La strada n.6: La dieta del silenzio. La noia. Basta con (certi) blog letterari.

Una riflessione sul rapporto tra social-network, blog letterari, deficit di democrazia, forme della scrittura per il web e buonismo imperante. Per una dieta del silenzio e una riflessione sulla direzione che abbiamo preso.

Internet porta a scrivere in modo compulsivo, continuo. Uno spazio curato da una singola persona, se vuole fare ‘utenza’ deve proporre uno due pezzi al giorno di poche righe, strutturati perché siano appetibili ai motori di ricerca; altrimenti l’autore del blog deve essere ‘celebre’ oppure proporre contenuti multimediali, il solito cretino di turno che va a fare domande scontate e ‘scottanti’ al solito politico decerebrato. Oppure guide. Oppure ‘generatori casuali di:’, così ogni volta che uno aggiorna la pagina ‘del generatore casuale di:’ per leggere un altro ‘discorso surreale di Sgarbi’ aumenta il numero di visite del blog/sito dove l’applicazione è stata pubblicata. Ce la fanno anche realtà come Poesia2.0, Nazione Indiana, AbsoluteVille, Carmilla, Finzioni… Perché possono contare su un nutrito numero di penne – ma ultimamente avverto una sorta di sfilacciamento, di dispersione, di vuoto.

Faccio fatica a trovare qualcosa che non risponda a una sorta di regola invisibile: del ‘tanto so dove andrai a parare’ e questo secondo me è anche dovuto a un deficit di ‘democrazia’, alla impermeabilizzazione che l’arrivo dei social network ha comportato (e gli esperimenti di Ibrid@menti a riguardo sono molto significativi): una volta il nodo era il blog, era l’arena dove anime differenti e discordanti tra loro si presentavano al mondo, si combattevano, ora con facebook ognuno sceglie di chi essere amico e di chi no, con chi parlare e con chi no, ogni conflitto così è lenito o peggio, sedato. Facciamo capannello e ci scegliamo le persone con le quali parlare, il risultato sono tante piccole polis del web convinte, ognuna, di avere ragione; e questa è la morte de la Ragione.

Per questo motivo adesso come in passato mi diverto a fare ‘il provocatore’, perché oggi più che mai abbiamo bisogno di uno ‘stress-testing’. In ogni spazio che mi viene concesso cerco di parlare con schiettezza e con durezza, sfuggendo dai paradigmi del ‘politicamente corretto’, sono personalmente stanco del buonismo imperversante dove, nel momento stesso in cui si dà per appurato che facciamo tutti parte della stessa comunità di ‘letterati’ non ci è più possibile, per esempio dire: questa poesia fa schifo. Dove ogni cosa diventa relativa e subordinata all’evitare ogni conflitto, dove ogni cosa ha dignità artistica nel momento stesso in cui il suo claudicare è supportato da un intervento critico, o per meglio dire, da un amico che ti scrive una bella recensione citando qua e là qualche grande del Novecento o Plotino.

Prego ogni giorno di aprire uno dei suddetti blog e leggere l’articolo del ‘dimmi qualcosa che non so’ e, allo stesso tempo, un post ‘cattivo’, maledettamente cattivo: c’è una realtà di critica militante che volutamente viene sempre ignorata ma che, per rigore di analisi e capacità comunicativa è impareggiabile. Snobbata, questa, solo per la letteratura della quale tratta, troppo ‘main-stream’, mi riferisco a Gamberi Fantasy, dovremmo tutti prendere esempio da Gamberi Fantasy.

Eppoi ci sono i contenuti che – non sarebbero fatti per il web – ma che vengono puntualmente pubblicati sul web. La lettura a schermo è stancante, si dovrebbe scrivere o pezzi brevi o ‘impaginati’ bene, metterci qualche immagine, qualche riga bianca per far riposare la vista del malcapitato lettore, qualche ipertesto che consenta approfondimenti e raggiungimento delle fonti: nisba/nada. Poi ci sono realtà come GAMMM che per dire noi siamo la ‘neo-avanguardia’ si ritrova a proporre del materiale scadente solo perché è stato usato paint per realizzarlo. Ma il problema è che tutta la mia stima va a GAMMM perché almeno ci prova (e a volte ci azzecca pure) e, nel bene e nel male, è coraggiosa.

E, per concludere, se per stare ‘al passo’, uno deve leggersi ogni pezzo che viene pubblicato nei già citati, aggiungendo la produzione web dei Wu Ming e qualche blog personale, penso a quello di Mozzi e a quello di Ferrucci il rischio è di essere arrivati a sera con una grande confusione in testa e soprattutto senza aver messo mano a niente di nostro, senza aver scritto una riga che sia una, senza aver preso in mano un buon libro. E allora una volta all’anno si dovrebbero mettere tutti d’accordo e organizzare un mese di silenzio, una sorta di ‘ramadan’, farebbe a tutti bene, infondo… Almeno per riflettere su quello che stiamo facendo.

