Parola ai Poeti: Daniele Santoro

 

Qual è lo “stato di salute” della poesia in Italia? E quello dei poeti?

Direi, straordinariamente buono. Talvolta addirittura eccellente, per lo meno per gli editori, ops! gli stampatori. Quanto ai poeti, non mancano voci autentiche e interessanti che, però, dalla gran massa del dilettantismo (internet e “Corrida” docent) stentano talora a emergere, a godere del giusto riconoscimento.

 

Quando hai pubblicato il tuo primo libro e come hai capito che era il momento giusto? Come hai scelto con chi pubblicare? Cosa ti aspettavi? Cosa ti ha entusiasmato e cosa ti ha deluso?

Il mio più libro (ovvero una plaquette a tiratura limitata) è stato Diario del disertore alle Termopili uscito nel 2006. La pubblicazione è avvenuta per caso e, ovviamente, con l’intento di farmi conoscere un po’ di più, attraverso un’opera organica e non già solo attraverso singoli testi come, da tempo, andavo pubblicando su riviste; inoltre, avevo anche la possibilità di seguire da vicino l’uscita dell’opera, essendo Nuova Frontiera una casa editrice della mia città. Contrariamente alle aspettative, ho raccolto giudizi importanti, lusinghieri, che mi hanno molto giovato e invogliato a proseguire. Cosa mi ha deluso? Forse, quanti mi avevano promesso di scrivermi, farmi sapere e invece si sono eclissati; fosse solo per questo! accidenti, non mi è stato più possibile nemmeno “reperirli”!

 

Se tu fossi un editore cosa manterresti e cosa cambieresti dell’editoria poetica italiana? Cosa si aspettano i poeti dagli editori?

L’editore deve credere nel libro che pubblica e, dunque, deve prodigarsi nel promuoverlo, nell’inviarlo ai critici e ai cultori del genere, quantomeno inviarne una copia alle nostre due biblioteche nazionali centrali, perché “resti agli atti”. Talvolta penso che tale mestiere non dovrebbe essere la sola fonte di guadagno di un editore tuttofare; questi, infatti, spinto dalla necessità, mirerà all’utile, manderà alla malora i suoi bei principi di coscienza (seppure ne abbia!) e pubblicherà a tamburin battente, a destra e a manca, come mi capita spesso di vedere, purché il soldone non sia compromesso. Piuttosto, sono per un comitato di curatori competenti che infine scelgano con oculatezza e deleghino alla responsabilità amministrativa dell’editore la pubblicazione di un libro. Quanto ai poeti, è chiaro che si aspetterebbero di essere letti con calma e adeguatamente, sollecitati a far sempre meglio, piuttosto che essere salutati ex abrupto come nuove, “emerocallidi” star letterarie.

 

La poesia di domani troverà sempre maggiore respiro nel web o starà in fondo all’ultimo scaffale delle grandi librerie dei centri commerciali? Qual è il maggior vantaggio di internet? E il peggior rischio?

Ahimè, continuerà a giacere negli scaffali e a saturare il web (finché non sarà anche internet tassato e i poeti, forse, spinti dalla necessità, si daranno una calmata). Insomma, di là della provocazione, la poesia continuerà a versare in questo stato (che – non mi si fraintenda – non del tutto ritengo insoddisfacente) finché non ci sarà una vera e propria rivoluzione delle lettere che faccia piazza pulita delle logiche di potere, della critica clientelare, dell’editoria ottusa e prezzolata, dei docenti di qualsiasi grado e ordine che non assolvono il loro dovere con convincimento. Quanto al vantaggio di internet, credo nel dialogo che esso può instaurare tra poeti e appassionati, purché tale dialogo sia costruttivo, supportato di giudizi e non “farcito” del solito bla bla di complimenti et elogia. Sono convinto, infatti, che il peggiore rischio della rete sia appunto questo.

 

Pensi che attorno alla poesia – e all’arte in genere – si possa costruire una comunità critica, una rete sempre più competente e attenta, in grado di giudicare di volta in volta il valore di un prodotto culturale? Quale dovrebbe essere il ruolo della critica e dei critici rispetto alla poesia ed alla comunità alla quale essa si rivolge?

Sì, sono convinto che si possa costruire una comunità critica, e internet può essere uno strumento utile, se regolamentato secondo i principi di cui dicevo sopra. Intendo: l’accesso alla rete, democratico per natura, sia consentito a tutti, ma chi commenta, chi si esprime in merito sostanzi le sue riflessioni, dica cosa e perché quel testo lo ha “entusiasmato”; solo così è possibile costruire una comunità critica a 360 gradi e magari scalzare tanta critica dilettantesca, improvvisata o peggio pseudo-accreditata.

