Zibaldello 15: Il cucchiaio non esiste

Io c’ero.
Camminavo sulle sponde del Tamigi, all’ombra del London Eye e dei cavi d’acciaio di Tower Hill, assieme ad altre migliaia di persone marciando al grido di Put People First. Ero lì quando la rabbia incandescente dell’impotenza esplodeva contro le vetrate della Royal Bank of Scotland, mentre presidenti ed amministratori delegati firmavano le loro dimissioni ed i loro piani di pensione da seicentomila sterline all’anno.

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Ero al King’s College of London quando ospitammo Sonia Alfano, Carlo Vulpio e Nicola Tranfaglia per dire all’Europa che l’Italia non è solo sole, gnocca, spaghetti e mandolino: The silent guest vive con noi. Con tutti noi, che lo alimentiamo senza rendercene conto.

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Ero di fronte all’Ambasciata Italiana in calle Juan Bravo, il 5 dicembre, per il No B-Day, ed ero al Gijon due giorni prima a dire a Razzi che mi importava un fico secco che fosse dell’IDV: io decido per me e voglio che ciascuno decida senza interposte persone: fuori dalla mia vita, tutti dentro la medesima civiltà con responsabilità.

Io c’ero quando decine di migliaia di persone si accampavano in Puerta del Sol e Madrid non era mai stata così bella. Io c’èro. Ero lì mentre il tempo scriveva la Storia. Ed io – assieme ad altre decine, centinaia e spesso migliaia di persone – ero lì, a cercare di cambiare il mondo nel più felice anonimato.

I nomi della Storia sono casacche mitologiche; le epoche l’unamuniano risultato del montaggio di una infinità di intrastorie, uno straussiano bricolage simbolico che funge da artificio narrativo per accorciare un racconto lunghissimo che è di tutti.
Il simbolo – che è gesto, atto – spicca lì dove vi è un fondo uniforme. In tal senso, risulta assolutamente necessario al fine di contrastare la evidente detronizzazione politica delle masse che caratterizza non solo la civiltà occidentale.
L’esercizio del voto non è più sufficiente: con i listini bloccati, i premi di maggioranza, il bipartitismo e dio solo sa quali altre porcate elettorali, ha perso il suo valore simbolico nel momento in cui da gesto, atto di autodeterminazione e affermazione, si è snaturato in passaggio di un processo: Jünger direbbe che gli organi del potere, nell’interpellarci, assimilano l’interrogazione all’interrogatorio.
Durante le elezioni siamo tutti troppo concentrati sui risultati per pensare ai procedimenti che li determinano. Votiamo convinti di scegliere chi ci rappresenterà. Invece ci ritroviamo governati da sconosciuti che decidono delle nostre vite barricati dietro la leggittimità fittiziamente conferitagli dal popolo.
No. Io scrivo la mia storia, la mia piccola insignificante anonima storia. E sono anni che all’interrogazione/interrogatorio elettorale rispondo con scheda bianca. Prendo l’aereo per farlo, a volte. Altre lo faccio in Ambasciata. In entrambi i casi faccio la fila e rivivo tutte le volte la medesima scena: gente che parla e discute assolutamente del nulla.
Non va bene. Serve un gesto, un atto, una azione concreta: uno spostamento reale che muova l’aria stagnante al suo passaggio.

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Molta della gente che ho visto ieri in Puerta del Sol non c’era lunedì scorso. È arrivata dopo, quando si è resa conto di (cito testualmente) “non essere pazza nel pensare ciò che pensava da tempo seduta al tavolo della sua cucina”.
La gente ha visto. Ha visto e, vedendo, ci ha creduto. Viviamo in un mondo talmente tanto mediato che l’unico rapporto con l’esperienza che siamo disposti ad accettare è quello del regime scopico che la assorbe ormai completamente. Il resto del tempo siamo soli e infondati come una ipotesi senza scienziati disposti ad avvalorarla.
La gente vede. La gente ha visto. Non ci resta che sperare che non dimentichi di averlo fatto, che pasolinianamente si impegni nel seguire tutto ciò che succede, nell’immaginare tutto ciò che non si sa o che si tace, nel coordinare fatti anche lontani, nel mettere insieme i pezzi disorganizzati e frammentari di un intero coerente quadro politico, nel ristabilire la logica là dove sembrano regnare l’arbitrarietà, la follia e il mistero. Insomma che prenda in mano le redini della situazione e cominci a scrivere di proprio pugno la storia che vorrà raccontare ai propri figli.

Questa non è l’unica realtà possibile. Il cucchiaio non esiste.

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