(già su Vermena)

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19 Comments

  • Una piccola riflessione da chi ha scritto una volta soltanto su un blog, e poi le è venuto il panico di quello che avrebbe detto l'”arena”, perché io non volevo stare nell’arena. E a bell’apposta l’arena è stata muta, non ha detto niente. E allora mi sono detta “oh che, ma nessuno mi ha letto?” “ma dove sono andati a finire tutti?” “c’è qualcuno?” Nessuno. E allora panico. E dunque, in che spazio siamo? E mi sembra di stare sull’etere come a una festa di Carnevale, dove tutti sono dietro a maschere intercambiabili, “gli amici”, “i provocatori”, “gli estasiati”, ecc. ma il gioco è serio e anche abbastanza duro. Se si sta dentro bisogna giocare con le dovute regole, oppure si sta fuori, dove è tutto specularmente uguale. Solo un gioco di specchi …, di solitudini affollate. Ma da qualche parte si nasconde pure la poesia, ed è sempre in mezzo all’assurdo, all’inutile, agli scarti, alle maschere sbronze, al caos.

  • Francesco, Fabio: Mea Culpa. È che non bisognerebbe inserirsi in certe discussioni mentre si è in ufficio (oppure: non bisognerebbe essere in ufficio, ma è più difficile).

    Cerco di essere più chiaro e meno frettoloso, ponderando:

    1. non credo che bisognerebbe far sfociare il discorso sul versante: cos’è poesia cosa non lo è in ASSOLUTO: non c’è riuscito (per fortuna) nessuno e non c’ho voglia di decidere io.

    2. Detto questo, si sta parlando di critica, che è un modo di dire cosa è la poesia e cosa non lo è in un arco temporale determinato all’interno del quale la creazione poetica non è (fortunatamente) l’unico avvenimento degno di nota. Di conseguenza, ciò che è poesia cambia a seconda non solo di chi scrive e delle sue esigenze, ma anche di chi legge e delle sue esigeze.

    3. Dunque il canone – di cui non me ne può fregar di meno. Se potessi, nel canone ci metterei tutti coloro che scrivono poesia: ai posteri (ed ai lettori) l’ardua senteza. Perché d’altronde è così che accade: quanti poeti sono stati assolutamenti sotterrati dall’indifferenza e poi, improvvisamente, appena morti (magari suicidi) sono stati rivalutati tanto da essere insuperabilmente pipu poeti dei poeti con vita? Incomprensibile… Allo stesso modo: chissà quanti poeti ci sono stati ai tempi di dante e leopardi, ma noi conosciamo solo loro (i filologi qualcuno in più, ma comunque mai tutti). E questo per una serie di circostanza e, volendo, di coincidenze. Sia come sia, il canone è fatto di nomi e non di persone. Nomi che a distanza di anni (molti anni) diventano una specie di mitologia rappresentativa (e solo tale) rispetto alle capacità dell’uomo di superarsi.

    4. Tornando alla critica: per quanto mi riguarda, la ritengo uno strumento assolutamente indispensabile quando si proponga non come valvola di sfogo di illustri leccaculo cultural chic, ma come “dono” di uno strumento, di una capacità o di un’arte da tramandare: la lettura.

    5. Ora mi si può dire: ma c’è bisogno di qualcuno che ti spieghi cosa c’è scritto in un testo che puoi tranquillamente leggere da te? la risposta a mio avviso è si, e in ogni testo a prescindere dallo stile dell’autore. Anche le epopee più prosastiche, i canti più epici, le poesie più semplici dicono sempre qualcosa in più rispetto a ciò che c’è scritto. Divano, in un dizionario o in un manuale dell’ikea non può che significare divano; in una poesia anche no, anche qualcos’altro.

    6. E qui veniamo al punto: leggere (bene) è difficile come scrivere (bene). La necessità di trovare un modo per tramandare quest’arte che si sta perdendo viene da una semplice constatazione: non è questione di addetti ai lavori, semplicemente la storia di Eco (e non solo sua, per fortuna) del valore denotativo e connotativo del linguaggio non la sa quasi più nessuno. Ormai si legge qualsiasi cosa come se fosse un libretto delle istruzioni e secondo me non va bene.

    7. Certo che Eliot e Pound fanno poesia e realizzano conoscenza, come d’altronde fanno Duchamp e tantissimi altri. Io però non parlo di qualità di poesia o di qualità di conoscenza; parlo piuttosto di accesso a tale poesia e tale conoscenza. In un certo senso potrei dar ragione a Francesco: credo che si rifersica proprio a questo quando parla di un ritorno alle narrazioni popolari.

    8. Ma io non credo sia questa LA soluzione. Abbassare il livello per farsi capire – l’ho detto già in tantissime altre occasioni e continuerò a farlo fino alla morte – vuol dire ridurre la poesia o l’arte che preferite alla stregua dell’educazione pubblica: nulla.