 

Il canone è un limite di cui bisognerebbe fare a meno o uno strumento indispensabile? Pensi che nell’attraversamento della tradizione debba prevalere il rispetto delle regole o il loro provocatorio scardinamento? 

È uno strumento assolutamente indispensabile se riguarda l’epoca pre-web, seppure talora discutibile e aggiornabile, purché la coerente lettura di quanti vi mettano mani sia espressa con rigore critico e rispetto delle “regole” codificate nel tempo; è chiaro che, quando si parla di canone, bisogna tener presente – penso – il parametro del successo di un’opera, registrato in un determinato ambiente e, soprattutto, in un dato contesto temporale della storia letteraria. Invece, ora che internet offre possibilità di motori di ricerca aggiornabili e continuamente saturabili, per via dei “commenti” degli amici o degli stessi poeti, sovente camuffati dietro pseudonimi, l’idea di canone è seriamente compromessa, perché il parametro che decreta il successo di tale opera è falsato. Urge, oggi più che mai, quella seria comunità critica di cui parlavo, capace, attraverso gli strumenti di giudizio in suo possesso, di smascherare l’ “impostura”.

 

In un paese come il nostro che ruolo dovrebbe avere un Ministro della Cultura? Quali sono, a tuo avviso, i modi che andrebbero adottati per promuovere la buona Letteratura e, in particolare, la buona Poesia?

Promuovere la Letteratura, semplicemente. Magari – perché no? – con campagne di sensibilizzazione. Che partano dall’alto e attraversino ogni strato sociale. In primis, imporre ai docenti delle università e delle scuole di insegnarla (cosa che non sempre avviene sufficientemente). “Aprire, anzi spalancare le porte” degli Atenei a incontri letterari, più di quanto non si faccia; dare spazio a chi veramente, animato da passione, vorrà trasmettere Amore, Curiosità, Partecipazione emotiva per la Letteratura; stanziare fondi per grosse comunità poetiche e critiche, per reading a livello nazionale; allestire piazze, convegni a cui tutti possono partecipare e dire la propria.

 

Quali sono i fattori che più influiscono – positivamente e negativamente – sull’educazione poetica di una nazione? Dove credi che vi sia più bisogno di agire per una maggiore e migliore diffusione della cultura poetica? Chi dovrebbe farlo e come?

Direi senz’altro l’istruzione e la comunicazione: dall’università alle scuole, dalla tv alla radio, dall’agorà reale a quella virtuale, a patto che da tali “ambienti” possa nascere e svilupparsi un dialogo eticamente costruttivo che ridia all’uomo, sempre più imbarbarito dalle logiche meccaniche, “robotiche” della società moderna, la sua centralità emotiva, la sua poetica humanitas. Pertanto, tutti siano chiamati a contribuire, quanti provino amore e passione per la Poesia: dal lettore al critico, dal poeta al docente all’editore.

 

Il poeta è un cittadino o un apolide? Quali responsabilità ha verso il suo pubblico? Quali comportamenti potrebbero essere importanti?

Direi che è entrambi: cittadino, purché del mondo, e apolide, perché la cultura è patrimonio di tutto il genere umano. E il genere umano è una “cosa” seria. Esige rispetto, corretto agire, etica e non presa in giro, non sciatteria.

 

Credi più nel valore dell’ispirazione o nella disciplina? Come aspetti che si accenda una scintilla e come la tieni accesa?

Non si può prescindere né dall’una né dell’altra. Ispirazione e disciplina, ingenium et studium devono procedere di pari passo, necessariamente di pari passo. Orazio, Ars Poetica. Grandissima lezione!

 

Scrivi per comunicare un’emozione o un’idea? La poesia ha un messaggio, qualcosa da chiedere o qualcosa da dire?

Scrivo per comunicare un’idea che sia in grado, beninteso, di emozionare, suggestionare e insieme invitare a riflettere su quanto essa veicola. La poesia (ma è chiaro che mi riferisco ad ogni forma d’arte) ha sempre un messaggio da trasmettere al lettore, fosse anche solo estetico.

 

Cosa pensano della poesia le persone che ami?

Che talvolta è una “cosa” bellissima! E in quel “cosa” c’è tutto. C’è “tutto ciò che esiste di reale o di immaginario, di concreto o di astratto, di materiale o di ideale: le cose del mondo, le cose visibili, invisibili” (Dizionario della lingua italiana di F. Palazzi – G. Folena, Torino 1992, p. 460).

 

Sei costretto a dividere il tempo che più volentieri dedicheresti alla poesia con un lavoro che con la poesia ha davvero poco a che fare? Trovi una contraddizione in chi ha la fortuna di scrivere per mestiere? Come vivi la tua condizione?

