Altre Voci n.23: Il popolo del freddo

 

di Marco Furia

Con Estetica del Polo Nord, Michel Onfray offre al lettore un’affascinante scrittura dalle indubbie qualità antropologiche, filosofiche e (vividamente) poetiche.
Già l’inizio, i cui toni ricordano quelli di Francis Ponge, ne è chiaro esempio:

“Prima del tempo, quando non c’è nulla a offrire punti di riferimento, quando tutto esclude l’archeologia o la genealogia, è l’assoluto trionfo della pietra. Senza gli uomini che rendono possibile il reale attraverso la coscienza che ne hanno, la geologia impone una durata inconcepibile, una eternità incarnata, una immortalità prigioniera di forme dure, terribili e mute”.

L’autore compie, assieme al vecchio padre, un viaggio oltre il circolo polare artico, nella Terra di Baffin, abitata dal popolo inuit, la cui antica civiltà, pesantemente aggredita dai modelli occidentali, sembra resistere soprattutto nel ricordo e nella testimonianza degli anziani.
Il racconto è davvero intenso.
Tenace è la volontà di avvicinare una diversa forma di vita mai dimenticando le proprie caratteristiche culturali.
È necessario saper trovare utili elementi di contatto in circostanze anche minime, come il compiersi di un gesto o il rendersi esplicito di una semplice memoria, poiché una sorta di pudica ritrosia accompagna le parole di un interlocutore la cui esistenza, ricca di valenze magiche, è stata rude e concreta.
Per gli inuit il magico è , presente in una certa espressione dell’orso bianco, come negli organi di una foca appena uccisa, o in talune nuvole scure: aspetti reali e metafisici coesistono in una mai sopita attenzione nei confronti di segni quasi impercettibili che rimandano a entità infinite ed eterne.
Il Nostro è conscio dell’impossibilità di un totale immedesimarsi:

“Non si diventerà mai inuit – chi è lo stolto che ha potuto pensarlo?-, ma si sperimenteranno su di sé le condizioni climatologiche, la magia di una genealogia, la stravaganza di una mistica, lo stordimento dei paesaggi, le condizioni di una metafisica e, con un po’ di fortuna o di talento, si coglierà con l’intuizione necessaria una realtà differente”.

Occorre non aver fretta nel diminuire, con assiduo riguardo, le distanze, occorre affettuoso rispetto, occorre saper dare importanza a quel persistente mistero che, alla fine, risulta ricco di senso: soltanto per queste vie si potrà giungere a una comprensione non superficiale, capace di cogliere nell’enigma una possibilità ulteriore.
Attenzione massima, dunque, per i lineamenti che s’illuminano, per certe atmosfere che dicono più di tante parole, per ogni silenzio gravido d’energia.
La scienza e la tecnica dell’occidente non perdono importanza se si prende atto di come i loro linguaggi siano ben lungi dall’esaurire, in termini qualitativi, le (immense) dimensioni espressive della natura umana.
Saper assegnare a ogni aspetto il giusto valore, non insistere nel voler applicare taluni modelli al di fuori dei loro àmbiti, essere sempre propensi all’ascolto: questi i fecondi insegnamenti di Estetica del Polo Nord.
Antropologia, filosofia e poesia nello scritto si fondono, poiché nella civiltà del grande freddo (ancora pressoché intatta fino ai primi anni cinquanta del secolo scorso) sono già, semplicemente, fuse.
Di fronte all’attuale miseria etica e culturale degli inuit, Onfray non propone soluzioni, non sostituisce un discorso a un altro discorso, ma illumina fattezze e fisionomie affascinanti e misteriose, indicando così la via di una consapevolezza che non esclude la parte migliore di ogni civiltà.
Illuminare, talvolta, è più efficace che spiegare.

(Michel Onfray, Estetica del Polo Nord, Ponte alle Grazie, Salani Editore, Milano, 2011, pp. 154, euro 14,00)

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