Parola ai Poeti: Salvatore Ritrovato

Qual è lo “stato di salute” della poesia in Italia? E quello dei poeti?

Oggi la parola dei poeti non conta niente, i libri di poesia vendono molto poco. Cifre come 10.000 copie vendute (penso alle raccolte di Alda Merini) non sono paragonabile alle vendite di un libro di Moccia o di Volo. Inoltre, sono in tanti a scrivere, pochi a leggere. Ma sono questi i criteri per giudicare lo stato di salute della poesia? Direi di no. La poesia si misura sulla qualità non sulla quantità. Il lavoro sulla parola non affascina le folle? Non vedo il problema. Contro il fast food, nasce lo slow food. Contro la società dello spettacolo, ecco la poesia, che preferisce il silenzio di un paesaggio al chiasso televisivo, il fruscio dei fogli e delle foglie al rombo incessante e puzzolente di un incrocio metropolitano. Non si tratta di essere “contro” il mondo, ma di capire che esiste un altro modo di pensare il mondo. A me sembra che tanti poeti e lettori di poesia oggi l’abbiano capito, e vogliano questo.

 

Quando hai pubblicato il tuo primo libro e come hai capito che era il momento giusto? Come hai scelto con chi pubblicare? Cosa ti aspettavi? Cosa ti ha entusiasmato e cosa ti ha deluso?

Il mio primo libro di poesie è uscito nel 1997. Avevo 30 anni, e avevo appena varcato un bivio importante: supplenze scolastiche o dottorato di ricerca? Il senso di “precarietà” di quegli anni si concretizzò in un sogno metaforico: la scrittura come navigazione nell’ignoto. Inventai un poema in cui ero protagonista e insieme controfigura, Ulisse e nessuno. Non mi aspettavo nulla, sentivo solo che dovevo vedere quel libro “altro da me”, pubblicato, e perciò mi rivolsi a un editore che mi avevano detto lavorava molto bene, sceglieva la carta con attenzione, rivedeva più volte le bozze. Un editore artigiano, raffinato poeta, persona rara: Massimo Scrignol

 

Se tu fossi un editore cosa manterresti e cosa cambieresti dell’editoria poetica italiana? Cosa si aspettano i poeti dagli editori?

Posso dire quello che mi aspetto io dagli editori: che leggano il mio libro prima di dirmi va bene, e che abbiano un’immagine cartacea del libro di poesie. Se fossi un editore, mi comporterei allo stesso modo, con il massimo rispetto per ogni raccolta di versi, che è un punto di arrivo nella vita di una persona, ma anche con il vivo interesse per la sua sorte, per intavolare un dialogo che superi i termini freddi e impersonali di un contratto.

 

La poesia di domani troverà sempre maggiore respiro nel web o starà in fondo all’ultimo scaffale delle grandi librerie dei centri commerciali? Qual è il maggior vantaggio di internet? E il peggior rischio?

Sì, la poesia e web è un buon matrimonio; nei centri commerciali, no, la poesia non c’entra niente. La ragione è semplice, anzi banale. Internet è come la stampa: uno strumento fondamentale e “discreto” per la diffusione della cultura, per la formazione e l’aggregazione; è una piazza d’altri tempi, chi va e chi viene, ci si incontra e ci si perde, e ovviamente non tutto quello che si dice sarà vero, ma ci si può fare un’idea, e comunque si è relativamente liberi di andarsene quando pare. I centri commerciali servono solo a vendere, e la poesia non vende. Dico non vende come salumi, scarpe, premi strega.

 

Pensi che attorno alla poesia – e all’arte in genere – si possa costruire una comunità critica, una rete sempre più competente e attenta, in grado di giudicare di volta in volta il valore di un prodotto culturale? Quale dovrebbe essere il ruolo della critica e dei critici rispetto alla poesia ed alla comunità alla quale essa si rivolge?

