FLUMENFOLK – ovvero il guado de ‘La distanza immedicata’ di Stefano Guglielmin

 

Prima parte: La solida delimitazione dei corpi umani è spaventosa0

di Luca Rizzatello

-1. Premessa
L’amore vi sprona così, più che con l’erbe gagliarde | che mano di maga taglia con perizia terribile. | Non affidatevi a foglie o a misture di succhi, | non fate esperimenti col velenoso umore | d’una cavalla in fregola. Le serpi non si spezzano | in due con gli incantesimi della Marsica, l’onda | che scorre non ritorna alle proprie sorgenti. | E se pure qualcuno avrà fatto suonare | le campane di Temesa, non per questo la luna | sarà costretta a cadere dai suoi stessi cavalli. | Anzitutto, ragazze, attente ai vostri costumi,| piace un | bel viso quando vi si accorda il carattere. | L’amore si fa sicuro per i costumi buoni: | il tempo saccheggerà ogni bellezza, il volto | un tempo tanto piaciuto sarà solcato di rughe. | Verrà il momento nel quale proverete vergogna | nel guardarvi allo specchio e il dolore sarà | nuova causa di rughe. La vita onesta basta | e dura a lungo, l’amore durante tutti i suoi anni | dipende solo da lei…

Ovidio, Medicamina faciei femineae, vv. 35-50 (traduzione di Cesare Vivaldi)

0 + A. Oceano e Teti

[0] Il proemio del libro sviluppa in tredici versi una teoria dell’evoluzione delle specie inscritta tra i due poli poesia/agonia. Posta la poesia come grado zero, va compreso perché all’altro estremo si presenti l’agonia, interrompendo il processo a un passo da quello che sarebbe il più naturale e prevedibile stadio successivo, la morte (la morte intesa come la morte, e non come il fare grosso del respiro | seppellendo i morti). Lo stato agonico, liminare per definizione, contiene in sé il germe di un mutamento che a differenza degli altri si presenta come definitivo; un’alternativa all’irreversibilità, seppure nella forma del surrogato, è la rappresentazione rituale, o nevrotica, o politica, dell’agonia: si pensi alla Funzione dell’agonia, che commemora le ore passate da Gesù sulla croce, o alla funzione del dolore come strumento antagonista all’ordine costituito messo in scena nell’area del pentagono di turno. [A0] Simmetricamente, affinché realmente dio rida o pianga si presuppone l’incarnazione, con la messa in moto di un meccanismo di convivenza con l’umano destinato alla contraddizione e quindi alla rinuncia/perdita di una parte di sé1, sia essa nella forma dello smembramento, del velo del tempio squarciato o della castrazione simbolica. [A1] L’affermazione di Ludwig Wittgenstein per cui ‘la mano scrive; non scrive perché qualcuno lo vuole, ma qualcuno vuole ciò che essa scrive. Non la si osserva con stupore e interesse mentre scrive, non si pensa:«E adesso che cosa mai scriverà». Ma non perché era appunto questo che si desiderava che scrivesse. Anzi, proprio il fatto che essa scrive ciò che io desidero potrebbe farmi piombare nello stupore’2, viene ripresa da Guglielmin con l’interrogativa ‘a che cosa pensa il piede | sull’erba e il cuore a che cosa | la bocca […]’: un ripensamento dello schema duale cartesiano res cogitans VS res extensa, di modo che la parte anatomica si dia per il tutto del corpo e ne assuma le prerogative, alla stregua di un reliquario in fieri3. [A2] L’elemento scenico dominante cangia da erba a rupe, attivato presumibilmente da una memoria veterotestamentaria4; si ripropone un andamento progressivo5, che dalla nascita attraversando il furor erotico conduce al mare della tranquillità che ospita il branco, o il ristagno delle individualità. [A3] La costruzione anaforica del se è la spia di una condizione ipotetica che libera i fenomeni del mondo da qualsivoglia sistema gerarchico (se sei terra | cioè pane cioè bocca e cieco), fino all’estremo del cortocircuito tra piano fenomenologico e piano linguistico6. Tuttavia tale approdo, connotato dall’annullamento del principio di individuazione, non si dà come pacificato: la slogatura grammaticale che attribuisce a io le regole proprie del tu vocativo è il presupposto per la misurazione della finitudine, soggettiva e del mondo, ma soprattutto per la nominazione, non più in figura o in citazione, della morte7 (dove finisce io dove finisco | se sono salto ed elmo e palmo | se parlo e ovunque muoio?).