    9. Le Microfiabe di Claudio Recalcati sono scritte in un linguaggio assolutamente semplice; raccontano piccole storie, episodi epici, narrazioni fantasmagoriche. Ma l’i dentro c’è molto più di quanto vi sia scritto, e non certo per uno sforzo dell’autore: è così perché è come funziona la lingua. Qundi (Fabio), nonostante gli sforzi dell’autore verso la chiarezza, ci sarà sempre una forma di conoscenza che l’autore stesso non ha previsto.

    10. Ora, indipendentemente da se la poesia è una narrazione popolare di Francesco o una forma di conoscenza che non traduce un sapere (che si crede sia) già dato di Fabio, è sempre nell’atto della lettura che la narrazione si racconta e la forma di conoscenza nasce e si riceve.

    11. Concludo dicendo che: siamo casse di risonanza gli uni degli altri. Qualcuno risuona maggiormente sulle corde di qualche altro, è una questione di gusti diremmo, è una questione di storia personale e una infinità di altri fattori direi. Ecco perché epica, narrazione popolare o amorfo tentativo di giungere a una forma di conoscenza non data apriori a me fanno lo stesso effetto: curiosità. Se c’è uno che scrive è perché c’è almeno un altro che legge (contando pure quello che ha scritto). Il dire è una necessità che va oltre l’atto comunicativo e limitarsi a questo sarebbe limitare il dire. Allora che nel canone entrino tutti quelli che hanno qualcosa da dire, a prescindere dal modo in cui lo fanno. Il resto lo farà la storia, è la storia che costruisce i nomi e i miti da cui tutti dipendiamo. La critica, invece, faccia il suo lavoro e lo faccia bene, onestamente: entrare nell’altro davvero e riuscire a venirne fuori vivi per poterlo raccontare non è cosa per tutti. E io voglio perdermi il meno possibile visto che, a parte vivere, non ho molto altro da fare.

    Luigi B.

    p.s.: Fabio, con simpatia: ma cazzo, mi sembri Platone nella Repubblica quando caccia i poeti dalle città! Eppure che io sappia nessun poeta è riuscito a fare del popolo il suo esercito (nonostante l’etimologia). Non che non condivida il tuo timore (frutto più che altro dei tempi e della cultura nella quale siamo cresciuti), credo però che più che combattere i sermoni dei poeti sarebbe meglio che tutti – e dico tutti – ci impegnassimo di più nel cercare di evitare che la platea ci creda acriticamente.

    p.s.2: anche io non sono molto propenso alle “corruzioni” derridaiane, ma anch’esse hanno qualcosa da dire.

  • Forma e contenuto vanno di pari passo. Sono scelte arbritrarie di impianto che un autore cosciente è chiamato a fare. Perché un’opera letteraria deve essere internamente coesa e coerente. Dunque la forma fa il contenuto e viceversa. Il contenuto, a livello glossematico, si versa nella forma. Secondo Hjelmslev come la nuvola di Amleto. Questi sono i fondamenti della Teoria del Linguaggio. Secondo quanto dici poeti come Pascoli, Caproni, Pasolini, Leopardi, Wordsworth, Betocchi, Prévert, Petrarca e mille altri ancora sono di serie B rispetto a qualche neo-avanguardista che si è fatto corrompere da Derrida – solo perché i primi ti forniscono tutto quello che ti serve per iniziare il tuo viaggio interpretativo nel testo stesso che ti propongono, facendo riferimento tuttalpiù a una cultura umanista generale. Il linguaggio naturale dell’uomo è la parola, la scrittura è il tentativo di riportare foneticamente la parola. Il linguaggio naturale dell’uomo non è la pittura, qualsiasi analogia di impianto che si voglia proporre tra le due porta a risultati scadenti: porti l’esempio del futurismo, il futurismo pittorico è stato estremamente significativo a livello europeo, il futurismo italiano nella sua dimensione letteraria non ci ha proposto testi interessanti solo dal punto di vista storico-letterario, come testimonianza di una volonta di rottura col passato; i futuristi non a caso che vengono più spesso citati per le loro opere sono quelli che, in fin dei conti futuristi non lo furono per niente, sì, mi riferisco proprio a Palazzeschi – il giudizio impietoso che Mengaldo dà del futurismo è a mio parere assolutamente condivisibile, e non sempre mi sono trovato d’accordo con questo studioso.

    Tre casettine
    dai tetti aguzzi,
    un verde praticello,
    un esiguo ruscello: Rio Bo,
    un vigile cipresso.
    Microscopico paese, non è vero?
    Paese da nulla; ma però,
    c’è sempre di sopra una stella,
    una grande magnifica stella,
    che a un di presso
    occhieggia con la punta del cipresso
    di Rio Bo.
    Una stella innamorata! Chi sa
    se nemmeno ce l’ha
    una grande città.

