La più grande finzione

 

di Lucetta Frisa

Parlare di poetica mi è sempre stato difficile. Solo per esclusione intuitiva posso dire “questa è poesia e questa non lo è”. Il criterio? Quello della fascinazione: versi che mi portano in un altro luogo con parole che, pur essendo quelle di sempre, mi appaiano strane e stranianti, e mi commuovono. La commozione non è sentimentale ma di un sentimento inseparabile dall’intelletto. Deve sorprendermi, la poesia, lasciarmi, frastornata,  sull’orlo di qualcosa – abisso o sponda. Il rice-trasmettitore non può essere che il corpo e dunque la sua parte pensata e la sua parte fisica, gli oggetti fisici e quotidiani mescolati a quelli astratti, mentali – una sensualità calda e fredda con le sue diverse sfumature. Ho sempre pensato-sentito un testo poetico come un complesso di elementi che trovano in modo transitorio la loro coesistenza, ma in primo luogo lo avverto come partitura musicale, con tempi e tonalità variabili. Se è vero che la poesia viene dalla musica, istintivamente forse sono sempre andata in cerca degli inizi, dell’origine. E l’origine è il suono e insieme al suono il pensiero. E da lì ritornare qui, nella parola di adesso, ritornarci continuamente. Ritornare verso l’animale che siamo e verso la pietra che siamo stati e saremo. Se non è più possibile trovare un principio delle cose se non nella contemplazione del suo mito, – una sosta o pausa nell’estasi – forse nel mondo dei suoni, dell’ultra o pre-linguaggio umano, muoversi “poeticamente” dà ancora possibilità di scrittura. Ma non lasciamoci ingannare: quello che può sembrare spontaneo, sorgivo in una poesia, è frutto di un lavoro tenace e durissimo, la spontaneità può essere un gesto solo interiore ma, quando si tratta di tradurlo all’esterno, il passaggio è difficile e pieno di trabocchetti. Quel passaggio dal buio caos interiore alla luce della parola scritta, passa attraverso l’elaborazione di contenuti psichici insieme all’affinamento tecnico. La poesia è il non-detto, ma abita il suo ritmo: ritmo che non è musica, perché la musica della poesia è una musica tutta sua, anche quando conserva il mito del suono e della sua eco. La mia idea di poesia – mai realizzata né realizzabile – è fare apparire tutto questo sulla pagina. Si dice che, col tempo, il poeta vada chiarendo il suo percorso e, se è coerente con se stesso, la sua poesia si farà più essenziale, asciutta, vibrante come una corda tesa che taglia l’aria. Prima c’è stato il dolore, esperienze esistenziali ed esperienze letterarie e in seguito l’elaborazione più o meno inconscia di tutto questo andrà a nutrire la propria poesia. La semplicità – se è a lei che, infine, si tende – è conquista sofferta: diciamo che è l’ultima e la più grande finzione da raggiungere. È infatti attraverso la finzione che si sfiora almeno una scheggia di realtà. Una poesia dovrebbe rimettere in discussione il mondo, è una metamorfosi tra pensiero, suono, ritmo, sintassi, immagini, una miscela esplosiva da spiazzare il lettore facendolo sentire testimone di un evento mai accaduto prima.

Si scrive volendo esprimere un punto di vista, un’angolatura individuale da cui osservare e “sentire” le cose. La grande filosofa spagnola Maria Zambrano definisce questo modo di porsi davanti alla vita e alla storia, un sentire-pensare – o un pensare-sentire. L’uno non prescinde dall’altro. In poesia è così. Siamo noi col nostro corpo fisico, nervoso, emotivo – il nostro corpo che ospita il cervello la psiche e i sensi, che scriviamo poesia: partiamo dal corpo e arriviamo al testo, il nostro riflesso.

Ma poi è scrivendo che ci liberiamo dell’io, dato che la poesia non è mai solo autobiografica se è vera poesia. Scrivere di sé, è un pretext per scrivere d’altro e di  qualcosa che ci accomuna e, talvolta,  supera.

Io scrivo spesso in stato di dormiveglia, anche sull’autobus, forse quando c’è lo scirocco, quando ho qualche malessere indefinibile, quando la malinconia copre tutto come una pasta grigia. Prima ho un’idea molto vaga oppure, un verso bell’e pronto, che mi si è presentato non so come, una sensazione forte, qualcosa insomma di cui devo sbarazzarmi. Certe volte, scrivo con furore, poi lascio raffreddare (giorni, settimane, a volte mesi) e dopo…comincio a “tagliare” senza pietà. Alla fine, il testo passa alla prova della voce. A voce alta ho la prova se un testo funziona o no. Dato che per me è importante anche la comunicazione e immagino sempre un ascoltatore, un interlocutore. Il mio è un rapporto “drammaturgico” con il testo poetico, c’è in esso qualcosa del “monologo interiore”.  Ho avuto a che fare col teatro fin da giovane. Mantenere costantemente uno stesso registro per me è “innaturale”. Gli stati d’animo, come i movimenti, i tempi di una partitura, non sono forse sempre variabili? Mi piacciono queste parole di Julius Cortàzar a proposito della scrittura: ”C’è innanzitutto uno stato di confusione, che può unicamente definirsi nella parola: da quella penombra io parto, se ciò che voglio dire (se ciò che vuole dirsi) possiede sufficiente forza, immediatamente ha inizio lo swing, un dondolìo ritmico che mi trae in superficie, illumina tutto, coniuga quella materia confusa…”. Materia ritmica, dunque. La sostanza di questa materia non è mai originale – è citazione, memoria, riflesso di un riflesso. Ma gli effetti dell’emozione, le cicatrici del malessere, quelli sono segni, echi che restano e possono trasformarsi in versi. Lì la metafora diventa carne, e ci riporta non tanto al tema universale dell’angoscia quanto al corpo individuale e alla sua tolleranza o intolleranza al dolore. Poesia è tensione tra il qui e l’altrove. È un cortocircuito delle facoltà umane che trova forma di parola. E’ parola che vive nel ritmo drammatico e nel mutamento.

Ma mi piace concludere queste brevi osservazioni con una non-definizione della poesia di Wislava Symborska:

…ma cos’è mai la poesia?
Più di una risposta incerta
è stata data in proposito.
Ma io non lo so, non lo so e mi aggrappo a questo
come alla salvezza di un corrimano

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