 

 

 B. Sorga

[B0] Il riferimento alla Sorga predispone un mascheramento di secondo grado8. Il modello petrarchesco diventa la base per un dispositivo di radicalizzazione degli stilemi capace di produrre al contempo la contaminazione dei luoghi tipici e l’esplicitazione di quanto in origine era soggetto a rimozione, così che la maschera Francesco, ridotta a cesco, questa volta sia attrezzata per vivere nel mondo9. [B1] laura analogamente a Laura è la destinataria delle lodi d’amore, ma stavolta non c’è un fresco, ombroso, fiorito et verde colle, | ov’or pensando et or cantando siede, | et fa qui de’ celesti spirti fede, | quella ch’a tutto ‘l mondo fama tolle10: è immersa in un vuoto melmoso obliante e ciclico e un diluvio la dissolve insieme al paesaggio, mentre le vecchie ragazze mutilate si salvano. È la Morte stessa a spiegare a Laura il motivo di questa scelta: se del consiglio mio punto ti fidi, | ché sforzar posso, egli è pur il migliore | fuggir vecchiezza e’ suoi molti fastidi. | I’ son disposta a farti un tal onore | qual altrui far non soglio, e che tu passi | senza paura e senz’alcun dolore11. [B2] Considerato che il sistema di riferimento è ricorrente (un passo indietro: ‘mio futuro | già stato | non sapere nulla e cominciare tuttavia‘), e tenuto conto dell’insegnamento di Italo Calvino per il quale la fantasia è un posto dove ci piove dentro12, si avvalora l’ipotesi che laura sia soggetta al ciclo idrologico, o, in termini non metaforici, che sia una manifestazione allucinatoria13 notturna14. [B3] laura ovvero la fantasia ovvero l’allucinazione poetica ha motivo d’essere fintanto che la coscienza si trova in uno stato di alterazione; l’atto di imparare | con noi cristi, o l’umanizzazione, determina istantaneamente il ritorno al principio di realtà15: a sfaldarsi ora non è più soltanto laura – e per estensione lo scenario che la ospita – bensì un intero canone botanico- letterario. Si verifica una separazione tra ciò che è dentro e ciò che è fuori dal soggetto, l’acquisizione della verità delle cose, la conoscenza del peso esatto del corpo e l’impressione che al netto di ciò del mondo – ammesso che si dia un mondo – rimanga poco da vedere. [B4] L’uscita dall’impasse richiede un tentativo di mediazione tra l’articolazione del pensiero analogico e la pratica delle attività mondane, non diversamente dalla tesi di Raymond Queneau secondo cui ‘la letteratura è la proiezione sul piano immaginario dell’attività reale dell’uomo; il lavoro, la proiezione sul piano reale dell’attività immaginaria dell’uomo. Tutt’e due nascono insieme. L’una designa metaforicamente il Paradiso perduto e misura l’infelicità dell’uomo. L’altro progredisce verso il Paradiso ritrovato e tenta la felicità dell’uomo16. [B5] Oppure l’impasse si può rompere per deflagrazione, facendo esplodere l’ordigno nella profondità della materia – e quindi del linguaggio, o viceversa –, e analizzandone a freddo le parti costitutive, che è la tesi di Lucrezio: ‘Anzi, nei miei stessi versi ha somma importanza | con quali altre e in quale disposizione ogni lettera sia disposta; | infatti sono sempre le stesse a indicare il cielo, il mare, le terre, | i fiumi, il sole, le stesse a designare le messi, gli alberi, gli animali; | se non tutte, almeno la più gran parte di esse sono simili: | ma il loro ordine diverso distingue i nomi delle cose. Ugualmente accade nei corpi: appena variano gli incontri, | i moti, l’ordine, la posizione, le forme della materia, | anche i corpi stessi devono mutare17-17b. [B6] Oppure l’impasse si può ignorare e strumentalizzare, mandando in orbita la componente immaginifica e dando alla presenza nel mondo una valenza accidentale, in accordo con il paradigma della sibilla: ‘la folle indovina vedrai, che in profonda spelonca | i destini predice, segni e parole affidando alle foglie. | E tutti i versi che scrive sulle foglie la vergine, | in fila li ordina e chiusi li lascia nell’antro: | quelli immoti rimangono né dall’ordine cadono; | ma come, girandosi il cardine, tenue vento li coglie, | e la porta scompagina quelle foglie leggere, | mai, poi, turbinanti per lo speco profondo, si cura | di prenderle e metterle a posto e congiungere i versi […]18. [B7] Infine rimane la materia, mera e meravigliosa, dissodata e poi esposta asistematicamente (niente pensiero) come in una wunderkammer; così la terna di versi ‘l’intera specie e ogni luogo sulla pelle | come capro esposto o fàntolo neonato | solo nel sacco / perduto’, che conclude testo e sezione, si presenta ambiguamente tanto come la presa d’atto dell’autosufficienza della realtà materiale, della rinuncia ad uno sguardo esterno che definisca le regole prospettiche, quanto come la premessa per un rinnovato e capillare processo di nominazione.

