Ma poi… come lo affrontiamo davvero il dolore?

 

Esco proprio ora dal confronto con un mio amico molto caro, confidente delle ore più tarde. Inaspettato nell’affettività che richiama dal profondo. Da questa fiamma che ho dentro e mi tiene in vita, qualsiasi cosa accada. Questa passione che muove ogni mia vertebra, azione, pensiero, ragionamento o emozione. Mossa da sensi che io non conosco se non attraverso l’amicizia e l’amore.
Ma cosa sono l’amicizia e l’amore?
Solo un miracolo. Il miracolo dell’ascolto che è insieme comunicazione e apprendimento. Come guardare a destra e a sinistra nello stesso momento.

Mi sono chiesto quale funzione abbia il fatto che io scriva di certe cose su Poesia 2.0. Mi sono chiesto quanto sia utile, per cosa e a chi, soprattutto. “Cosa fai di concreto?” mi sono chiesto…
Sono nella continua progettazione di un atto che si risolve solamente nella scrittura. Nella mia liberazione da esso, che è il momento unico ed inimitabile in cui m’abbandono e mi sento la stessa cosa con l’eterno. Non inteso in senso fascista, è chiaro, ma in senso spirituale, questo sì.
Mi sento un sogno al sapore di religiosità. Una spiritualità possibile solo attraverso la percezione della finitezza di cui siamo fatti.
Forse è vero, scrivo con l’illusione di esprimere qualcosa di atemporale, cerco l’infinito (Leopardiano… è chiaro), ma che abbia connessioni con il presente, che sia generato direttamente da questo presente, che abbia le stesse caratteristiche di questo presente e, insieme, sia pure un sistema eletto a sublimazione di questo presente, da renderlo immortale.
Ma, nella mia illusione di colmare me stesso, mi ritrovo ad amare un’umanità (che ora come ora mi limiterò a considerare nella sua accezione più ampia) nella quale mi ritrovo e nella quale ho scelto di non riconoscermi più.
L’illusione di farlo, di scrivere per una collettività, mi ha posto di fronte a questo interrogativo, che è stato mosso anche da un commento al mio primo scritto: “Il vuoto di plastica”: cosa faccio davvero per voi? A che servono queste “pippe mentali”? A cosa serve scrivere in un mondo in cui bisognerebbe solo fare, costruire, agire?
Mi sono risposto che in questo mondo l’unico modo di creare qualcosa viene dalla possibilità dell’uomo di accettare di poter distruggere tutto ciò in cui si è riconosciuto fino ad oggi. Un crollo delle certezze che conosciamo, per un bisogno di restaurare, a partire dalle nostre rovine, un nuovo modo di pensare all’essere umano. Di immaginarlo nella sua interezza, nelle sue relazioni con l’altro.
Mi sono risposto che per costruire bisogna progettare ma, nel costruire, ogni progetto in definitiva viene meno. Perché la mia ricerca, impulsiva, a getto, sfatta di ogni celebrazione… non oso immaginarla diretta verso nessuna meta predestinata. Se pur ne sono “l’autore”, in realtà, non lo sono davvero; se pur ne sono “il creatore”, mi astengo dal pretendere qualcosa, dall’avere delle aspettative su una creatura appena nata come la mia scrittura.

Io sto cercando. Io cerco in continuazione. Attraverso la mia poesia. E tutto ciò che scrivo. Io cerco. Divento ciò che scrivo, e basta, e da questo sentire si smarrisce la forma, l’eleganza, che non hanno più senso d’essere chiamate tali, perché nella mia dimensione non esistono, esiste solo il poter restare a cavallo di un fotone, a cavallo della stella Sirio, e niente più. C’è soltanto il raccogliere in sé la direzione spontanea e l’immediatezza del tema che “mi sta trattando”. E dunque non si può, o almeno per me è impossibile nell’impossibile dato, essere uno stile che sia diverso dal contenuto.