    Quando tu parli della valigetta degli atrezzi dello scrittore non prendi in considerazione che uno deve operare delle scelte: tra quali strumenti impiegare caso per caso, testo per testo e non cercare di stupire un eventuale ricevente mettendo in mostra tutto ciò che è nelle sue capacità di fare. La scrittura è l’arte della misura. Per finire, il disdegnare un testo ‘falice’ solo perché il suo lessico è preso, per esempio, da serbatoio del linguaggio comune, è qualcosa di molto ipocrita – discipline come la semiotica ci raccontano il valore enciclopedito dei segni, connotativo e non denotativo (Eco) – ragionando in questi termini qualsiasi lavoro poetico può essere il punto di partenza per una iterazione infinita di senso (ma è chiaro, avendo il linguaggio la possibilità di essere iterato all’infinito, come lo stesso pensiero), che si dispiega nella mente del lettore.

    Non solo quei versi dove un megalomane si misura il pisello impiegando parole provenienti da registri preziosi e catene morfo-sintattiche che cortocircuitano con le regole dell’italiano. Scrivere, e scrivere poesia sopratutto, è arte del togliere, del raffinare, si dovrebbero leggere a riguardo le pagine che Alfieri dedica all’arte dello scrivere. Ad ogni modo le analogie che intercorrono tra la stagione letteraria contemporanea e quella barocca sono notevoli – ci sarà però un motivo se del barocco poco o nulla si ricorda, come del resto dell’inutile petrarchismo.

  • Francesco, questo sta bene (mettersi davanti a ciò che si è fatto e si sta facendo) e non ho nulla da eccepire. Come già detto, credo sia stato invece un certo slacciamento tra i toni e i contenuti effettivi del tuo articolo a indispormi immediatamente; e a ciò si è aggiunto quanto già discusso nei commenti precedenti. Ad ogni modo, apprezzo anch’io la tua franchezza (e per tanto ti auguro interlocutori assai più interessanti e dotati del sottoscritto 🙂

    @ Luigi, sulla questione: “allora scrivi un saggio”.

    sono d’accordo. ma, probabilmente, per una ragione in qualche modo diversa. forse molto diversa. personalmente ritengo che non sia lo strumentario retorico-stilistico e la (*possibile*, non *a forza* caratterizzante) polisemia a *dover* e poter distinguere, oggi, la poesia da altri modi del discorso. perché vorrebbe dire che si continua ad ammettere un contenuto o tema anticipato, una conoscenza anteriormente acquisita (anteriormente alla poiesis stessa), e che trova in seguito una realizzazione o traduzione del tutto arbitraria in una forma purchessia. sarebbe un contenuto o un acquisto conoscitivo, allora, anche altrimenti esprimibile, forse anche *meglio* esprimibile, e non avrebbe senso riversarlo in poesia.

    forma e contenuto, nelle poesie migliori, non sono invece o non si vorrebbero scindibili; non si danno o non dovrebbero darsi separatamente, come avviene appunto in quasi tutte le altre forme del discorso umane, specie le logico-scientifiche.

    dico, cioè, che dovremmo sforzarci a considerare la poesia innanzitutto come FORMA DI CONOSCENZA, come pratica gnoseologica in nessun modo *equivalente*. Un preciso e non intercambiabile modo della conoscenza umana, che non può limitarsi a tradurre (o decorare) un “sapere” già dato.

    lo dice molto meglio di me Florinda Fusco (e scusatemi se non ricordo più da dove ho prelevato la citazione):

    “al di là del fatto che un testo possa essere sperimentale o di stampo classico-tradizionale, che possa fare uso di forme canonizzate o trasgressive, la sua innovatività dipende dalla densità conoscitiva che il nesso inscindibile forma-sostanza apporta, dalla sua capacità di farsi spazio di voce-conoscenza umana.”

    ecco. ed ecco anche perché Eliot e Pound (come tantissimi altri) sono *assolutamente* poesia, e specie nel caso di Eliot, “grande poesia”: perché realizzano una conoscenza del tutto peculiare e non altrimenti esprimibile. Per questo, dico, e non perché qualcuno ci ha imposto che essi siano grandi poeti. E lo stesso, Luigi, per ricollegarmi a un’altra cosa che hai detto, lo stesso fa Duchamp con la sua Mariée (il cosiddetto Grande Vetro).

    non capisco, infine, a cosa vi riferiate parlando di narrazione popolare.
    chi scrive una poesia è “staccato” dal cosiddetto popolo e può tenere un sermone? è un “Magister populi”? Fa un discorso (con dei doppi fini, che sono poi i primi) “sul” mondo o fa un discorso “nel” mondo, che lo contiene e a cui è esposto? anche perché, se penso alle origini della parola “popolo” (= “esercito”), come in molti altri casi preferisco una sana “obiezione di conoscenza”. su questo punto, insomma, come lo Scrivano, direi: “I prefer not to”.

    Un abbraccio!

    f.