 

 

C. Stige

[C0] La sezione si apre nel segno della continuità tematica e della discontinuità temporale; dopo – anzi prima – l’esposizione infantile di B7 ci si imbatte nella possibilità di un prequel; la violenza connaturata al parto trascina in scena elementi integrativi utili per proseguire nel percorso di definizione del femminino. Le figure vesevo e radice sono emanazioni del campo analogico madre/terra. Se vesevo si riferisse allo Sterminator Vesevo de La ginestra – la cui epigrafe è ‘e gli uomini vollero piuttosto | le tenebre che la luce19 – e se la radice fosse la radice di Iesse20, saremmo in pieno clima avventista; in questo senso il riferimento a l’ostia incarnita21 sembra una conferma. [C1] Così nella Batracomiomachia (o La guerra dei topi e delle rane22) Giove decide di intervenire per salvare la specie delle rane da sicuro sterminio inviando, non prima di aver ricevuto un paio di rifiuti filiali23, un esercito di granchi24. In merito a piova, si segnalano due fonti, in cui a situazioni di partenza simili seguono sviluppi antitetici; ‘la piova | etterna, maladetta, fredda e greve25 che perseguita gli ospiti del terzo girone infernale è l’allestimento, per mezzo del contesto ambientale, di un organo punitivo privo di qualsivoglia valenza riparatrice. Al contrario, interrogato da frate Lione, ‘santo Francesco sì gli rispuose: – Quando noi giungeremo a santa Maria degli Angeli, così bagnati per la piova e agghiacciati per lo freddo e infangati di loto e afflitti di fame, e picchieremo la porta dello luogo, e ‘l portinajo verrà adirato e dirà: «Chi siete voi?» e noi diremo: «Noi siamo due de’ vostri frati» e colui dirà: «Voi non dite vero; anzi siete due ribaldi che andate ingannando il mondo e rubando le elemosine de’ poveri; andate via», e non ci aprirà, e faracci istare di fuori alla neve e all’acqua, col freddo e colla fame, insino alla notte, […] se noi queste cose sosterremo pazientemente e con allegrezza, pensando le pene di Cristo benedetto, le quali dobbiamo sostenere per suo amore, o frate Lione iscrivi che qui e in questo è perfetta letizia26. [C2] La discriminante sta nel punto di vista, ma sta anche nello strumento di osservazione: la prossimità di camera e occhio, la loro intercambiabilità funzionale, denuncia l’attitudine analitica nella composizione degli episodi, una serie di variazioni sul tema frutto della ridefinizione della griglia prospettica in cui gli elementi testuali sono inseriti. Cava è un hapax nel corpo della Commedia, e si riferisce alla bolgia dei seminatori di discordie, all’interno della quale Dante crede di aver riconosciuto un suo consanguineo, Geri del Bello; Virgilio conferma la supposizione, aggiungendo di averlo visto mentre lo additava minacciosamente: un gesto, a parere di Dante, motivato dalla non vendicata morte da parte dei parenti del defunto dannato. Questo è un esempio di come la distanza possa non essere medicamentosa27. [C03] L’operazione poetica di ricombinazione degli elementi va di pari passo con lo studio delle possibilità offerte dai limiti, impiantando il medesimo carattere (Maria, per esempio) in ambienti difformi per testarne la resistenza e le eventuali mutazioni. In bilico, come sul bordo in C2 o come l’argine in C1, sono indicatori topici che riconoscono in quella zona specifica la significanza degli avvenimenti; in accordo con Leon Battista Alberti, ‘adunque l’orlo e dorso danno suoi nomi alle superficie. Ma le qualità per le quali, non alterata la superficie né mutatoli suo nome, pure possono parere alterate, sono due, quali pigliano variazione per mutazione del luogo o de’ lumi. […] Sarà adunque pittura non altro che intersegazione della pirramide visiva, sicondo data distanza, posto il centro e constituiti i lumi, in una certa superficie con linee e colori artificiose representata28. [C4] Dal vuoto al vuoto, ma con tutto quello che c’è stato in mezzo.

