Maria Grazia Lenisa: ‘Terra violata e pura’

Terra violata e pura 

Maria Grazia Lenisa

1975, pp. 128

Todariana Editrice


Occorre premettere che contro Maria Grazia Lenisa, e perciò contro la poesia e la cultura, è stato consumato uno dei tanti peccati di omissione di cui è gremita la storia della letteratura: vent’anni di ingiustificato silenzio, di indifferenza da parte degli editori e delle confraternite letterarie che, in circuito mensae, ignorano i lazzari impotenti.
Nata ad Udine, il 13 febbraio 1937, Maria Grazia Lenisa fu scoperta, come poetessa, da Ettore Allodoli, il quale, nel maggio 1955, nella prefazione alla silloge intitolata Il tempo muore con noi, scriveva fra l’altro: «Sebbene giovanissima, ha in sé i requisiti necessari per potersi affermare pubblicamente: ci sono in lei doti istintive, una pensosa intelligenza, e la sensazione di essere pronta a rendere manifesto anche agli altri il suo mondo interno». E così concludeva: la Lenisa «è un poeta che comincia a cantare con una voce tutta sua, una voce che è già forte e piena ed ha un tono ora dolce ora grave, che si distingue nel coro affannoso ed incomposto dei tanti nuovi poeti».
A diciassette anni d’età la Lenisa vinse il premio “Ebe”, in seguito il “Città di Catania” e il “Vallombrosa”, suscitando stupore ed ammirazione fra i “maggiorenti” della letteratura di quell’epoca che la definirono «enfant prodige» e «Saffo italiana». Febo Delfi, in Grecia, la chiamò «la Saffo europea».
Aldo Capasso, che le dedicò un lungo saggio premesso all’opera antologica L’uccello nell’inverno (Genova, 1958) vedeva onorato attraverso la sua poesia il realismo lirico «limpidamente tradotto con un linguaggio nudo eppure fremente, di quasi ellenica purezza».
Dopo questi vent’anni di silenzio ho conosciuto personalmente la Lenisa, insieme al marito e alle figlie, durante un suo breve soggiorno al Camping Paradise di Silemi, nel comune di Letojanni (una delle marine di Taormina) dove vivo un po’ come un esule nella mia stessa patria, in ozio prezioso, procul negotiis. Lì ho riascoltato questa pura voce poetica, significativa ed esemplare.
E da lì ho convinto la poetessa ad uscire dalla penombra nella luce, facendomi un po’ mallevadore presso questa casa editrice che spesso assume le funzioni di scopritrice e di codificatrice di talenti.
Desidero ora che la critica militante renda giustizia a Maria Grazia Lenisa – e dunque alla poesia in sé – alla casa editrice e al redattore di questa nota.

Letojanni, ottobre 1975

 