Fortunatamente sono un insegnante di lettere, frequento la poesia pressoché quotidianamente ed è sempre un’emozione avvicinarmi ai testi (soprattutto quelli antichi), rileggerli, parteciparli agli alunni, sollecitarli alla lettura critica, ricevere le loro osservazioni. Pertanto, posso dire che vivo la poesia come un corollario al lavoro e viceversa. Invece, no, non penso che scrivere (nella fattispecie poesie) sia un mestiere, lascio questa “incombenza” ai romanzieri prezzolati a cottimo, ai giornalisti, ai burocrati, ai compilatori della lista della spesa.

 

Cosa speri per il tuo futuro? E per quello della poesia? Cosa manca e cosa serve alla poesia ed ai poeti oggi? 

Non saprei. Più importante è – credo invece – sperare per il futuro della poesia. Che sappia continuare ad emozionare e a far riflettere. Cosa manca ai poeti di oggi? Penso, lo studio dei padri, della tradizione, l’esercizio lento, la robusta e profonda meditazione anche su un solo verso, una singola parola di quei giganti. E poi la calma, necessaria allo sviluppo di un senso critico. Viviamo in un mondo che velocizza, rende sciatta e superficiale ogni cosa; una velocità che danneggia il poeta e gli impedisce di soffermarsi ad un’analisi attenta del proprio lavoro, ad un tornare indietro, magari, e rileggersi. In fondo, “bisogna far presto; dai, muoviti, ecco un nuovo blog letterario scoperto in rete, to’, ecco una nuova rivista e un nuovo premio, accidenti un novello contatto su Facebook: su, devo esserci, devo subito scrivere un testo che sia poesia o saggion-recensione, aforisma o epigramma!”. E allora via a buttar versi! In fondo basterebbe andare a capo sul più bello, di tanto in tanto metterci un enjambement, schiaffarci un’assonanza e non dimenticare mai … la firma.

 


 

Daniele Santoro è nato nel 1972 a Salerno dove si è laureato in Lettere classiche e vive a Roma dove insegna nei licei. Suoi testi poetici, recensioni e saggi critici compaiono in varie riviste tra cui: «Caffè Michelangiolo», «Capoverso», «Erba d’Arno», «Gradiva», «Hebenon», «Il Banco di Lettura», «Il Monte Analogo», «Italian Poetry Review», «La clessidra», «La Mosca di Milano», «Polimnia», «Sincronie». è presente in riviste on-line («Imperfetta Ellissi», «La dimora del tempo sospeso», «LaRecherche», «LiberInVersi», «Poièin», «Sagarana», «Vico Acitillo 124») e nelle antologie L’amore, la guerra (Empoli 2004); Sette poeti campani (Cosenza 2006); V volume dell’ Almanacco del Parnaso 2006 a cura di G. Bárberi Squarotti, G. Amoretti e G. Balbis (Genova 2006); Da Napoli, verso…, a cura di A. Spagnuolo e S. Di Spigno (Napoli 2007); Il segreto delle fragole. Poetico diario 2009, a cura di L. Angiuli e I. Fedeli (Faloppio 2008). È incluso nel volume di saggi «La Nuova Poesia Modernista Italiana (1980-2009)» (Roma, 2010), a cura di G. Linguaglossa. Ha esordito con il poemetto Diario del disertore alle Termopili (Salerno, 2006).

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2 Comments

  • Daniele ha le idee chiare , e per quanto mi riguarda condivisibili .
    Si trova ad operare in uno dei momenti peggiori per la nostra italietta della poesia , tra mistificazione critica , bluff letterari , protagonismi / rampantismi ecc. , ma ne prende le distanze e non ne soffre perché evidentemente è sicuro del suo talento e dell’avallo ( non fasullo ) di quanti lo hanno riscontrato . E poi Daniele ha pazienza , contrariamente alla quasi totalità dei suoi coetanei stacanovisti dell’apparire , imprescindibile ( e comico ) volano per essere percepiti vincenti ( ??? ) dalle moltitudini di ganimedi del successo a tutti i costi . Sa che la fiducia nel proprio lavoro – nella propria interiorità – è l’unica ricchezza che può portare lontano senza fare i conti con gli anni che passano e gli indici di gradimento taroccati che vanno per la maggiore .
    Insomma si è capito che D. non è della specie “umana” disposta a correre dietro a Comunione e Liberazione per pubblicare con Mondadori ; e questa intervista che ci ha proposto vuole solo capitalizzare il suo desiderio di condivisione , di confronto e di riflessione su una possibile personale “verità”. ” Ho sempre scritto per amore , soltanto per amore ” (P.Celan)

  • Il poeta ha bisogno di molte cose, ma soprattutto di riuscire a essere se stesso e a crescere con la poesia: questo mi pare il messaggio che emerge dalle articolate risposte di Daniele Santoro.
    Sono pienamente d’accordo con lui.
    Marco Furia

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