 

 

[Prima conclusione]

A dire il vero sul piano della filosofia, della metafisica, la teoria delle catastrofi non può, con certezza, fornire alcuna risposta ai grandi problemi che tormentano l’umanità. Ma favorisce una dialettica, una eraclitiana visione dell’universo, di un mondo che è l’incessante teatro della battaglia tra logoi, tra archetipi. Il punto di vista a cui ci conduce è fondamentalmente politeista: in tutte le cose uno deve imparare a riconoscere la mano degli Dei. Ed è forse in questo che incontrerà gli inevitabili limiti della sua attuabilità. Forse subirà lo stesso destino della psicanalisi. Non c’è dubbio che l’essenza delle scoperte di Freud in psicologia sia corretta. Eppure, la conoscenza di questi fatti ha avuto di per sé poca efficacia a livello pratico (per il trattamento dei disordini mentali, in particolare). Così come l’eroe dell’Iliade potrebbe opporsi alla volontà di un Dio, come Poseidone, solo invocando la potenza di una divinità avversa, come Atena, noi saremmo in grado di frenare l’attività di un archetipo semplicemente opponendo ad esso un archetipo antagonista, in una competizione ambigua dal risultato incerto. Le stesse ragioni che ci permettono di estendere le nostre possibilità d’azione in alcuni casi ci condannano all’impotenza in altri. Uno forse sarà capace di dimostrare la natura inevitabile di certe catastrofi, come la malattia o la morte. La conoscenza non sarà più necessariamente una promessa di successo o di sopravvivenza; potrebbe anche significare la certezza del nostro fallimento, della nostra fine.

René Thom, Catastrophe Theory : Its present state and future perspectives, in Dynamical Systems– Warwick, 1974

Molti fenomeni dell’esperienza comune, di per sé irrilevanti (spesso al punto che sfuggono completamente all’attenzione!) – per esempio, le crepe in un vecchio muro, la forma di una nuvola, la traiettoria di una foglia cadente, o la schiuma in una pinta di birra – sono molto difficili da formalizzare, ma non è possibile che una teoria matematica avviata per questi fenomeni modesti possa, alla fine, essere più proficua per la scienza di quanto non lo siano i grandi acceleratori di particelle?