  • No, Francesco: io non ho detto che una persona ha bisogno necesariamente di apparati critici per leggere una poesia; ho detto che gli appartati critici sono necessari nel momento in cui sopperiscono l’assenza di uno strumento molto più semplice: la capacità di leggere.
    Ora, sempre secondo il tuo discorso, se uno scrive facile e chiaro tutti lo capiscono e allora va bene. Io però dico: se vuoi scrivere facile e chiaro, senza servirti degli innumerevoli artifici retorici e linguistici della lingua, della sua polisemia etc. etc. perché diavolo non scrivi un saggio o un pezzo per un quotidiano?
    Non che la poesia debba essere necessariamente difficile per essere poesia; semplicemente la poesia serve a dire ciò che il linguaggio corrente della comunicazione vuota e alienante di tutti i giorni non sa più dire. La poesia forse serve a ridire. Senza addentrarci troppo in questo discorso… tu mi fai l’esempio di Pound e Eliot… Francè: sinceramente tutti pensano sia poesia perché qualcuno ha detto che pound e elito sono poeti e leggono le poesie e non capiscono e allora è poesia. Quindi mi pare che l’esempio non è calzante.
    Tu dici che bisogna tornare a scrivere grandi narrazioni popolari: ma stiamo parlando di forma o di contenuto? perché sono due cose diverse.
    Ultima cosa: se un autore non viene capito non necesariamente è mediocre. Potrebbe essere mediocre il lettore (il più delle volte lo è): la letteratura inizia dove c’è qualcuno che legge e completa l’opera altrimenti non esiste. ma se per avere tanti lettori rilassati saotto l’ombrellone il dictat è : scrivere semplice e comprensibile, io non sono d’accordo perché non so che farmene di un sacco di lettori rilassati. Ecco perché dico che bisognerebbe tutti pensare meno alla scrittura e cominciare a rivalutare la lettura altrimenti il giocattolo si rompe. Altrimenti Paolo Giordano e Susanna Tamaro scrivono dei best sellers che vanno a finire nei 150 megalibri del 150º salone del libro di torino mentre nessuno si è degnato di fare riferimento a uno dico uno futurista nel novero dei libri più influenti degli ultimi 150 anni.

    Luigi B.

  • Caro Fabio, credo che tu sia uno dei migliori interlocutori possibili. Davvero. Quello che mi piacerebbe leggere più spesso sono contributi come il tuo. Una cosa che mi piacerebbe che fosse chiara è la seguente, con questo pezzo non volevo auto-assolvermi né dire: ‘fate come me!’. Volevo semplicemente metterci e mettermi davanti a una didascalia di quello che stiamo combinando.

  • Scusa Luigi, spiegami… Tu sostieni che una persona non è in grado di valutare un testo poetico senza che abbia anche letto uno o più documenti che gli spieghino in buona sostanza se quella stessa opera abbia o meno un certo valore, perché se questo ‘uomo comune’ valutasse il testo per quello che è, autonomo da un intervento critico, lo troverebbe nella maggior parte dei casi ‘mediocre’, ‘scialbo’. E allora non è che forse, dico, forse, quel testo è effettivamente ‘mediocre’, ‘scialbo’ proprio perché non autonomo da un impianto critico esterno, da un testo simbionte che lo va a significare, contestualizzare, esplicitare. La poesia, allora, la sta facendo il critico o il poeta? A questo punto qualsiasi cosa può essere poesia o arte, basta che ci sia qualcuno capace di significare un qualcosa come poesia o arte. Un testo poetico dignitoso dovrebbe poter sopravvivere al di là dell’impianto critico che lo va a esplicitare, credo che questa dovrebbe essere l’ABC della letteratura. Non credo che Pound quando scrisse i Cantos pensò: opperbacco, ora mando un telegramma a tizio che mi faccia una bella introduzione perché se qualcuno non spiega uno a uno i miei componimenti questi non vorranno dire un piffero, o meglio, chi li leggerà mettera in dubbio che questi siano o meno un opera poetica.

    Un lavoro serio di poesia può essere riconosciuto anche da una persona che nella vita non si occupa di letteratura (poi che ne capisca il valore è un altro discorso, altro ancora che possa avere accesso a più livelli di interpretazione dello stesso, cosa alla quale secondo me ci si dovrebbe dedicare di più).

    Un Montale, un Pasolini, un Caproni, un Frost, un Carver, un Eliot ecc. propongono testi che conservano pienamente la loro dignità anche se privati di un apparato critico. Quando le intenzioni che hanno mosso un poeta, uno scrittore, a stendere un’opera particolare devono essere disvelate per fare sì che quello stesso testo acquisisca agli occhi di un eventuale ricevente una certa dignità artistica una sola cosa può essere successa, che quel poeta, che quello scrittore non sia stato capace di fare il suo lavoro.

    Possono certo esserci opere sperimentali dove chi le ha realizzate, o qualcun’altro per lui, ne spiega l’impianto, ne spiega le ragioni, ne spiega le leggi, come se si chiedesse al lettore di mettersi a giocare a scacchi con lui, ma questa non è certo l’unica forma di arte possibile, anzi dovrebbe essere solo una minor parte, soprattutto in un momento storico come quello che stiamo vivendo, dove la gente ha fame di cultura e si dovrebbe tornare a proporre grandi narrazioni popolari.

