi che corrono, la riqualificazione e redistribuzione delle riviste letterarie cartacee da offrire in vendita in libreria o nelle rivisterie specializzate che fanno lauti guadagni con la vendita di riviste e rivistine, libri e CD extraletterari. O non c’è già più un pubblico della poesia?

 

Il poeta è un cittadino o un apolide? Quali responsabilità ha verso il suo pubblico? Quali comportamenti potrebbero essere importanti?

Sono poeta, cittadino della poesia e lo stesso apolide, per negarmi all’appartenenza. Penso, con questa affermazione, di parlare per molti colleghi poeti, migranti o meno.- Che si mettano più spesso in gioco, disposti a discutere con il pubblico non solo rispondendo a, ma anche sollecitando domande. Anche quelle rischiose, che sondano il profondo.

 

Credi più nel valore dell’ispirazione o nella disciplina? Come aspetti che si accenda una scintilla e come la tieni accesa?

L’ispirazione, la disciplina la vita: che se vissuta, evita alla scintilla di diventare accendino.

 

Scrivi per comunicare un’emozione o un’idea? La poesia ha un messaggio, qualcosa da chiedere o qualcosa da dire?

La poesia non è una messaggeria; se sposa emozione e idea può diventare contagiosa, e in quanto tale mettersi a servizio di una causa.

 

Cosa pensano della poesia le persone che ami?

Che piacerebbe loro essere corteggiate diversamente.

 

Sei costretto a dividere il tempo che più volentieri dedicheresti alla poesia con un lavoro che con la poesia ha davvero poco a che fare? Trovi una contraddizione in chi ha la fortuna di scrivere per mestiere? Come vivi la tua condizione?

Ero costretto a dividermi tra lavoro e poesia, ora studio in funzione della poesia con il consueto disagio economico che non mi disturba (più) salvo forse per la necessaria ascetica dell’eros, sopportabile alla mia età, dolce (e ribelle!) ancella della poesia. Non amo, mai amato i mestieranti.
Amo scrivere a mano: <<mi sei stata maestra di parole, Penna>>; l’assuefazione cheta corpo e anima, spero non solo miei.

 

Cosa speri per il tuo futuro? E per quello della poesia? Cosa manca e cosa serve alla poesia ed ai poeti oggi?

Il mio futuro è nel passato, in ambo i casi. Se faccio corpo con la poesia, mi manca solo l’amato, il lettore, l’altro: il trialogo. Salvo la pace nel mondo mi manca poco altro: tra poco, la vita degli altri.

 


 

Arnold de Vos Laureato in lingua e letteratura neerlandesi e italiane all’Università di Leiden (1968), poeta migrante a Roma dal 1968, poi residente a Trento e Selva di Grigno nonché a Tunisi, ho al mio attivo i libri di poesia Merore o Un amore senza impiego (Cosmo Iannone, Isernia 2005), Vertigo. 77 poesie per Ahmed Safeer (Edizioni del Leone, Spinea-Ve 2007: tradotto da Emmanuelle Genevois della Sorbonne Nouvelle con prefazione di Diego Vitali), Sublimazione (ICI Edizioni, Napoli 2008), Nakedness Is Your Priestly Robe (Eloquent Books, New York 2008: Foreword by Mia Lecomte, English transl. by Adeodato Piazza Nicolai), Il nudo è il tuo abito talare (Edizioni del Leone 2008), Amore con l’unicorno (Il Foglio, Piombino 2009), Ode o La bassa corte dell’amore (puntoacapo, Novi Ligure 2009: pref. di Adele Desideri, postf. di Alessandro Canzian), Il giardino persiano (Samuele, Fanna-Pn 2009: pref. autografa di Manlio Sgalambro) e Stagliamento (Samuele 2010: saggio introduttivo di Luca Baldoni. Libro finalista del Premio internazionale di poesia “Alfonso Gatto” 2010). Monografia: Gianmario Lucini , Arnold de Vos. L’ascetica dell’eros (I quaderni di Poiein 1, puntoacapo 2010). Di prossima pubblicazione: O terra, dammi ali (Edizioni CFR, Piateda-So, gennaio 2011: nota critica di Ludovica Cantarutti) e L’obliquo (Samuele 2011: in prep.).

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2 Comments

  • conosco Arnold e la sua Poesia ( altissima , vera,profonda….una poesia che va in tutte le dimensioni insomma) .L’intervista non fa che confermarmi l’idea che ho di lui come persona sincera e diretta .Privilegio di pochi onesti .Privilegio di un Poeta che sa vedere il fondo.

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