Parola ai Poeti: Paolo Triulzi

 

Qual è lo “stato di salute” della poesia in Italia? E quello dei poeti?

La poesia in Italia è una categoria un po’ troppo grande per me… I poeti che conosco mi sembrano tutti in forma. Belli vispi, indipendentemente dalla situazione generale. I poeti sembrano animati da un’elettricità propria, forse perché sono avvezzi a sentirsi disperati.

 

Quando hai pubblicato il tuo primo libro e come hai capito che era il momento giusto? Come hai scelto con chi pubblicare? Cosa ti aspettavi? Cosa ti ha entusiasmato e cosa ti ha deluso?

Ho pubblicato un libro a 25 anni, nel 2006. Ho incontrato un editore che non faceva pagare per la pubblicazione: avevo partecipato a un concorso indetto dalla sua casa editrice e lui mi ha proposto di fare il libro. Non mi aspettavo nulla di particolare: avevo 25 anni scrivevo poesie e organizzavo reading nei locali notturni da 5, fare un libro mi era sembrato quasi naturale. Non avevo fatto nessuna delle riflessioni che farei, eventualmente, oggi. All’epoca mi era piaciuto fare le fiere della microeditoria, conoscere per coinvolgimento diretto quella realtà. Credevo che da quel momento in poi, con la casa editrice, sarei stato coinvolto in un progetto culturale che, poi, si è rivelato non esistere affatto.

 

Se tu fossi un editore cosa manterresti e cosa cambieresti dell’editoria poetica italiana? Cosa si aspettano i poeti dagli editori?

Io credo che il nodo della questione, dal punto di vista prettamente editoriale ma anche da quello culturale, sia la distribuzione. Intesa quindi nel doppio significato di presenza fisica delle copie nelle librerie (ma questo è il macro problema dell’editoria in generale), ma anche di veicolazione della cultura e dell’arte poetica verso un pubblico generico e quanto più grande possibile.

 

La poesia di domani troverà sempre maggiore respiro nel web o starà in fondo all’ultimo scaffale delle grandi librerie dei centri commerciali? Qual è il maggior vantaggio di internet? E il peggior rischio?

Penso che internet abbia trasformato, e continui a farlo, in modo sia quantitativo che qualitativo la comunicazione fra gli esseri umani e con essa la condivisione di “contenuti”. Penso anche che i contenuti stessi si siano progressivamente adattati ai nuovi canali di comunicazione. A questo punto mi pare indispensabile un riflessione profonda e progressiva sull’essenza di ciò che chiamiamo poesia. In internet c’è sovrabbondanza di ogni cosa, bisogna capire che cosa di quel che vi si trova può continuare a essere chiamato poesia.

 

Pensi che attorno alla poesia – e all’arte in genere – si possa costruire una comunità critica, una rete sempre più competente e attenta, in grado di giudicare di volta in volta il valore di un prodotto culturale? Quale dovrebbe essere il ruolo della critica e dei critici rispetto alla poesia ed alla comunità alla quale essa si rivolge?

È una domanda molto complessa. Dubito che le comunità si possano costruire, mi pare più verosimile che si aggreghino spontaneamente intorno alle proposte ritenute valide. Quanto ai critici, quando svolgono la propria funzione onestamente, credo possano essere dei grandi catalizzatori di cultura, possono essere ponti viventi fra diverse comunità e contribuire all’allargamento del dibattito (ammesso che ce ne sia uno e che sia aperto anche a chi critico non è).

 

Il canone è un limite di cui bisognerebbe fare a meno o uno strumento indispensabile? Pensi che nell’attraversamento della tradizione debba prevalere il rispetto delle regole o il loro provocatorio scardinamento?

Penso che l’atteggiamento verso il canone sia personale. Dipende dall’identità del poeta e dalla sua sensibilità, dalla sua formazione culturale. Alcuni strumenti possono rivelarsi utili (la conoscenza in generale lo è sempre), altri inefficaci. A volte il rispetto della tradizione soffoca il desiderio di nuovi linguaggi, a volte sono le avanguardie a essere immature e poco credibili. Quel che è certo è che tutto è destinato alla trasformazione continua, non ha senso porsi problemi di “uova e galline”. Il poeta dovrebbe anche essere colui che interpreta lo spirito e le esigenze stilistiche della propria epoca.

 

In un paese come il nostro che ruolo dovrebbe avere un Ministro della Cultura? Quali sono, a tuo avviso, i modi che andrebbero adottati per promuovere la buona Letteratura e, in particolare, la buona Poesia?

Qui mi pare che il pallino stia in mano al Ministro dell’Istruzione, eventualmente. La letteratura e la poesia andrebbero innanzitutto fatte leggere e, nei limiti del possibile, spiegate. Poi ognuno vedrà che farsene. Si può promuovere quanto si vuole un’automobile, ma finché il pubblico non ha la patente…

 

Quali sono i fattori che più influiscono – positivamente e negativamente – sull’educazione poetica di una nazione? Dove credi che vi sia più bisogno di agire per una maggiore e migliore diffusione della cultura poetica? Chi dovrebbe farlo e come?