Nella modalità con cui scrivo di queste cose, quindi, si esplica il mio personale percepirle ed elaborarle. Se la scrittura, così “inutile!”, può significare questa distruzione, questa necessità di riconoscersi nel vano, questa ricerca, questa voglia, questa volontà di disgregazione e ricostituzione… allora va bene così. I miei scritti non significano niente in quest’epoca, se non questa denuncia di un bisogno profondo di comprensione. Di nausea e saturazione. Di restaurazione profonda dell’uomo. Di tedio e insensatezza. Sia ben chiaro, non insensatezza che non ha un senso, ma dovrei dire empietà allora, forse.

Io non penso mai a quello che scrivo mentre lo scrivo. I motivi ricorrenti nelle cose che scrivo sono proprio la connessione di questo tessuto inorganico, che così diventa, per quanto sia possibile, organico. La rete neurale di informazioni sulla quale viaggio quando sono in così stretto contatto con me stesso è come fare l’amore, è intima come una masturbazione. Lo faccio senza accorgermene… mi perdonerete quindi una ripetizione di concetti, ogni tanto.

Cosa faccio davvero per il mondo in cui vivo? Chiedere questo a chi scrive io credo sia come chiedere a chi e a cosa serve una coscienza.
La coscienza, io credo, serve al dolore, per averne un qualche genere di cognizione; per quanto si possa sostare nel delirio. Non è un delirio di onnipotenza il mio, appunto, ma una ricerca di confronto, e forse in questo sto riuscendo. Perché ciò che mi interessa è essere aperto. Creare una rete di concetti e di sentimenti che mi possa mettere di fronte all’altro. A volte nudo, a volte denudato. E poter ragionare e legare e capire quale sia e cosa sia ciò che io sono in relazione all’altro, cos’è e chi è: l’altro… nell’illusione che tutto possa essere visto da ogni lato e unito in una collocazione ideale e concreta della mia visione del mondo, per potergli dare una forma, una priorità, dei valori, uno spessore che lamento non esserci quasi mai.
La mia curiosità, la mia fame e la mia sete possono trovare significato solo nell’altro. Quindi ogni mio errore, ogni mia mancanza, ogni mia disattenzione non è altro che una ricerca protesa verso la conoscenza. O almeno è così che io vivo i miei fallimenti, anche come scrittore. Non come scrittore di poesia, ma come scrittore qui e ora. Perché ogni cosa è necessaria a se stessa e nel mio percorso, e nel riconoscimento di questo percorso, è esattamente questa la strada che devo percorrere per giungere laddove io vorrei per amare il prossimo. Davvero. Senza scaricargli addosso i miei bisogni, ma solamente cercando un legame che io anelo.
Perché nulla avrebbe senso se non ci fosse la possibilità di creare legami. Nessuna filosofia, nessuna storia; nessuno può prepararci a questo, alla vita, niente può insegnarci a vivere con la vita se non attraversando il mondo come esseri in relazione con altri esseri.

È esattamente per questo che io scrivo, questo rappresenta la mia scrittura. Una lavagna sulla quale postare riflessioni, pensieri, intuizioni, emozioni, sentimenti, sensazioni o affetti e sulla quale ognuno possa dire la sua, come se fossimo ognuno un tassello fondamentale di questa storia. Sia che questo ci piaccia o no.

Solo questo rimarrà, io credo, nella memoria collettiva di chi verrà dopo di noi.
In questo senso… posso dire che i miei scritti abbiano una funzione. Ma aldilà della giustificazione, o della motivazione, meglio, di tutto ciò che io posso dire in questo foglio, non mi è sfuggita l’unica verità. Che nessuno può insegnarci a soffrire, che nessuno ci può preservare dal dolore, e che mettere alla mercé dell’altro il nostro cuore non significherà sempre e solo star male, ma aver attraversato l’interiorità dell’intimità umana con una possibilità in più, quella di aver arricchito il patrimonio umano comune. Ecco perché scrivo. Perché non si può lasciare il mondo in balia di questo abbassamento delle difese immunitarie insite nel nostro organismo. Se si può essere degli anticorpi, va bene così. Ci sono tanti anticorpi utili a molti virus e batteri diversi. Io posso desiderare e sognare di essere, dentro me, almeno questo.

Questa paura del prossimo è solo paura di ciò che potremmo trovare dentro di noi. Ma… Io voglio crescere. Giocare a crescere. Giocare. E crescere. E continuare a giocare.

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