L’Aria n.6: Glosse all’«Io sono»

(Meret Oppenheim nuda all’obiettivo dell’immenso Man Ray)

L’intenzione precede il testo. L’incipit della Vita nova di Dante lo stabilisce sùbito. C’è la vita e poi la «vita nova» dedicata. Dedicata a che cosa? Alle cose che ci sono già, per farne altro: pane, vino, donna, cena, piedi, lavaggio, parola, non sono più parola, lavaggio, piedi, cena, donna, vino, pane. Le cose che ci sono entrano in un rito, a condizione che il performer si riconosca in una diversità canonica. In questa vita le cose devono essere amate per essere capìte; devono imporsi nella loro singolarità, come la Beatrice della Vita nova di Dante: Bice diventa Beatrice, perché non è più una muliercula; e Beatrice non può non morire, perché il Paradiso la vuole, e perché Beatrice non può essere più l’oggetto di una mira umana, nemmeno della lode. Beatrice, morta e spirito, appartiene al rango dei santi, non alle cose dell’uomo: darle un corpo e tenerla a Fiorenza sono offese all’assoluto. L’idea assoluta che guiderà la vita nova è ormai una ex-Beatrice, che è stata una ex-Bice.

Quando Dante si presenta a Bonagiunta, e si dichiara, dice: «I’ mi son un che…», e quello che si sa, dopo. Cinque monosillabi: I’ è IO, ma I è anche il primo Nome di Dio (Par., XXVI, 134: «I s’appellò in terra il sommo Bene»), IO SONO è il Nome autorivelato di Dio in Es., 3, 14, UN è un numero, il più adatto alla personalità di Dio – e di chi lo segue. Ogni IO SONO in una cultura giudaico-cristiana riporta alla singolarità: a Dio e all’uomo particolare. Cioè: a chi esegue azioni canoniche e simboliche. E così: «Bonagiunta, buon uomo, caro fallito… Io sono uno che…, e tutto il resto. A te non devo spiegazioni. Comunque vada – e andrà sempre bene, per me – io sono uno, la mia singolarità è grandiosa, e ora la so vedere. Per questo te la impongo. Tra poco ti lascerò parlare, poveretto. E dirai del nodo che ha trattenuto te e Giacomo e Guittone: non potete parlare che come massa. Infelici, io non sono massa, perché io sono un io. Nel mondo che parla latino ce ne sono stati solo cinque come me. Tu lo farai capire, con parole che io, Dante, ti metterò nella bocca, e poi tacerai: ti sei riconosciuto, morto, quando – lo dico sadicamente – tu non scrivi più!».

Il pane si mangia sempre. Quello della cena di Pesach fa parte di un rito: è già un oltre-pane, un cibo che supera la norma. Nella cena di Cristo il pane è ancora di più: è il corpo, da mangiare. Il pane diventa oltre-pane, e ora è oltre-oltre-pane.
Il vino si beve sempre. Quello della cena di Pesach fa parte di un rito: è già un oltre-vino, una bevanda che supera la norma. Nella cena di Cristo il vino è ancora di più: è il sangue, da bere. Il vino diventa oltre-vino, e ora è oltre-oltre-vino.
I piedi sono sempre con noi, come i poveri. I piedi devono essere lavati, per igiene e per dignità. Se è il didáskalos e kýrios a lavarli, si va oltre la salute: è un gesto di oltre-salute, un esempio per il futuro.
Questo spingere oltre la norma i gesti e le cose appartiene ad uno stile di vita. Nella forma assoluta di Novalis si può dire così [e sono cose su cui si può parlare solo per aforismi: essere lapidari per essere chiari, pena la decadenza]: «La vita di un uomo veramente canonico deve essere del tutto simbolica. Partendo da questo presupposto, ogni morte non sarebbe una morte di conciliazione? – Più o meno, si capisce. E non si possono trarre da ciò molte conseguenze notevolissime?» (Novalis, Werke, Tagebücher und Briefe Friedrich von Hardenbergs. Bd. 2: Das philosophisch-theoretische Werk, hrsg. von H.-J. Mähl, Wissenschaftliche Buchgesellschaft, Darmstadt 1999, p. 232).