Vedi sopra. La scuola dell’obbligo è fondamentale. Purtroppo sulla formazione vengono scaricate le responsabilità della cattiva politica occupazionale e si vuol far credere, poi, che la scuola serva a formare dei lavoratori. Invece la scuola serve a educare dei cittadini e, caso mai, a formare degli esseri umani. La poesia nasce anche dalla capacità di percepire la bellezza e anche la sensibilità è una facoltà che dev’essere educata e fornita di strumenti appropriati. Uno Stato che si disinteressi di queste cose oggi si garantisce una società ingestibile fra venti o trent’anni.

 

Il poeta è un cittadino o un apolide? Quali responsabilitàha verso il suo pubblico? Quali comportamenti potrebbero essere importanti?

Il poeta è libero di decidere quel che è o non è. Canta la realtà che più lo colpisce. Ciò che gli fornisce ispirazione riceve in cambio nobilitazione sotto forma di versi. Tutto può essere oggetto di poesia e io penso che il poeta sia spesso in simbiosi con un contesto. Ciò che mi sembra importante è che il poeta parli con la gente, che non si chiuda nello studiolo o in biblioteca ma che si doni al prossimo come un fiore: con la stessa grazia e la stessa debolezza. Se la poesia diventa snob muore all’istante.

 

Credi più nel valore dell’ispirazione o nella disciplina? Come aspetti che si accenda una scintilla e come la tieni accesa?

L’ispirazione del momento è un’esperienza esaltante che può anche essere cavalcata a pelo, cioè mantenuta in vari modi (vino, musica, solitudine… le tecniche sono varie e personali). Naturalmente la “visione” non esaurisce l’esperienza dello scrivere, ma è senz’altro motivante rispetto al resto del lavoro ed è bene che parte di quello stato d’animo permanga nel poeta sempre. Personalmente torno sui miei testi molte volte, anche a distanza di anni. A volte è proprio l’inaspettato ritrovamento dell’ispirazione originaria che mi schiude il verso mancante per finire una poesia.

 

Scrivi per comunicare un’emozione o un’idea? La poesia ha un messaggio, qualcosa da chiedere o qualcosa da dire?

A volte mi rendo conto di voler dire qualcosa di particolare, che reputo importante comunicare o, quantomeno, condividere. Altre sono più “impressionista” e cerco di scaricare delle sensazioni che mi restano dentro a lungo e quasi mi intossicano. In questo senso la poesia è un po’ un esorcismo. Diciamo che quando la poesia ha un messaggio ha anche qualcosa da chiedere in quanto porta il lettore a un confronto con l’autore diventando, perciò, uno stimolo alla riflessione.

 

Cosa pensano della poesia le persone che ami?

Varie cose. A volte mi danno l’impressione di non intendere con questa parola la stessa cosa che intendo io.

 

Sei costretto a dividere il tempo che più volentieri dedicheresti alla poesia con un lavoro che con la poesia ha davvero poco a che fare? Trovi una contraddizione in chi ha la fortuna di scrivere per mestiere? Come vivi la tua condizione?

Se sono costretto: sì. In merito alle contraddizioni degli altri non mi pronuncio. Personalmente penso che mi faccia anche bene all’ispirazione vivere nel “mondo reale”, stare in contatto con le persone che con lo scrivere non hanno nulla a che vedere e, persino, in una certa misura, avere delle frustrazioni da metabolizzare.

 

Cosa speri per il tuo futuro? E per quello della poesia? Cosa manca e cosa serve alla poesia ed ai poeti oggi?

Spero che domenica ci sia il sole, sia per me che per la poesia. Cosa manca e cosa serve? Manca tutto ma non serve nulla. Bisogna lavorare sulla comunicazione, la poesia e i poeti devo accettare di trasformarsi per potersi diffondere. Lamentarsi del disinteresse del pubblico non vale a nulla quando non si è in grado di destarne l’interesse.

 


 

Paolo Triulzi non è un poeta, è soltanto un bambino che piange. Quando ha finito di piangere, si mette volentieri a ridere. Paolo Triulzi è un bambino, gli piace giocare, gli piace dire le parolacce, gli piace sporcarsi le mani di terra. Poi, con le stesse mani, si mette a scrivere.
Paolo è uno spirito irriverente, odia la figura del poeta triste e barboso, odia chi vuol fare della poesia una cosa così seria da diventare deprimente. All’inizio della sua carriera, sui vent’anni, girava di notte per bar a declamare poesie erotiche, gli uomini si alzavano ad applaudire (già belli pieni), la sua Musa restava seduta e sorrideva.
A ventisette anni Paolo ha incontrato un Gentile Editore che ha deciso di pubblicarlo senza nulla aver a pretendere. Da questo piacevole incidente è nato Fortuna (Albalibri, Milano, 2006), una raccolta di poesie che copre, senza esaurirla, almeno cinque anni di produzione poetica.
La cosa più importante è però sempre sperimentare e mai riposare sul già visto. Troviamo quindi il Nostro ancora a zonzo, di notte e di giorno, ad arringare folle, a sbiascicare versi, a borbottare rime: alla ricerca di nuovi linguaggi, nuove verità, nuove forme di sintesi.
Al momento Paolo sta lavorando alla costruzione del proprio sito www.VersiUmani.it , manifesto poetico e compendio del lavoro fin qui svolto fra letture, pubblicazioni e collaborazioni musicali.

Lascia un commento