La poesia ha sempre avuto critici attenti e generosi, estremamente colti, ironici. La migliore critica del Novecento si è esercitata sulla poesia. Ora questa critica non serve più. I giornali preferiscono “critici” compiacenti con i gruppi editoriali, che si occupino di narrativa, magari gialli e noir, o di “saggistica varia”, e sembra che la letteratura sia questa. Quale “autorevolezza” può avere, allora, un critico di poesia se può scrivere solo su qualche piccola rivista letteraria? Attorno alla poesia, tuttavia, sorgono molte comunità di lettori, e altre ve ne potrebbero sorgere se i libri di poesia potessero circolare liberamente su circuito nazionale (e invece so che le tariffe di spedizione sono state alzate). Probabilmente una spinta verrà dalla diffusione degli e-book o nella realizzazione di cortometraggi di video-poesia. E’ bene che la poesia esca dal suo recinto e si mescoli alle altre arti.

 

Il canone è un limite di cui bisognerebbe fare a meno o uno strumento indispensabile? Pensi che nell’attraversamento della tradizione debba prevalere il rispetto delle regole o il loro provocatorio scardinamento?

Il canone è l’invenzione di una società letteraria che assiste al naufragio della Tradizione e, per dare un segno del proprio potere accademico, fa il gioco della torre, con criteri tutti da verificare: questo lo butto, questo no. La scuola, da Quintiliano in poi, eredita questo “pensiero comodo”, detto anche classicismo: i programmi vengono incontro alla scarsa preparazione dei docenti, che sanno di doversi preparare su Machiavelli, non su Ruzante… Qualcuno mi dirà che Machiavelli “scrive meglio”? Diciamo anche che il dialetto vale meno della lingua, e occuparsi di leadership paga di più che imprecare contro la guerra. Il romanticismo è la versione borghese del classicismo. Oggi chi crede nel canone? Le grandi holding editoriali per gestire meglio il mercato, lo zatterone della scuola alla deriva, e qualche professore pigro e smemorato. E’ tempo di aprire gli occhi. La letteratura è un rizoma, non un palazzo coloniale: ai piani alti i signori, i G7 o G20 della letteratura; ai piani bassi i morti di fame. Occorre vedere la poesia come infrazione incessante non solo nei confronti delle regole della lingua o della famigerata Tradizione, ma anche di ogni perbenismo sentimentale e culturale. E bisogna leggere, leggere, leggere. Senza chiedersi chi sta sopra e chi sotto, chi avanti e chi dietro, a destra e chi a sinistra. La realtà è quella ci ha insegnato la meccanica quantistica.

 

In un paese come il nostro che ruolo dovrebbe avere un Ministro della Cultura? Quali sono, a tuo avviso, i modi che andrebbero adottati per promuovere la buona Letteratura e, in particolare, la buona Poesia?

E’ bene che il Ministro della Cultura non si occupi di poesia, ma di cultura. Se gli piace la poesia, son contento, ma se ne occuperà in quanto uomo, non in quanto ministro.

 

Quali sono i fattori che più influiscono – positivamente e negativamente – sull’educazione poetica di una nazione? Dove credi che vi sia più bisogno di agire per una maggiore e migliore diffusione della cultura poetica? Chi dovrebbe farlo e come?

Io non parlerei di “educazione”, ma di “coscienza” di una nazione. Senza coscienza civica, l’educazione è solo una patina superficiale di regole senza senso. E non parlerei pertanto di “educazione poetica”, semmai di educazione alla lettura, in generale. Se gli italiani non leggono o leggono poco, molto meno di altri cittadini europei, chiediamo loro di apprezzare la poesia? E’ assurdo. Bisogna cominciare dalle fondamenta, partire dalla scuola, dalle elementari, per arrivare all’università. Ma chi? come? Tagliando i finanziamenti e il personale? Riducendo i FFO? Allontanando la scuola dalla ricerca universitaria? Riducendo le ore di italiano nelle superiori? Introducendo le prove Invalsi? Ma reintroduciamo il “riassunto” dei Promessi sposi e la tavola pitagorica! Gli studenti si abituano a rispondere alle domande a risposta multipla, e non sanno riassumerti la trama di un film. Che senso ha parlare di educazione poetica? La strada per arrivare alla poesia è molto molto lunga. Anzi, mi sa che la stiamo perdendo.

 

Il poeta è un cittadino o un apolide? Quali responsabilità ha verso il suo pubblico? Quali comportamenti potrebbero essere importanti?