René Thom, Stabilité structurelle et morphogenèse, Interéditions, Paris, 1972

 

 


 

 

Note

0 Franz Kafka, Diari

1 Si citano, a titolo di esempio, i casi di Gesù, di Orfeo e di Pinocchio

2 Ludwig Wittgenstein, Osservazioni sulla filosofia della psicologia, II, 267

3 ‘[…] nelle reliquie, segno efficace della presenza del santo e pertanto sorgente di grazia, la parte ha il medesimo valore del tutto. Nell’ordine della grazia vale infatti il principio che la frammentazione non diminuisce ma moltiplica […]. Deriva precisamente da ciò la consuetudine dell’estrema frammentazione e dell’incessante parcellizzazione e dispersione in aree lontanissime dal centro di culto del santo’. Enrico Morini, La chiesa ortodossa: storia, disciplina, culto, pp. 405-406

4 ‘Signore, mia roccia, mia fortezza, mio liberatore, | mio Dio, mia rupe, in cui mi rifugio’, Salmi, 18, 3; ma anche ‘Fece sgorgare ruscelli dalla rupe | e scorrere l’acqua a fiumi’, Salmi, 78, 16

5 Se in 0 la tendenza era filogenetica, qui è ontogenetica

6 È emblematico il caso di palmo, riferibile sia a mano (v. 4) che a terra (v.8)

7 muoio è in posizione forte di fine verso e fortissima di fine sezione, all’interno di una costruzione interrogativa che rimane aperta

8 Si confronti «alla deriva per sempre» / «forever adrift» con ‘Ever drifting down the stream – | Lingering in the golden dream – | Life, what is it but a dream?’, da Attraverso lo specchio e cosa Alice vi trovò di Charles Dodgson/Lewis Carroll

9 ‘Gli è che a quest’uomo mancava quella fede seria e profonda nel proprio mondo, che fece di Caterina una santa e di Dante un poeta. Quel mondo giace nel suo cervello già decomposto e in fermentazione, mescolato con altre divinità. Ciò che di più serio si move nel suo spirito è il sentimento dell’arte congiunto con l’amore dell’antichità e dell’erudizione. È in abbozzo l’immagine anticipata dei secoli seguenti, di cui fu l’idolo. L’arte si afferma come arte e prende possesso della vita’. Francesco De Sanctis, Il «Canzoniere», in Storia della letteratura italiana, Newton & Compton editori, p. 193

10 Canzoniere, 243, vv. 1-4

11 Trionfo della morte, vv. 64-69

12 Italo Calvino, Lezioni americane, Oscar Mondadori, p. 91

13 ipnagògico agg. [comp. di ipno- e del gr. άγωγός «che conduce»; propr. «che induce il sonno»] (pl. m. -ci). – In psicologia, di fatto che si verifica immediatamente prima del sonno: fase i., la fase di sonnolenza che precede l’addormentamento, caratterizzata da un particolare stato fluttuante della coscienza e dal carattere vago e sfumato dei pensieri, durante la quale possono prodursi fenomeni a tipo di illusioni o di allucinazioni (illusioni, allucinazioni i.), non però patologici, detti genericam. fenomeni ipnagogici. (da Vocabolario Treccani)

14 Si confronti con Trionfo della morte, vv. 178-181: ‘Vedi l’Aurora de l’aurato letto | rimenar ai mortali il giorno, e ’l sole | già fuor de l’oceano infin al petto. | Questa vien per partirne, onde mi dole’

15 Analogamente, il cocchio di Cenerentola torna ad essere una zucca, e Dracula deve rientrare nella bara

16 Raymond Queneau, Una storia modello, Giulio Einaudi editore, p. 93

17 Lucrezio, De Rerum Natura, BUR, II, vv. 1015-1022 (traduzione di Luca Canali)

17b Due parole su la fanciulla morta. Per descrivere lo stato confusionale in cui è caduta Ofelia, il Gentiluomo riferisce alla regina Gertrude che la giovane ‘sente dire, | afferma, che il mondo è pieno d’inganni, | e fa suoni in gola, e si batte il petto, e s’adombra, | per nulla, e dice cose vaghe che hanno | senso a metà. Parla di niente, eppure | il suo parlare sconnesso convince | chi l’ascolta a trovarvi un senso. Cercano | d’indovinare, e aggiustano le parole | a ciò che credono di capire’ (Amleto, IV, 5) (traduzione di Nemi D’Agostino)