Il rito prende le azioni della norma e le toglie dalla normalità: così diventano sante, cioè separate.
Le azioni dell’uomo comune sono fatte dall’uomo non comune – il signore-maestro – con un altro fine: non abolire la Torà, ma completarla; non abolire la vita, ma stabilire un valore, se il pane e il vino passano dalle mani e dalla parola del signore-maestro.
Non è che Gesù diventi meno didáskalos e meno kýrios se lava i piedi ai discepoli: essi dicono che Gesù è signore-maestro, e il loro parlare è un dire beneil il iulil.

Nell’osservanza c’è un rito, che deve essere eseguito canonicamente, pena la non validità del rito stesso; ci deve essere precisione, anche nel mangiare rituale di una cena, come è la cena di Pesach, come quella del Cristo e dei discepoli. I tempi devono essere giusti, perché il rito avviene in date speciali.
La mistica è atemporale e asociale. Il rito è calato nel tempo ed è pubblico. Da un punto di vista poetico, la metrica è osservanza, la sensazione è mistica; la performance ben fatta è un rito, perché è pubblica e aspira ad una seduzione gloriosa; la lettura solitaria assomiglia alla mistica. Il poeta deve lavorare con le cose dei nostri giorni: il pane e il vino, le parole delle mulierculae – secondo l’espressione dell’Epistola a Cangrande – e la storia. In generale, il parlare non è mistico. Pubblicare è fare, visibilmente: cioè organizzare e organizzarsi.

Dio «nessuno l’ha mai visto» (Gv., 1, 18). L’Antico Testamento lo mostra sensibile, con narici per «odorare la soave fragranza» (Gen., 8, 20) e con spalle da mostrare a Mosè, perché il «volto non lo si può vedere» (Es., 33, 23). Come se lo Spirito avesse il naso e la schiena. Per eccesso di mistica, e per nostra vanità, il tutto-spirito sembra superiore al tutto-corpo. Ma è nel corpo che si manifesta la singolarità dell’IO SONO, presente e attivo. I riti sono la quotidianità elevata a simbolo, purché il regista, il performer, l’attore, l’autore, il prete, il mago siano «un uomo veramente canonico», che dice IO SONO, e agisce di conseguenza.

Ecco come è nato il luogo comune: la poesia non si legge. Se leggo un autore, mi chiedo: chi è? Se lo vedo, mi chiedo: chi ha scritto? Una persona o un’astrazione? Un autore o un automa? A quale esperienza – a quale singolarità speciale – rimandano le poesie?
La potenza non c’è, di solito. Il corpo e la sua voce non rimandano a nessuna intenzione. Il suono del «cembalo che tintinna» è falso, fesso.

[dal testo per il seminario di Roncegno sull’Ultima cena: versione abbreviata]

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4 Comments

  • ciò che consola il cuore: senza emozione, nulla. senza cultura, nulla. senza passione, nulla. senza corpo, nulla. senza voglia di morire su due parole, nulla. senza un luogo in cui andare, nulla. e: moltissime cose rimangono, con il quadrato virtuoso [maestà potenza inusualità; furore] e la Grazia, ancora. ciò che è intoccabile e invisibile – la pelle più segreta – diventa anche icona nelle foto: la pelle mostrata e la schiena nuda, aperta a tutti; e non cambia l’idea che ne ho: non si tocca la luce. non è bene che l’uomo sia solo – e guai a chi è solo – e l’uomo non osi separare ciò che Dio unisce; ma l’uomo non riunisce ciò che si divide.
    rimangono i testi. i testi sono osceni, a modo loro [turbano molto; nudi]. possiamo interpretarli all’infinito. oggi scrive un amico. dice: parli con forza, ma si sente che hai un peso. dico: è anche la gabbia virile. è il momento in cui cambiano molte cose: ora imparo (come un bambino) a parlare, a «vomitare» e «masticare» le parole. questo è il teatro

  • aggiungo la riscrittura nuova di un piccolo monologo, dallo pseudo-Dionigi Areopagita. qui, ora, canta un po’ meglio di cinque anni fa (e poi: perché la poesia non può anche *cantare*? il poeta-ben-pensante – e pesante – ha lasciato al “sottobosco” – così lo chiama lui – la poesia come canto, il gioco del sentire, perché sentire è volgare) (e così si rima stoltamente, come dice Dante: ma si rima stoltamente in molti modi. non è detto – dico per dire – che l’intelligenza sia il contrario della stoltezza, la sua nemica giurata. forse l’ispirato cantante e l’acido laico sono stolti *allo stesso modo*, e in modi diversi – solo che il primo si diverte un po’, forse, se non altro per narcisismo locale sulla sua piccola tribuna; ma il secondo è frustrato, terreo, perché vive *sempre* nella “tirannia dei rapporti”)…………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………..