Di Maria Grazia Lenisa c’è da mettere anzitutto in giusto rilievo la particolare storia di “caso” letterario, ché di “caso” vero e proprio si parlò appena al suo esordio, quando cioè, nel 1954, Ettore Allodoli la “scopri”, ancóra diciassettenne e studentessa di liceo e già autrice d’una prima silloge, Il tempo muore con noi, pubblicata con prefazione dello stesso Allodoli. Stupiva tutti soprattutto il fatto che una cosí giovane poetessa avesse già profondo il senso delle cose e uno stile personale e maturo per dirle, e per dirle convincendo. Fu proprio per questo che si parlò sùbito di “caso”; e parecchi critici, dal Ferraguti al Capasso, non esitarono ad accostare il suo nome a quello dell’immortale Saffo. E per la sua poesia si dissero poi pure critici come Flora e poeti della levatura di Jenco. Ma di quel successo immediato ci si andò via via e inspiegabilmente dimenticando, e il “caso” Lenisa, invece di essere ulteriormente e meglio “istruito”, venne “archiviato”.
L’ingiusto silenzio, tuttavia, non ha scoraggiato la Lenisa, che ha continuato e continua a vivere di poesia e per la poesia. Questo libro lo testimonia. Come pure testimonia l’urgenza della “riapertura” del suo “caso”, per riesaminarlo come merita, com’è giusto che sia.
Questa poesia convince soprattutto per la sua freschezza, affatto viziata da mode o che altro, fedelissima alle sue origini. Non ci si tratterrà qui a discutere dei suoi pregi formali, giacché, essendo in questo senso fedele alla precedente poesia lenisiana, ci si produrrebbe in un inutile ripetere di giudizi a suo tempo autorevolmente espressi e ribaditi, e che si sono inoltrati fino ai già menzionati riferimenti alla Saffo.
In questa sede e a questo proposito pare tuttavia doveroso precisare che il “filoellenismo” della Lenisa, di là dalla tradizionalità di questa poesia che il fruitore avvertirà nei languori di certi esclamativi nei puntini sospensivi e negli interrogativi che qui e là sopravvivono, ha sbocchi personalissimi, originali e certo inconsueti per una “voce” dei giorni nostri. Piú vasto discorso di quello che si potrà qui stendere, trattandosi di poesia inedita, meriterebbe, al contrario, il livello dei contenuti.
I motivi che principali e dal fondo si organizzano a scaturire questa poesia sono essenzialmente quelli di un autobiografismo attentissimo soprattutto all’amore e alle sue implicanze. Viene cosí via via dispiegandosi una “lettura” dell’animo della poetessa, condotta senza indugi o reticenze, nel piacere della verità e della franchezza.
E, cosí, alla poesia la Lenisa affida il compito di specchio, il più nitido e fedele possibile, dentro cui potersi riconoscere e possibilmente eternarsi nel recupero dei “segni” piú significativi e duraturi sottratti ora alla quotidianità ora — e piú sovente — ai riagganci del passato nelle sue funzioni e nei suoi valori di mitica dimensione.
E passato, per la Lenisa, vuol dire, primamente e soprattutto, verginità. E non solo verginità fisica e personale, la cui perdita pure costituisce il dramma primo e continuo della poetessa e della sua poesia, ma anche e cospicuamente verginità intesa nei suoi valori universali e primordi.
Da qui il panismo, il desiderio di “reintegrazione” nelle funzioni di componente umile e pura del cosmo non sottoposto ancóra da parte dell’uomo a forma alcuna di speculazione o contaminazione.
Poco importa che un mondo cosí non esista: il poeta può crearselo usando la parola e lí rifugiarsi, realizzare la sua sognata simbiosi con la natura, inebriarsi di quella purezza che, scevra ancóra della tacca del Male, consenta l'”incoscienza” beata della colpa: «Negli orti che creai con la parola, | del mio miele selvatico mi nutro | e godo d’ogni fiore, d’ogni frutto, | sorella del serpente melodioso. | E neppure ho coscienza d’esser nuda | piú d’una rosa, d’un’erba, d’un frutto». E per questa via, l’infanzia e le acque, il lino e il miele, e interi i resti, reali o fantasticati, di una incontaminata natura, enfiano i loro spessori ad accogliere dimensioni emblematiche e profonde, assurgono a miti e muse cui la poetessa può chiedere il canto del riscatto.
Un riscatto che tale è, di prima istanza, in quanto possibile forza di annientamento della condizione della Lenisa-donna a tutto beneficio della Lenisa-bambina e quindi della Lenisapoetessa.
Ed ecco riemergere la “fanciullina” a gridare alla donna la colpa di essere cresciuta e, divenuta adulta, di avere amato, fisicamente; ecco riemergere la poetessa, cui non resta che «abbassare gli occhi ferita», perché ha scoperto di avere un corpo lei pure, che può gridarle – come le ha gridato e le grida – la sua sete d’amore.
Ma l’amore, pur se porta a cosí maceranti sbocchi, rimane parte prima e suprema della vita. E, per contro, può affascinare già ed essere cantato a livello di carezzata ipotesi: «Se io cadessi insieme a lui | sull’erba, | scoprirei come pesa | in petto il cielo | e lui come la terra | sia l’inferno». Dove la componente panica riaffiora a sottolineare il bisogno che la Lenisa urge di “omologarsi” prima – e direttamente – alla terra, e quindi – di riflesso – all’inferno.
D’altro canto, non è qui solo che l’amore ha di queste virtù, che potrebbero dirsi “simbiotico-curative”, se altrove la poetessa gli si può rivolgere, nella persona dell’amato, e cosí esprimerlo: «Tu solo puoi crearmi | in ciò che sono: | farfalla, scoglio, corolla, | non donna».
A quest’ultimo tema del ripudio (che poi, per converso, è accettazione) della donna, pure s’ispira buona parte di questa poesia, fino a giungere, in La veste bianca, all’esasperata preghiera: «Dammi, Signore, la mia veste | bianca, una rugiada | che mi nutra all’alba, | ché l’esser donna infine è una disgrazia».
Da tutto questo, chiaro emerge il grande bisogno che la Lenisa ha di poesia. Alla poesia identifica e sovrappone l’unico spazio vitale, la sola dimensione possibile e per lei accettabile di vita. E, di tutto ciò, nella Lenisa, c’è piena coscienza: «Altra vita non ho | che la parola», dice. Come pure confessa che «Smettere il vizio di scrivere | è come la morte».

(dalla Prefazione di Enzo Bruzzi)

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