# Appunto sulla [propria] scrittura

# 1

La politica della percezione gioca un ruolo centrale nel rapporto dell’autore con l’attualità e tanto più questi sarà consapevole del rapporto con il proprio tempo tanto più la sua opera sarà sempre attuale. L’unico modo per sfuggire al tempo è appartenervi e in questo senso, per fare un macro-esempio della letteratura italiana, oggi è più attuale Dante di Petrarca perché ha saputo immergere la propria scrittura nel pozzo del proprio tempo (ad es. caratterizzando i suoi contemporanei e immettendo la sensibilità della propria epoca nei propri endecasillabi). Non è una questione di contenuti, bensì di relazione con la storia. Per intenderci ed esemplificando, il simbolismo è legittimato fino alla prima o al massimo alla seconda guerra mondiale, dopodiché è del tutto insensato. E’ lo stesso motivo per il quale la forma poematica o il romanzo-mondo oggi rischiano di stonare con il tempo della loro fruizione essendo troppo dissonanti con la frammentazione e la velocità di ricezione cui siamo costretti. Rinunciare a quelle forme non significa necessariamente rassegnarsi, bensì tentare di recuperare l’ascolto altrui al fine di educarsi a vicenda ad una nuova sfida sul campo di un’attenzione condivisa. Detto per sommi capi, oggi non può considerarsi poesia una scrittura che vada a capo, bensì una scrittura che non nasca da un’esigenza narrativa e che si ponga in un rapporto di ascolto rispetto alla realtà sensibile e che, inoltre, questo rapporto risolva in termini di stile.

 

 

# 2

La soluzione è il problema e viceversa, trattandosi di “attualità”. Per un lungo periodo ho considerato “attuale” scrivere in lingua diversa da quella della comunicazione intesa in senso lato (In re ipsa, Trittici, Figure di reato, La stanza, Suburra etc.). Consideravo che asciugando all’estremo la frase, azzardando sul rapporto di sovrapposizione tra figura retorica e oggetto, si potesse agire sulla percezione al fine di riscuotere la più determinante categoria critica, ovvero l’attenzione, oggi tanto gravata dalla mole di informazioni senza distinzione e dalla frammentazione del tempo cui siamo costretti. Evidentemente partivo da un’assunzione a-critica del rapporto soggetto+verbo+oggetto e quindi presumevo che, innescando un diverso rapporto di percezione nel lettore, le regole implicite dettate dai comuni mezzi di comunicazione potessero essere ri-codificate. In tale convinzione, anche la scrittura in prosa (Quadranti) rappresentava il tentativo di creare un ulteriore tessuto percettivo tanto strutturato quanto trasparente, attraverso un rigorosissimo labor limae e una ritmica sincopata bilanciata e contemplata sia per ciascun brano sia per il testo intero. Ritenevo, infatti, che oltre a dover e poter agire sulle categorie della percezione attraverso la brevità e le possibilità offerte dalla fonetica, si potesse forse raggiungere lo stesso risultato attraverso il coinvolgimento del lettore all’interno di una sorta di gabbia ipnotica.

 

 

# 3

Questa convinzione è entrata in crisi nel momento in cui, affrontando un nuovo capitolo della mia scrittura (il progetto in fasi[‡]), hanno fatto incursione due elementi esterni, sino a quel momento relativamente estranei: il meccanismo pre-ordinato e il pubblico. Nel primo caso l’applicazione alla scrittura di uno schema fisso reiterativo (la ripetizione del modulo 4 testi + 4 testi + 4 testi – variando attraverso la ripetizione); nel secondo caso la rielaborazione di interviste effettuate con un tot di interlocutori. Di qui la riduzione di soggettività, l’accoglimento di determinazioni non previste. In termini di attualità una maggiore e migliore aderenza ad un linguaggio condiviso. Laddove, in un primo tempo, il lavoro sulla scrittura si incentrava sulla definizione di un proprio linguaggio da sottoporre all’ascolto altrui, ora il lavoro si sposta su un terreno comune su cui giocare la propria responsabilità di autore. È, quindi, a partire dallo stesso versante che si tenta l’allontanamento dalla comune percezione, come in un altorilievo. Naturalmente la riflessione si incentra sia sulla ridefinizione della sintassi del pensiero, sia sulla forma (breve) che deve assumere la formulazione verbale per essere recepita dal lettore. Parallelamente (e anche grazie al percorso effettuato nella ricerca per immagini – in fotografia) il progressivo allontanamento dalla metafora e il tentativo di accostamento in chiave analogica all’oggetto sposta il discorso sempre più verso una dimensione non narrativa, non versificata, non assimilabile a genere di sorta. Dimensione che tra immagine impressa e rielaborazione nel montaggio ha accolto ed accoglie anche un’esigenza etico-estetica che premeva e preme nel cercare una soluzione di immediatezza che seguisse parallelamente la scrittura nella ricerca di attualità e attenzione (ovvero attività volta a riscuotere l’attenzione sopita quale categoria della percezione). Avendo collaborato e dialogato per anni con la fotografia altrui il transfert era quasi naturale, nel rispetto di due presupposti metodologici: lavorare sulla fotografia per raggiungere un’immagine; formulare un discorso per immagini che dialogasse con la scrittura. Di qui la negazione del principio originario dell’arte fotografica: fermare (catturare) un’immagine della/dalla realtà. Insomma, non già imprimere (grafia) attraverso la luce (foto) bensì con la luce modificare l’immagine impressa[§].