  • Francesco: non credo che ci sia qualcuno che abbia intenzione di toglierti “la facoltà di giudizio, la possibilità di esprimere il mio giudizio o di riconoscere una tendenza generale”. Infatti l’endogamia di cui parli nel tuo intervento e che appioppi al web non esiste e questa, qui in questo momento, è una prova tangibile di quanto affermo: tu hai scritto, il tuo intervento è stato pubblicato. C’è chi è d’accordo e chi no. E io no.

    Non ho capito se tu non riconosci la critica come prassi in generale o solo “certa” critica. Nel primo caso sei liberissimo di non riconoscere come prassi adeguadata quello che ti pare, ma non sono d’accordo se parliamo della critica. Nel secondo caso pacche sulle spalle a gogo, però manca un passo: l’azione. Ecco perché ti dico: dopo aver criticato la critica, perché non proponi anche una soluzione per migliorarla? un intervento di critica militante scritto da te dove mi dici: ecco questo è ciò che io intendo per critica. mi riempirebbe il cuore, mi farebbe dire “ecco, oggi ho letto qualcosa che non sapevo o almeno qualcosa di diverso”. Mi servirebbe molto più che una lista di nomi di critici markettari o poeti osannati ma mediocri. E questo perché sulla metodologia è forse possibile raggiungere un accordo, una intesa; sui “gusti” a cui la metodologia si applica no.
    detto questo: nemmeno io penso che tutto possa avere dignità artistica e maledico Duchamp e l’arte ready made. Però mi rendo anche conto del fatto che non posso liquidare in quattro parole buttate lì una prassi (per quanto sbagliata o sconveniente) che è ben radicata e dura ormai da 100 anni.
    In molte occasioni mi è capitato di dire: quanti di noi se trovasse un quadro di Mirò abbandonato accanto a un cassonetto dell’immondizia penserebbe che si trova di fronte un’opera d’arte? Io credo nessuno. io credo che tutti penseremmo che è il quadro di un bambino cresciuto che sta ristrutturando la sua cameretta.
    l’esperimento che tu suggerisci io l’ho provato su me stesso: il risultato è stato il seguente: lette le poesie senza sapere di chi fossero mi hanno fatto schifo oppure non le ho capite oppure non mi hanno entusiasmato più di tanto. Poi però mi sono andato a leggere le critiche e le recensioni a quelle stesse poesie e mi sono accorto della mia enorme ignoranza. Ora: due sono le cose: o io sono davvero una capra e tu sei un genio, oppure stai sottovalutando qualcosa che affonda in terreni molto più profondi.
    è come dire: dante fa cagare perché scrive vecchio, non si capisce e sinceramente io, giovincello del 2000, me ne frego di cavalcanti e bonifacio (chi cazzo sono?). che facciamo? buttiamo dante nel cesso o ci chiediamo chi è cavalcanti e bonifacio e che diavolo significano le fiere che incontra nel bosco?
    Uno scritore non è Dio: non crea ma costruisce con ciò che già c’è o c’è stato. sottovalutare o non considerare questo vuol dire non considerare nulla. la letteratura è ormai fatta solo di stile, perché i tempi di omero, in cui alla molteplicità del reale incomprensibile e irragionevole si combatteva con una mitologia uguale per tutti, sono finiti da un pezzo. e lo stile appartiene non solo allo scrittore, ma anche all’epoca in cui nasce ed ha le sue ragioni – giuste o sbagliate.

    Dare in mano ai “non addetti” (tra cui mi includo sempre e comunque) una poesia senza appigli chiedendogli di “commentare” è come chiedere a un miope di leggere il foglietto illustrativo dell’aspirina a 10 metri di distanza: non vede quello che c’è scritto ed è quello che ti dice: “non vedo quello che c’è scritto”, “fa schifo”, “non capisco” etc…
    Quindi, prima di fare l’esperimento, sarebbe cosa buona e giusta passare meno tempo a scrivere e più tempo a “insegnare” a leggere la poesia. Se tu hai deciso di volerti occupare della stesura dei tuoi testi: molto bene! però, allora, nel tempo libero, tra una poesia e un pezzo di narrativa, non scrivere di quanto sono inutili quelli che si dedicano ad altro a spese delle proprie stesure di poesie e narrativa: si potrebbero offendere.

    Il re è nudo, Francè, e ti dirò di più: c’ha pure la cippa corta!

    Luigi B.

  • Francesco, io non credo di volerti privare – né sarebbe in mio potere – della facoltà di giudizio. Tu non privarne me, e siamo pari. Idem, non puoi pretendere che anche noi altri non si reagisca a una prassi che magari non si condivide.

    Quale prassi? per dirne una, quella generalista del “nemico invisibile e onnipevasivo”. Ci ricaschi persino nel tuo commento col listone di poesie (e nota che ti sto muovendo la stessa critica che muovesti a Resuli quando proponeva di buttare al macero tutta la poesia dei 60 e 70: “fammi dei nomi”). Insomma “chi sono” – uno si chiede leggendo – queste migliaia di recensori e semi-critici da stigmatizzare? E dunque: di che si sta parlando?

