Stefano Guglielmin: ‘Senza riparo. Poesia e finitezza’

 

Senza Riparo. Poesia e finitezzaStefano Guglielmin2009, 244 p., brossura

La Vita Felice (collana Sguardi)

di Giampiero Marano, in “Pagine”, anno XX n.60, aprile 2010, pp.47

Con Senza riparo Stefano Guglielmin offre un eccellente contributo, in chiave sia teorica sia operativa, al configurarsi di un nuovo indirizzo critico che (traendo spunti fondamentali dalla riflessione di autori come Heidegger, Bataille, Derrida, Nancy e, in Italia, Agamben, Cacciari, Esposito) lavori intorno a una visione della parola imperniata sul rapporto con la communitas e perciò profondamente estranea tanto al solipsismo esplicito della modernità quanto alle astrazioni della defunta critica sociologica, che di tale solipsismo rappresentavano in effetti soltanto il rovescio della medaglia. Uno dei nuclei fondanti di tale tendenza comincia senz’altro a delinearsi nei termini di un pensiero dell’immediatezza che concepisce la poesia non come emanazione di un assoluto staccato dal tempo e dal mondo, del Soggetto teologico, ma come dono e pegno dell’“istante che rigenera, [del] divergere continuo e creatore che l’essere è” (p. 195), dell’“indistinto dell’inizio (…) prima delle idee stesse di morire e di eternità” (p. 223). Abolendo in questo modo ogni ipoteca dualistico-metafisica e proiettandosi oltre il principio di soggettività, che è come dire oltre la linea del nichilismo (p. 75), ma comunque deciso a non frustrare le potenzialità euristiche della parola, Guglielmin può affermare che “ciò che il poeta conosce è la vertigine di quel trattenere senza proprietà, che è pensiero ossia dialogo – sguarnito di protezioni – della singolarità con la parola che avanza” (p. 20). Se è vero che la poesia lascia parlare il “nostro essere-esposti all’inesorabilità della presenza” (p. 13), un’inesorabilità non disgiunta da “quel particolare sentire della gettatezza, che invero è sempre racconto comunitario” (p. 14), questo sentire conduce inevitabilmente a “una lingua e una sintassi” aperte, dinamiche o, come scrive Guglielmin, “plurali e votate alla metamorfosi, al farsi e disfarsi continuo del presente” (p. 17): a una parola, cioè, “che tocchi le cose, non più vissute in modo antagonistico all’io” (p. 60). La poesia, che non deve mai perdere di vista la dimensione della finitezza, “lasciandosi essere nella superficie del mondo in quanto presenza” (p. 30), come chiedeva Nietzsche, non si dà insomma senza una basilare epoché, senza la preventiva rinuncia a qualsiasi categoria totalizzante o modello aprioristico sovrapposto al libero flusso della vita. Ma soprattutto essa non esisterebbe senza l’abbandono di ogni riparo: non escluso quello che promette di immunizzare l’atto poetico, mosso dal “bisogno di rifondare il tempo profano” (p. 70), dall’esperienza del tremendum, del sacro. Nonostante le legittime riserve avanzate da Guglielmin, rimango convinto che il “pensiero immobile” sapienziale e iniziatico, se letto con rigore filologico, costituisca un esempio di non-dualismo a cui dovremmo guardare – anche solo per poterlo dimenticare. In realtà, risulta obiettivamente una forzatura attribuire un carattere metafisico al paradigma sapienziale se prestiamo bene ascolto ai versi delle Rane in cui Aristofane fa parlare il coro degli iniziati di Eleusi: “Avanziamo sui prati fioriti, / dove abbondano le rose, / giocando alla nostra maniera, / la più vicina alle belle / danze, sotto la guida / delle Moire felici. // Per noi soltanto è gioioso / il sole e il lume delle torce”. Il sospetto, o la speranza, è che proprio nella visione dell’immobilità sia consentito ritrovare la massima espansione del nomadismo e insieme una via d’uscita dal labirinto del Soggetto, dalle catene della necessità e della metafisica. Riguardo a questa esigenza la proposta di Guglielmin si presenta solida, compatta e chiaramente orientata, ma dall’altro lato non è facile spiegare l’ampio spazio che un libro molto studiato come Senza riparo dedica alla lettura di circa sessanta poeti contemporanei. Ammettiamo che, pur rimanendo fuori discussione le qualità ermeneutiche di Guglielmin, questa scelta sia dipendente dalla volontà (non dichiarata, ma in ogni caso operante?) di portare un attacco al paradigma dell’autorialità, considerato un residuo ontologico da indebolire o da diluire – paradossalmente – mediante un processo di moltiplicazione: la poesia, sarebbe allora giusto chiedersi, non rischierebbe di assomigliare sempre di più al nous collettivo del web? E di cadere così in un’inaccettabile subalternità, ancora una volta di stampo teologico, nei confronti della tecnica?

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