L’Aria n.4: Imperdonabilità senza desideri

1.

Ho rinunciato ad una COSA.

ora guarderò da un’altra parte [posso farlo] o mi allontano [posso farlo], o preparo altre persone [posso farlo] o mi dedico ad altro [voglio farlo], o se dico un addio [devo farlo] a «questo pezzo di me». Che amore è? ORA capisci e piangi un po’, e dici: chi sono io? Dalla spalla sale il sudore, puzzi, ti sento –

bisogna vedere che cosa si semina: quale indovinello agisca dietro, o quale ironia culturale, o quale disperazione [ma oggi va meglio: stanotte il corpo urlava; allora un po’ di chimica ha fatto il suo dovere].

Chi mi ama mi ha scritto: «In fondo tu non ami nessuno». In fondo, pratico solo la giustizia, e in fondo si tratta di solitudine, metà monastica e metà freak. Posso ancora dire che «vivo d’amore»? Non lo so. Ma i testi rimangono. Anzi: la fine dei rapporti stretti li mostra come sono. E allora – che cosa importano i miei e i tuoi scatti [anche nervosi]? La presenza del pudore diventa la mancanza di silenzio, in un campo pubblico.

e disperata vitalità. Chi c’è, c’è. Chi sta bene non si muove.

oppure: disperata vanità [i sensi sono due: o la polvere o il vanto; entrambi tendono a niente: sono variazioni su nulla].

oppure: disperata, riferito ad una donna, che può esserlo ancora. non in un mondo parallelo, ma qui, per eccesso di padri o di compagni.

la parola tenta; oppure si gonfia; oppure si annulla; oppure esce e si mostra, e aiuta. qualunque sia l’esito, tutti gli uomini muoiono. ma Francis Bacon disse: sono ottimista. e parlava considerando il Niente, in cui credeva. era sincero, e i suoi frutti sono stati sempre buoni.

OPPURE la parola non tenta mai. allora non esce più: l’esperimento non inizia, il vecchio rimane vecchio, la forma è virtuale, la vita muore e giace e basta.

«permetti a Diamanda Galas quello che non sopporti in me?». sì. in te non vedo la MAESTÀ [ma prima ti ho detto: la SANTITÀ, nel senso ebraico: la separazione]. sembri ancora un frutto della Provincia: una persona che soffre l’inferno in terra ingrata, per colpa di altri, e apre i giornali e pensa: anch’io lì, un giorno, anch’io al centro, un giorno. e mi pagheranno bene!, pensa. così è stato, quasi, così è, quasi – ma non sei felice. e io non sono più felice di sentirti. non so fare più nulla per te e tu non puoi darmi più nulla.

non ami la musica priva di voce umana: le manca la parola e te la toglie. Chopin – dico per dire – è intraducibile: non comunica un solo concetto verbale. è vero senza verbo, fa paura [a me no, ma ti capisco]. ti toglie dal tuo centro, di cui hai bisogno per esistere. tolta la parola – quella dell’uomo – il centro non si distingue più: come si dichiarerebbe, se fosse muto? agli umanisti di oggi non interessa la felicità, perché si tratterebbe di disperdersi oltre il centro [di disporsi oltre il cerchio]. intuìto questo, non importa più niente di niente: parti e vai oltre [e ho perso un mucchio di anni senza sapere: senza saperlo].

 

2.

(intorno a Marzio Pieri, Roma magica. Ungaretti, Nietzsche, il Barocco e l’ipnocondria. Tre dicerie poetiche e una fantasia, Lavis, La Finestra, «Saggi», 2002, pp. 175; Interdizioni postermetiche. Invenzione e deriva di una poesia italiana novecentesca, Lavis, La Finestra, «Promanuscripto», 2003, pp. 94)