    Attenzione: non sto affatto dicendo che la recensione “industriale” (diciamo anche pubblicistica) non esista o non sia un problema. tutt’altro. tuttavia, leggendoti, mi sono chiesto: perché – invece di prodigarti in paragrafi in cui per lo più si glorifica la tua franchezza, il tuo nerbo di provocatore e la tua chiarezza di vedute (tramite la costruzione ad hoc di un fantasma di “altri” sul quale ognuno potrà agevolmente proiettare le proprie fisime e e i propri nemici) – perché, dicevo, invece di questo non mi segnali un caso di recensione-fuffa, e non mi smonti tale recensione, dimostrandomi perché il libro del tal dei tali è in realtà mediocre?

    In quel caso avrei sì una buona ragione di apprezzare il tuo lavoro critico (perché ci sarebbe in effetti un “lavoro”). Poi, potremmo discutere (sbranandoci magari o dandoci pacche sulle spalle) dei singoli rilievi messi in campo etc etc.

    Altrimenti – dico restando nel vago – si fa esattamente ciò che si stigmatizza, e allora sì, meglio la dieta del silenzio.

    Non so; dimmi se sbaglio, come ovviamente è possibile. Se non altro, spero apprezzerai la franchezza.

    un saluto anche a Luigi e a tutti,

    f.

  • Allora, se una persona non si riconosce in una prassi sarebbe ridicolo che la facesse sua – perché in una prassi si annida anche un’ideologia. Se io non mi riconosco nel ‘fare critica’ per come la descrivo in questo pezzo è perché ho deciso di volermi occupare da un lato di strumenti (della letteratura) dall’altro della stesura dei miei testi di narrativi e poesia; oggi fare critica non vuol dire parlare di strumenti della letteratura, dell’espressione o della comunicazione ma, tramite la pratica della retorica, promuovere il lavoro di qualcuno o per riflessione del proprio (attaccandosi da un lato alla filosofia o ad altre discipline come la psicologia, dall’altro ad alcuni fatti della storia della letteratura – e solo alcuni, quelli che ci fa comodo tenere sempre a disposizione nella nostra valigetta degli attrezzi di piccoli promotori/critici letterari, questo non è certo esercizio del pensiero critico ma la costruzione di canoni e di dogmi).

    Spero che nessuno mi voglia togliere la facoltà di giudizio, la possibilità di esprimere il mio giudizio o di riconoscere una tendenza generale. Parlare in generale è necessario, la mia non credo sia superficialità ma un approccio ad ‘alto livello’, nei termini in cui cerco di inquadrare le cose nel loro insieme, non nel loro particolare, anche perché il movimento in avanti, di zoom, è infinito, illimitato. Soprattutto nell’epoca del pensiero debole proponendo la giusta carrellata di nozioni o proponendo una cosa in una particolare prospettiva, è sconcertante, le si può garantire una certa dignità artistica – ma non è vero che ogni cosa è arte né tanto meno che ogni cosa possa essere espressiva, significativa e bella.

    Dovremmo fare questo esperimento, prendere cento poesie di cento autori diversi e contemporanei (opere pubblicate dopo il 1975), separarle dalla loro raccolta, dal nome di chi le ha stese, dall’intervento ‘critico’ che le introduce e sorregge e poi darle a un campione di lettori, di cui nessuno saprà mai le identità, pagati per scrivere 5 righe di commento a ciascuno di questi lavori, i lettori inoltre dovrebbero essere selezionati tra presone che siano sì in grado ricevere un testo poetico ma che allo stesso tempo che non appartengano alla galassia degli ‘addetti ai lavori’ (se a me capita tra le mani un testo di Cattaneo, di Di Palmo, di Ceni, ecc. ecc. ahinoi lo riconosco) quale credi che sarebbe l’esito?

    Per me l’80% buono riceverebbe commenti poco lusinghieri. Ma ci vogliamo accorgere che il re è nudo?