    1.
    C’è UNA radice, non urla nei sensi.
    Non ha figura e forma
    e qualità, né quantità né peso,
    non è in un luogo. Ai sensi
    sfugge; non si sente
    e non sente; non soffre
    la carne passionale
    del corpo: non la illude
    la vita della mente.
    Non è mai senza luce,
    non vede mutazione, distruzione
    e contrasto, miseria o privazione
    e rinuncia. Adesso
    l’inizio alto appare:
    la nudità completa
    senza gioco e contrasto.

    2.
    La causa non ha anima e giudizio,
    non ha immaginazione né opinione,
    né numero né ordine e statura.
    La causa non si muove
    mai. Non fa. Non è fragile.
    Non vive e non è vita
    e non è tempo. L’anima
    non la tocca; non è
    nessuna scienza vera,
    né dominio di re,
    né sapienza né uno:
    né unità né Dio.

    [2005-2011]

  • queste righe divagano e forse non centrano (e non c’entrano). ossessione: la singolarità. moda, anche ultimissima: fare il gruppo (altrimenti non ha senso la parola *net*: deve prendere i pesci, in qualche modo – ed eccoli irretiti, in discorsi ancora una volta generazionali). Dante ha mangiato il meglio della chiesetta fiorentina e bolognese; ma con disdegno, e con un altro *disegno* per il futuro. il risultato è quello che si vede: un uomo canonico, ecc. (devo quella citazione, un lampo, a Furio Jesi – e molto altro gli è dovuto)

    Meret nuda. non è una foto molto in posa, sembra quasi uno scatto amatoriale. c’è anche un pendant, in cui il seno è più scoperto, la postura è un po’ inclinata. in questo caso Meret è “disadorna”, come dice Matteo: nessuna posa, nessuna solarizzazione, nessun oggetto particolare, ecc. Solo Meret. non c’entra niente con il Cristo kyrios kai didáskalos. nel 2000 pensai a Francesca Woodman, altrettanto nuda, ma più impietosamente, come si pensa ad un angelo (riscriverò anche quelle pagine, all’interno di un libro allora acerbo, avevo 26 anni, su Amelia Rosselli). non c’entra ma c’è. liberamente collegata, quindi implicata (che poi Madame Edwarda sia DIO in maiuscole – e perché no? ma qui si scivola facilmente, si scivola con poco…)

  • Analogamente, analogicamente, la luce in Dante è una iper-luce, una luce più luce della luce, che vince ogni vista umana – “Trinitas superessentialis et superdeus et superoptime Christianorum inspector theosophiae, dirige nos in mysticorum eloquiorum superincognitum et superlucentem et sublimissimum verticem”, Dante leggeva nello Pseudo-Areopagita e in San Bonaventura – il sensus anagogicus, il meno esplorato dagli esegeti, che ne sono forse rimasti smarriti e spaventati, consiste proprio in questo superare, da parte del senso, il senso stesso, in questo intensificarsi, per gradi, della significazione, tesa come una corda ad oltre-passare se stessa, a svelare risonanze ulteriori. “Supra”, “sovra”, in Dante assurgono, mi sembra, quasi a parole chiave. Così, per Saffo, l’oro di Afrodite e del Sole è “più oro dell’oro”.

    E così si spiega anche l’immagine inserita – immagine di nudo, ma anche, di per sé, immagine nuda, nuda imago, essa stessa, disarmata, disadorna, nuda e pura bellezza, muliercula elevata all’assoluto proprio perché spogliata di limitazioni – come il Nudum Esse, il nudo essere divino, di cui parlano i mistici – il cui sguardo, come quello del fotografo-artista, del fotografo-poeta, ha, nelle parole di Plotino e poi di Goethe, lo stessa natura della luce, la stessa onirica sostanza superessenziale del mezzo-messaggio che esalta il corpo, il vissuto, la carne, nel momento medesimo in cui li transustanzia, li eternizza e, per ciò stesso, li dissolve – quasi la montaliana “eternità d’istante – marmo manna / e distruzione – ch’entro te scolpita / porti per tua condanna”.

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