C’è una posizione, ma la sua strategia è strana: né retroguardia né avanguardia. Non spacca niente, ma non fugge. Giudica il mondo, ma lo lascia com’è, e non viaggia. Ama gli aforismi e i collegamenti-lampo: «Non sempre un mondo che sorge è un grande mondo, a questo che viene non servono i pensosi del suono, i musicisti, e i poeti in cui si impasta il meglio di una umanità antica. – Beato chi non lo vedrà» («Philo:logica», 9 [1996], p. 17). Il grande professore non è stato Prometeo e non sarà il nuovo Nietzsche. Di qui il dolore aguzzo, ma anche la lunga durata della vita activa, come un perfetto Capricorno fiorentino: Saturno e Marte. [si salvi chi può] La «diceria poetica» di Marzio Pieri ha qualche punto preciso: l’alluvione di Firenze e di Praga come segno apocalittico; il Barocco e gli impoetici come Onofri e Ripellino; la legge della contraddizione come legge della comprensione; Ungaretti nel passaggio – non così traumatico, ma forse logico – dalla brevità della guerra alla sontuosità romana. In realtà, la letteratura non è mai stata autonoma da niente: né dalla Storia, né dalle alluvioni, né dalla musica [peggio per chi non ha orecchio – musicale]; né dalle vesti editoriali in cui si manifesta, come il Porto sepolto del 1923. Ora il problema si sposta sulla relazione tra la vita e il bello: il bello rifatto e l’ex-bello da rifare, dopo una dittatura grottesca – e quale dignità personale, poi? E quale coerenza storica con le altre culture europee? L’ornato editoriale e la lode di Mussolini ad un poeta non sono indolori per la poesia.
Pieri dice: la Vita di un uomo «finì, per fortuna, per essere solamente una storia di una voce. Avrebbe potuto essere la continuazione orfica e fisiologica di Campana, si contentò di essere un illimpidimento di d’Annunzio, o un altro Vincenzo Monti scambiato per Mallarmé. Historia non facit saltus». Così Nietzsche non è il padre di Ungaretti, e neanche Rimbaud. Né la rivolta né la rivoluzione, in nessun modo: in fondo il Fascista è Narciso allo Stadio dei Marmi, e nel Porto sepolto Mussolini sta con i fregi alla De Karolis. L’importante è disinnescare e mediare, perché in fondo è tutto un gioco. [peggio per chi ci crede] E poi: «Non vi fidate. Sapete che leggere e religione hanno identica radice? Collegare. Il contrario dello specialismo bécero, della università ingurgitante per via di contratto» (Interdizioni, p. 28). L’antiaccademismo di chi sa tutto ha un sapore diverso da quello di chi sa poco, e non sa di non sapere. Quanto a chi sa tutto, non è mai stato uno zeffiretto leggero [Saturno ha i piedi di piombo]. Tutt’altro: pesa, pesandosi (e pensandosi e pensando, senza pace: davvero muove vivendo, o uccide come Marte). Vede e collega troppo per non soffrire ancora, nervosamente: così soffre, molto solo, sempre. Soffre di cose che l’Istruito Italiano Medio dà per scontate o antiche, o smorte e morte. Forse l’I.I.M. non ne ha mai sentito parlare.

 

3.

L’umile Italia [e la sua lingua-uccello, musicale] è il pezzetto di un pezzo. Un frammento di Occidente. Decadente. Di questo Ungaretti e di questo Ripellino il mondo sa poco, quasi nulla, o niente di niente. Pieri è una figura gigantesca, sempre, come i suoi pari [e sono pochi]; ma il «mondo che sorgeva» nel 1996 non è più questo. Qui gli orizzonti si spostano verso Oriente e la migliore utopia sogna un governo mondiale e sovranazionale (come ora Jacques Attali, politico e ispirato, in Demain, qui gouvernera le monde?, Fayard, Paris 2011). Forse la parousía non è più tanto lontana. In quel punto glorioso si salva chi può.

(La foto è di Francesca Woodman)

More from Massimo Sannelli

La qui assente – dall’introduzione ad Una rapida ebbrezza. I giorni genovesi di Elisabetta d’Austria

    Vivo della mia vita imperiale e so intenerirmi. Raffaele Perrotta...
Read More

2 Comments

  • probabilmente non basta sapere, e neanche saper fare. Pieri è un maestro, Dronke è un maestro, Sanguineti era un maestro, Branca era un maestro. che cosa li unisce? la cultura, certo. un certo stile anche nella scrittura, certo. e poi: la loro CORNICE. hanno un io formato, sono coscienze, prima di essere conoscenze e conoscitori. IMPARANO per tradurre in pierese dronkese sanguinetese e branchese. forse dovrebbe essere così anche nel *resto*: parlare va bene, e come si parla va anche meglio; ma chi parla – quello è il famoso parlare come Oro Colato, come un Libro Stampato! [altrimenti il linguaggio ti parla contro, e questo è il peggio]

  • Un illimpidimento di D’Annunzio, un Vincenzo Monti scambiato per Mallarmé: proprio così. Senza che ciò comporti necessariamente, riguardo ad Ungaretti, un giudizio limitativo; semmai, un invito a relativizzare il moderno, a riconsiderarne, per converso, le anticipazioni e le matrici possibili, e al primo sguardo insospettabili. Il D’Annunzio dei “Madrigali dell’Estate”, il Monti del “Sermone sulla mitologia”; l’allucinazione del Fauno, la subitanea ninfolessia, le Ninfe danzanti che trascorrono e svaniscono, emblemi della beltà fugace: forse nella classicità (o nel Classicismo), nella décadence (o nel Decadentismo), nella vitalità dell’impulso creativo o nella rigidità delle sue classificazioni, vi erano già i germi del moderno, se moderno è tramonto, e insieme nostalgia e rievocazione, consacrazione e inevitabile, o voluta, deformazione, del Mito.

Lascia un commento

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.