18 Virgilio, Eneide, Oscar Mondadori, III, vv. 443-451 (traduzione di Rosa Calzecchi Onesti)

19 Vangelo di Giovanni, 3, 19

20 ‘In quel giorno avverrà | che la radice di Iesse sarà un vessillo per i popoli.’, Isaia, 11, 10

21 Dall’incarnazione allo scandalo all’untore, ancora una volta: ‘Non si è fermata la caccia all’untore dell’epidemia di colera che ha colpito Haiti e nelle ultime settimane almeno 45 persone sono state linciate perché sospettate dalla folla di diffondere il contagio. Lo riferisce la Bbc citando fonti ufficiali haitiane che hanno affermato come molti degli uccisi siano stati accusati di aver usato la stregoneria per propagare il colera’ (Peace Reporter, 23/12/2010)

22 Versione di Giacomo Leopardi, 1826

23 ‘“Or che pensiero è il tuo?” Marte rispose: | “Con gente così fatta io non mi mesco. | Per me, padre, non fanno queste cose, | E s’anco vo’ provar, non ci riesco: | Né la sorella mia, dal ciel discesa, |Faria miglior effetto in quest’impresa.’, La guerra dei topi e delle rane, III, 17

24 ‘ROMA – Tuvalu, in Polinesia, è una delle più piccole e remote nazioni del mondo, era conosciuta fino ad ora al grande pubblico soprattutto per il suffisso del dominio internet del paese (.tv), molto acquistato ed utilizzato. Ultimamente, però, sta diventando molto famosa per una guerra tra topi e granchi. Una guerra talmente importante che è intervenuta anche la Fao. I topi in questione sono i famigerati Rattus rattus (o ratti neri), che hanno cominciato a imperversare tra gli atolli di Tuvalu, rosicchiando ovunque ed arrecando gravi danni alla principale coltura per l’esportazione dell’isola: le noci di cocco. Le noci infatti, insieme alla copra (polpa essiccata dalla quale si ricava l’olio di cocco) sono la principale risorsa economica degli abitanti. I topi, molto ghiotti di noci di cocco fresche, sono particolarmente robusti e aitanti: un Rattus rattus, infatti, è in grado di fare balzi sino ad un metro da terra e non ha problemi a saltare da un albero all’altro, anche senza l’aiuto di liane, danneggiando oltre il 60% della produzione. La Fao, così, è intervenuta con un progetto di gestione ecologica dell’infestazione per il valore di duecentomila dollari, che ridimensionerà le razzie delle bande. Piorità assoluta, proteggere la popolazione locale di granchi del cocco, una specie in rapida estinzione, vera meraviglia del mondo animale. Questi granchi, conosciuti come Granchi Ladri (e spesso soprannominati Granchi Godzilla) sono normalmente delle dimesioni di un gatto, ma possono raggiungere anche gli 80 centimetri di lunghezza. Sono i più grandi invertebrati terrestri del mondo, e con le enormi chele riescono a sollevare massi pesanti anche trenta chili. Anche loro mangiano noci di cocco, sebbene, a differenza dei ratti, aspettino che il frutto caschi per terra prima di mangiarlo. Per debellare la popolazione di ratti verranno utilizzate lattine di ananas riciclate contenenti esche appetitose trattate con sostanze nocive. Le lattine saranno appese con fil di ferro, così da essere fuori dalla portata dei granchi ma facilmente raggiungibili dai topi. Sul tronco dei cocchi, poi, saranno fissate placche di metallo per impedire che topi o granchi possano arrampicarvisi.’ (la Repubblica, 26/05/2006)

25 Inferno, VI, vv. 7-8

26 I fioretti di San Francesco, VIII

27 Un altro caso è nel già citato Inferno, VI, vv. 88-89, e a parlare è il dannato Ciacco: ‘Ma quando tu sarai nel dolce mondo, | priegoti c’ha la mente altrui mi rechi’

28 Leon Battista Alberti, De Pictura, Libro Primo

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