Il poeta è un cittadino, ovviamente. La definizione di apolide è una boutade di Einstein, per evadere le stupide domande di un burocrate fesso. Come tutti i cittadini – spazzini, macellai, giornalisti, avvocati, onorevoli – egli ha delle responsabilità nei confronti della società, non può sperare nella impunità delle sue parole, nel condono delle “licenze poetiche”. Subisce un processo per delle poesie in cui parla di prostitute e hashish? Vuol dire che ha detto qualcosa di scomodo, forse ha toccato la verità. E’ osannato perché sciorina epinici al tiranno di turno? I posteri lo giudicheranno. In ogni caso, si assume delle responsabilità.

 

Credi più nel valore dell’ispirazione o nella disciplina? Come aspetti che si accenda una scintilla e come la tieni accesa?

Ispirazione e disciplina sono parole. Io credo che se uno ha delle cose da dire deve dirle. Come le dirà, ovvero tutto quel che riguarda lo stile personale, le scelte formali, il genere – ebbene questo dipende da un intreccio di fattori storici e personali non predeterminabili, e che la critica si preoccupa di scoprire.

 

Scrivi per comunicare un’emozione o un’idea? La poesia ha un messaggio, qualcosa da chiedere o qualcosa da dire?

Se non ho niente da dire, non scrivo.

 

Cosa pensano della poesia le persone che ami?

Cerco di non saperlo.

 

Sei costretto a dividere il tempo che più volentieri dedicheresti alla poesia con un lavoro che con la poesia ha davvero poco a che fare? Trovi una contraddizione in chi ha la fortuna di scrivere per mestiere? Come vivi la tua condizione?

Per mestiere lavoro all’università e mi occupo di letteratura. Non credo che sia una fortuna. E’ solo una condizione, che non è detto migliori la qualità dei miei versi; probabilmente mi aiuta a scegliere con più agio le letture. La poesia ha bisogno di un altro carburante: quello della vita, che puoi trovare ovunque, anche in un deserto.

 

Cosa speri per il tuo futuro? E per quello della poesia? Cosa manca e cosa serve alla poesia ed ai poeti oggi?

Non spero niente, lavoro, opero, costruisco. Ora è in ballo lo stato giuridico dei ricercatori universitari, e con esso ne va di mezzo il ruolo dell’intellettuale. Il poeta è o era anche un intellettuale, uno cioè che si preoccupa di rendere migliore questo pianeta con i suoi esperimenti, le sue idee, i suoi libri, i suoi versi, ma sa bene di non essere al centro del mondo. Ecco che cosa manca, a volte, ai poeti: rendersi conto che non esiste solo la poesia.

 

 


 

Salvatore Ritrovato (San Giovanni Rotondo, 1967), si è formato nelle università di Urbino, Lovanio e Bologna, e insegna letteratura italiana presso l’Università di Urbino. Si occupa di letteratura del Cinque e Seicento e del Novecento (Caproni, Calvino, Saba, Rosselli, Erba, Carlo Levi, Volponi), con particolare attenzione alla ricerca poetica contemporanea. Collabora e scrive per varie riviste («Pelagos», «incroci», «Poesia», «Atelier», «Clandestino»). Ha pubblicato due raccolte di poesie: Quanta vita (Book, Castelmaggiore 1997) e Via della pesa (Book, Castelmaggiore 2003); e due plaquettes di imitazioni da Asclepiade (Le-vante, Bari 2000) e da Prévert (Cartotecnica, Venezia 2002). Altre poesie sono uscite su riviste e antologie, anche tradotte all’estero (Spagna, Belgio). Di recen-te, ha curato l’antologia tematica di poesia Dentro il paesaggio. Poeti e natura (Zanzotto, Guerra, Orelli, Piersanti, Bacchini, Conte, Pusterla, Damiani, Ceni, Aned-da, Gibellini), Archinto, Milano 2006.

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1 Comment

  • Caro Salvatore, il tuo è un intervento prezioso perché onesto. Senza peli sulla lingua, ma anche sobrio e concreto. Basta con tanta mitologia, tanto finto ottimismo. Il terreno che abbaimo in eredeità è questo, cerchiamo di dissodarlo e tenerlo in ordine con intelligenza.

    Mauro Ferrari

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