  • già, interrogarsi sul senso del PROPRIO lavoro è bene. Il problema è che qui mi pare ci si stia interrogando più sul senso del lavoro altrui e, a mio avviso e come ho già detto a francesco via FB, in maniera piuttosto superficiale.
    invitare tutti al silezio è ascire spazio al rumore – a meno che non si vogliano taglare le corde vocali al mondo. Sicuramente l’invito ad accendere il cervello prima di parlare/scrivere è sempre un buon suggerimento.
    sono d’accordo sulla noia di certa critica “industriale”: se si prende un paragrafo dedicato a una raccolta di X e lo si mette in una nota dedicata alla raccolta di Y nessuno se ne accorge: sono tutte uguali, piene di retorica etc. siamo tutti d’accordo. però, perché invece di stare sempre lì a dire quanto fa schifo certa critica, certa poesia, certa politica, certa società, certo x e y non si fa qualcosa noi, in prima persona? non esiste la critica militante? la recensioni fanno schifo? nessuno è capace di dire quando una poesia o una raccolta o un poeta sono pessimi? bene, che lo faccia chi ha notato quasto “fallo” del “sistema”.
    Sinceramente, Francesco, neanche questo tuo intervento mi fa dire “ora so qualcosa che non sapevo” – e in questo quoto Fabio. Quindi ti chiedo: perché invece di scrivere questo intervento non hai scritto una nota di critica militante? perché non hai scritto su un poeta o una poesia che ti fa schifo dicendoci perché?
    Concludo dicendo che non sono nemmeno d’accordo sulla supposta endogamia della rete. è facile confondersi e dare la colpa al web (o il merito) di tutto. Il web non è che la riproduzione virtuale e ingigantita della realtà. Perché vorrei sapere chi di noi il venerdí va all’happy hour con i propri nemici o con chi si scorna dalla mattina alla sera o con chi non si ritiene la persona più simpatica del mondo… al contrario in rete ci si relaziona con tutti ( o quasi) e l’endogamia che si crea nhon è certo dovuta a FB: tutti i mi piace, i bellissima, i che grande poesia etc. sono reali e vengono da fuori della rete. La rete semplicemente li mediatizza, li amplifica, li rende visibili e insopportabili, nient’altro.
    Scritto al volo ché sono a lavoro, ma risponderò magari in un altro intervento su Parliamone in maniera più strutturata sicuramente perché la faccenda “scotta” 😀
    un abbraccio
    Luigi

  • interrogarsi sul senso del propiro lavoro credo sia sempre un dovere di onestà intellettuale chi sa di avere lavorato bene continua, sperimenta, cambia, ma sicuramente procede

    Credo che la stanchezza a cui accenna francesco sia il tono peculiare del discorso, la stessa che in altri ambiti diventa impossibilità e rassegnazione

    un caro saluto
    ale

  • L’ACCUSA
    a Carlo Bo (1)

    Arrivò il giorno del processo ed era la Parola
    con gli occhi a terra, triste per l’assassinio
    della vita, stretta tra due guardie del corpo.

    Senonchè di parlare le fu dato e s’alzò in piedi,
    intorno crepitavano i fiati accesi, l’odio, le risate.
    Ognuno in aula si sentiva offeso del poco amore
    obliato e per quella luta presente che diviene
    passato.
    Ma Lei, punita, accusata, contorta,
    metafora distorta, rendeva viva la parola morta
    sulle tue labbra, tenero Compagno che dici
    amore
    e non accadde altro che un coito immaginato.
    Ogni giorno io salvo la Parola (suo celeste
    avvocato) alle rive del mondo, le respiro il mio
    fiato e vedi che bel popolo di donne, di liete
    imprese, d’avventure. Il passato che diviene
    futuro, non è stato. Se non accade al mondo, perchè
    muore?
    Il giudice, feroce l’ermellino ancora vivo sopra
    le sue spalle che lo mordeva con i denti aguzzi,
    diede un segno esemplare. (Io – la parola – ero
    un po’ sconvolta.) Presi il suo posto e giudico
    davvero chi uccide la Parola.

    Maria Grazia Lenisa

    (1) -Carlo Bo in un’intervista avrebbe poi scritto sul “Messaggero” del 9/2/1994 che “la critica viene continuamente assorbita e distorta dagli uffici delle pubbliche relazioni. Tutto viene portato sul piano pratico, di successo, di numero di copie vendute, di possibilità di collegarsi con il cinema…La letteratura continua ad esistere ma vive nelle catacombe. Tutto è confuso, va a capire dove sono le catacombe…”
    (da “L’acquario ardente” in “Verso Bisanzio”, BASTOGI, Foggia, feb. 97)

  • per fare anch’io un po’ di provocazione, e visto che giustamente non ami il buonismo: potevi cominciare, credo, Francesco, col “non pubblicare” questo articolo, che è caso esemplare di lettura a “acquisto zero” per il lettore: acquisto conoscitivo, riflessivo, o di una qualunque prospettiva che porti dal noto all’ignoto. ci sei tu che parli – anzi che asseveri – e nient’altro.

    sia chiaro, questo non è un attacco personale, ci mancherebbe; ti leggo sempre con curiosità, altrimenti non sarei qui a commentare. credo, però, sia proprio questo genere di pigro “metadiscorso” il punto più deperibile (ma, anche: dannoso nei rispetti di pubblicazioni di maggior sostanza) e francamente “perdibile” dei lit-blogs.

    un saluto,

    f.t.

  • va bene, che ci vuole, chi ha un blog chiuda. e chi non ce l’ha che fa, ne apra uo suo, magari il più inutile possibile. e quelli che fanno un lavoro minimamente serio, che fanno, si dicono che sono stati dei fessacchiotti ad aver perso tutto il loro tempo? compresi noi, però, vivaddio! Sebastiano Aglieco

  • in questo mezzo anche la provocazione diventa risibile, effimera, la fine della poesia dei blog è la più grande fortuna che il fare poesia abbia avuto
    abrazos francesco
    ale

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