 

 

# 4

Più precisamente, ciò che mi interessa del lavoro su e per immagini è la possibilità di occupare il campo visivo (= percezione) con il dettaglio (= attenzione) e, allo stesso tempo, indicare la potenziale forza creatrice del dettaglio (= attenzione) da cui possono fuggire linee prospettiche impreviste. Sovra-esponendo e mettendo fuori fuoco ciò che sta attorno al dettaglio si configura un “ambiente” polisemico proliferato dal dettaglio stesso. Il risultato sperato consiste nella fuga dello sguardo in levare, a muovere dal particolare e/o viceversa, la concentrazione (condensazione) dello sguardo nel particolare, così da attivare – in un continuo rapporto di messa a fuoco – la propria capacità di percezione (= attenzione), appunto.

In conclusione e ripetendomi, oggi più che mai sembra opportuno che l’autore assuma una responsabilità etica rispetto alla della propria scrittura e quindi che l’autore si domandi se la propria scrittura è in un rapporto di attualità con il mondo che lo circonda o, altrimenti, il perché di una deviazione ed inoltre quale problema si pone attraverso l’esercizio della propria scrittura e quale problema pretende di risolvere. Tali considerazioni, in sintesi, sono racchiuse all’interno di una visione “politica” della percezione che ha aperto e qui chiude questo appunto.

 

[in occasione dell’incontro del 23 maggio 2011 presso Ecole Normale (Paris)]

 


[‡] Il progetto ‘in fasi’, incentrato sul tema della ripetitività della vita quotidiana e della coazione dettata dalle procedure, nasce con moduli di prima fase (edizioni La Camera Verde), moduli testuali autografi, prosegue con voci di seconda fase (edizioni Arcipelago – chapbook), elaborazione di voci intervistate e registrate dall’autore, e termina, in terza fase, in una fusione di moduli e voci [ai testi di prima e seconda fase sono stati applicati programmi di linguistica computazionale. Attraverso l’elaborazione dei dati ottenuti si ricava una partitura verbale che viene sottratta alla lettura per andare a costituire il tessuto sonoro dell’ultimo atto di sintesi e con-fusione. All’ascolto e alla visione è quindi offerta l’ultima tappa del percorso, che l’autore affida a un’edizione in rete di prossima realizzazione].

[§] In fotografia sono state realizzate due esposizioni, Cavare marmo e La concia, da cui gli omonimi volumi editi da La Camera Verde e, per Cavare marmo, l’anticipazione formato e-book presso hhtp://gammm.org.

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2 Comments

  • Il monitoraggio di Marzaioli , autoreferenziale ma più estesamente – e meritoriamente – etico/politico e “in situazione”, mi sembra apprezzabile per lucidità e oggettività .
    In particolare le ultime righe del suo intervento devono ( dovrebbero ) far riflettere in ordine ad una visione politica della percezione , laddove la scrittura non può limitarsi in chiave solipsistica ad esperire l’abusatissima privata poetica del dolore e dintorni , ma farsi interprete dell’Altro , del Mondo .
    Ma temo , guardandomi intorno su riviste e in internet , che la riflessione di Marzaioli passerà in cavalleria senza muovere foglia , quantomeno presso i quarantenni che oggi leggiamo , generazione continuamente tentata da quel particolare genere di estremismo che è il minimalismo presuntuosamente estensivo dell’istituzionalità stessa della poesia .
    “Responsabilizzare” un poeta di quarant’anni è – salvo eccezioni – impresa disperata se solo consideriamo quale temperie politico/etico/sociale ha respirato in questi ultimi beceri vent’anni di degrado e di sviluppo senza progresso .
    Le ricadute sono sotto gli occhi di tutti , la poesia parla chiaro : un epicedio di opzioni euripidee o di luttuosità più o meno camuffate/ esibite che farebbero ( e fanno ) la gioia di una Salvaneschi o di una Valduga .
    Credo che – necessariamente – non ci si possa aspettare “percezione ” da chi non ha vissuto sulla propria pelle e sui propri neuroni il passaggio antropologico dal dopoguerra alla modernità , con in più l’influenza pervasiva delle ultime ventennali “politiche culturali televisive ” che hanno sostituito i valori con il consumo , l’essere con l’apparire .
    Si potrà eccepire che i poeti , con la loro cultura , sensibilità e umanità dovrebbero possedere gli anticorpi per opporre un antidoto alla negatività e confrontarvisi senza uscirne perdenti ; e in effetti questo avviene ma soltanto umoralmente , col risultato di produrre né vincitori né vinti : soltanto ( e soprattutto ) la Storia ne esce malconcia perché prossima all’invisibilità o completamente ignorata , proscritta come un convitato di pietra che non ha voce in capitolo o quantomeno si propone come orpello retorico da cui prendere le distanze .
    Reiterazione dell’emotività in quantità industriale , estenuazione del sentimento ( con esclusione di qualunque opzione illuministica ), totale assenza del senso del paradosso , dell’ironia e men che meno dell’autoironia : questo senza generalizzare , ma se ci guardiamo intorno il quadro prevalente è questo .
    Poi , con adeguate pulsioni clerical/fideistiche sponsorizzate da Comunione e Liberazione si può arrivare anche a Mondadori felici e contenti ; con buona pace di chi ( pochi ) tenta ancora di fare esperienza del Mondo e di descriverla , dando del “tu” alla percezione e alle sue sacrosante istanze .

    Con un grazie a Marzaioli
    leopoldo attolico

  • sono estremamente felice di leggere queste parole.
    e non tanto per il mio trovarmi in sostanziale accordo (direi proprio: coinvolgimento e intreccio) con le posizioni esposte; quanto perché questo scritto dà (e lascia, permette, richiede) margini di riflessione personale, di prospettiva e di confronto molto ampli.

    era diverso tempo che non leggevo qualcosa di tanto fertile e direi “importante” in web. di ciò ringrazio, e a riparlarne dopo i tempi di una debita riflessione.

    un saluto,

    f.

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