Vicolo Cieco n.14: Arrivederci a settembre

 

Stiamo rotolando tutti insieme in un breviario di beghine da comari caciarose, orfani di ogni grandezza, in balia della nuova esaperante epidemia poetica: il virus editoriale.
Stiamo lì a domandarci come fare a rimanere al passo con le uscite, a colmare le lacune di una scena di comparse. Perchè quello che spesso si dimentica è che la banalità che troviamo nei testi è la stessa che incontriamo fuori, così come medesima è l’arroganza o la presunzione di ascolto di chi non ha nulla da dire.

Una disamina poetica sana non può prescindere dall’editoria che la rappresenta, e allora forse è giunto il momento di chiedersi il perchè, allo stato attuale delle cose, uno si sveglia alla mattina e vuole fare l’editore, la stessa persona che sino a poco tempo fa aveva ambizioni più misere: quelle di fare il poeta.
Questo dispiegamento planetario di un sur-plus ci ha sbattuto davanti a una poesia seriale, da CSI, da finali di stagione; davanti all’incapacità testuale di vedere il futuro, troppo racchiusi in un passato implorante persino delle sue malattie.

A volte, sbadatamente, pensiamo che cercare nell’originalità della voce sia una chiave per risollevare le sorti, ma l’esaperarsi di questo ci ha trasformati da lettori in cavalieri del graal. Ognuno riporta la sua coppetta, quella del nonno, dell’amichetto d’osteria.
Il virus editorale è riuscito a speculare sulla voce dei fantasmi, ha inventato le copiette a pagamento pur di avere il libricino. Come se il librino fosse un segno, un testimone di carta da sbandierare come un pass a una festa senza invito.

Il meccansmo delirante di chi è infatuato dalla possibilità di produrre arte, non tiene conto dell’impossibilità di produrre opere.
Il corto circuito che si genera quando poeta, critico, editore, recensore e quant’altro sono la stessa persona è, non solo il frutto di un impressionante desolazione, ma sopratutto quello di una vocazione all’annientamento. Stiamo tutti contribuendo a ingrassare gli stessi meccanismi che vorremmo modificare.

Sollecito da qui, insieme a chi vorrà contribuire, la possibilità di dar vita a un’inchiesta seria sull’editoria poetica che con l’uso di nomi, cognomi, tariffe, vie distributive e quant’altro possa contribuirre a fare chiarezza in un panorama che tutto produce fuorchè il bene della poesia.

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8 Comments

  • Caro Davide, sono sempre disponibile a parlarne, i punti che poni sono una corretta piattaforma di discussione.
    Credo che nella parola smascheramento si racchiuda un po’ tutto ed è quello al quale dobbiamo contribuire per una comunità poetica sana

  • Ad esempio:

    1. individuare la qualità (o la sua assenza)
    2. intervistare gli autori
    3. sensibilizzare gli autori dei loro diritti (essere promossi e distribuiti adeguatamente ecc.)
    4. dialogare con gli editori (vedere le difficoltà)
    5. avere consapevolezza del mercato e trovare soluzioni (ad es. confederazioni di case editrici per facilitare la distribuzione)
    6. boicottare le case editrici che non sono vere case editrici
    7. porre il problema della quantità (non è pensabile che vengano pubblicati così tanti libri), che il 99% delle volte si traduce in scarsa, o scarsissima, qualità.

    Davide Castiglione

  • D’accordissimo, potrebbe essere un lavoro enorme ma varrebbe la pena di farlo. Solo non saprei come ci si può esprimere su una casa editrice (cioè, a quanti libri letti di quella casa editrice ammonta la soglia per esprimersi con credibilità).

    Bisognerebbe strutturare l’inchiesta in modo quasi scientifico e secondo paletti ben chiari, secondo me, e una équipe preparata e ben coordinata; un punto di partenza per me potrebbero essere le stesse interviste ai poeti che pubblicate qui: alla domanda sull’editoria, la maggior parte chiede quelle cose…

    Non sarebbe solo una questione di qualità (pure importantissima) e di etica (altrettanto e più) ma proprio di efficienza (che manca: spesso né poeti né imprenditori veri, dunque).

    Davide Castiglione

  • credo sia importante per chi invia un testo sapere chi lo legge, così come necessario è scindere l’editoria sana dalla no
    a questo servirebbe il lavoro che ho sollecitato non a fare delle liste alla “vieni via con me”
    una disamina onesta del panorama editoriale non attenua la vanità da cui siamo afflitti contribuisce soltanto a uno sfoltimento imprescindibile
    un caro saluto
    ale

  • ci sono gli e-book Alessandro. e gratis. e si taglia la testa al toro.non so a quali TUTTI (il solito generalizzare e poi andare in vacanza?) tu ti stia riferendo magari prima di dettagliare il panorama dell’ editoria poetica fai i nomi e cognomi di quelli che critichi altrimenti mi pare sbilanciata la tua richiesta.

    ps: un poeta per essere poi tale anche da morto sopratutto da morto se ne deve fottere del bene/male della poesia se ci pensasse smetterebbe di ricevere messaggi dalla sua essenza. essenza che va sa se senza impalcature o solidarietà. il poeta che scrive per farsi pubblicare è proprio solo un “poeta”.
    caro saluto
    paola

  • sgomitano gli insulsi, i plagiatori i narcisi, ambiscono a governare un mercato, non capiscono la poesia – mantengo il dubbio, pubblicare? concorrere?
    Per dare voce al silenzio, alla dimenticanza per stare al gioco di esistere, forse.

  • tutto vero. e aggiungo: [scriverò male e di corsa, male-dire e male-scrivere: io non ti maledico, ma ti malescrivo! sarebbe bello dire così]

    molti di noi sanno cose terribili o ridicole [è la stessa cosa] su molti di noi – e anche questo rende orfani della grandezza. non riesco a vedere la grandezza in chi mi ha pianto sulla spalla per un padre problematico e poi ha scritto un articolino in cui si dice che mangio di nascosto per accreditare la veste del ‘monaco’. non è la fine del mondo, ma non è una cosa grande. non si vede la grandezza in chi ha creduto di fare una cosa privata – il sesso – ed è stato apertamente pubblicato, malescritto come l’omm’e mmerda. niente di male, ma niente di grande (per l’uomo di merda).

    non c’era grandezza nel collaborare con persone degne-di-stima, ma con cui è possibile solo l'”amicizia stellare” della *Gaia scienza*. rendevo umana una distanza oggettiva, e la chiamavo amicizia *umana*, e chiamavo amicizia il compromesso [che significa: mi mordo la lingua quando dovrei dire: non sono felice, qui non sono a casa – e poi l’ho detto]. grande rispetto, ma amicizia solo stellare: le navi separate in mari separato, di cui parla Nietzsche.

    pagine di Zweig su Rilke *uomo*: riscriveva una lettera per non spedirla con una sola macchia, avvolgeva il libro nella carta velina. Visibilio di Zweig, come se fosse un agiografo davanti al suo aghios. la singolarità di Rilke confermava la sua santità (in senso ebraico: separazione, distacco). sono gesti ESTERNI, ma comunicano VENERAZIONE, così Zweig percepiva di essere stato amico di un poeta. non è detto che l’apparire sia nemico dell’essere, e chi ha semplicemente una madre sarta *lo sa*.

    è difficile venerare la grandezza nel poeta che va in pubblico e non dice BUONASERA, o GRAZIE quando ha finito.

    è sempre morso e spina un sussurro a scatti di Isabella Santacroce. me lo ripeto sempre e lo ripeto sempre: MA COME FATE… VOI… POETI… A RIUNIRVI?

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