Intervista con Maria Grazia Lenisa

Cara Maria Grazia è d’obbligo per L’Agguato Immortale farti una domanda: come concilii l’erotico con il religioso? La copertina del libro sembra dare qualche indicazione…

Amo molto «Amor sacro e amor profano di Tiziano» che ho scelto per la copertina del mio libro. In occasione della sua uscita ho fatto nel mio intimo festa grande, perché proprio questa primavera al Palazzo delle Esposizioni a Roma troneggiava quest’opera meravigliosa ed eterna. L’amore sacro fu identificato dal Vasari nella figura nuda della Venere, mentre la donna vestita rappresenta l’amore profano. Sergio Pautasso può rispondere per me: « nelle composizioni de L’agguato Immortale confluiscono e si assommano più tensioni che, a loro volta, generano una specie di condizione di assoluta idealità in cui amore, sensualità, passione, religiosità, tutto è al calar bianco, perché La poesia esige per essere questa totalità». Da notare che il critico scrive di «tensioni» e non di tendenze. Siamo in quel vivente assoluto che la poesia è. Cosa dire di più conciliativo? A prescindere che sono anche d’accordo con «la condizione erotica di linguaggio» da Pautasso notava e, ovviamente, ancora prima con il «ravvivamento sensuale dell’esperienza religiosa», già messa in luce da Bárberi ne L’Acquario Ardente (Bastogi, 1994) e perfezionata in prefazione a L’Agguato Immortale. Con critici di tale levatura (e mi si perdoni la vanità), cosa aggiungere? Credo che si dovrebbero aggiungere invece altri critici che sappiano anche liberarsi dagli ordini di scuderia e dai programmi delle grandi case editrici.

 

Qualcuno ritiene che il tuo ultimo libro sia di uno sconcercante «narcisismo», volendo lasciar da parte l’imbarazzo che ha provocato in persone in buona fede, senza dubbio, al punto di muovere ad esso accuse di oscenità e blasfemia.

È splendido infatti, qualcosa comincia a muoversi: nel primo caso non distinguono l’anelito alla gloria (sempre postuma, quindi godibile dal poeta in vita solo con l’immaginazione) dal successo che è appunto dell’oggi e può rischiare di essere «successo», vale a dire un participio passato e non un futuro come la gloria è. Non capisco che narcisismo ci sia ad ambire alla gloria, assai più narcisistico il ‘minimalismo’ imperante che si rende gradevole ad altrui nella falsa umiltà, onde raccogliere briciole. Spesso dietro queste persone modestine si nasconde una vera ambizione delusa, quando non siano in buona fede, come mi è accaduto per cari amici, amanti della mia poesia prima degli anni ’70.
Quanto alle accuse di essere « blasfema », faccio rispondere il giornalista Antonio Coppola con un interrogativo addirittura: «è logico che una gnostica come la Lenisa si ponga ‘di traverso’ in atteggiamento agnostico per riunire i lembi separati del bene, del male, del giusto e dell’ingiusto, della redenzione e della caduta?». E in anticipo sulla domanda Egli si risponde : «Vi è in questa recente prova una decisionarità diretta verso il niente che vada escluso, disperso o ignorato…».

 

Nel libro ci sono dediche a Bárberi, a Forti, a Bigongiari a Luzi… più che stare in Parnaso con la fantasia o ne La Carte du Tendre (che è poi il titolo di un altro tuo libro bastogiano) dovresti accedere al grande editore.

Per carità, non ho tempo di andare in giro per tutti i comuni d’Italia, nè di sollecitare la catena degli assessori coi loro operatori culturali e poi la mia poesia è scomoda.

 

Sì, infatti sull’ultimo numero della rivista « Praz » di Roma abbiamo letto uno straordinario articolo di Teresio Zaninetti su Marcoaldi, Fusi, Lenisa e Luzi. Per quanto ti riguarda il critico se ne esce così: «la miccia accesa da una poesia come la sua va tenuta a distanza, ben controllata, affinché non contamini con la sua luce innocente e diabolica a un tempo la continua verginità consacrata degli autori che passano il valico della pubblicazione che va nelle mani del grosso pubblico».

Io non sono responsabile di quello che dicono i miei critici, ribalto il problema a chi conosce la mia poesia ed è al corrente della situazione culturale italiana.

 

Non sei rimasta male che Luzi del tuo Omaggio su L’acquario Ardente sia stato così fortemente attaccato e le sue opere siano state viste «nell’omologazione più perfetta»?

Luzi mi fa molta tenerezza, è vero, ma credo sia un ‘brutto sterpo’, in fondo, questo giovane ottantenne e quindi… regge bene, almeno Io spero. Poi L’agguato Immortale è la risposta agli aneliti anche per lui. Zaninetti è un intellettuale che patisce sulla sua pelle l’ingiustizia e cecità del potere letterario e politico. Non fa meraviglia che difenda come può la poesia nuda.

 

È uscito anche un tuo saggio su La scena del mondo di Bárberi, il terzo libro sulla poesia di uno dei più grandi critici italiani. Non pensi che si possa credere in un gesto di riconoscenza da parte sua?

No, perché la storia della mia ‘riconoscenza’ (ma io amo la sua poesia!) è cominciata dopo la prefazione di Bárberi ad Erotica (Forum V Generazione 1979), quindi la sua non c’entra, dato il modo con cui lì si è espresso, addirittura epico. E le persone che più strettamente ci conoscono, sanno che il nostro ‘rapporto’ è, vicendevolmente, «postumo». È questo che dà fastidio… che io possa aver incontrato un critico onesto e libero, ma non è il solo, grazie a Dio.
Se la poesia non ce la fa con le sue ali a volare sopra le miserie di questa civiltà dei consumi e del tutto programmato, allora tanto vale scriverla e lasciarla nel cassetto o darla manoscritta a qualche amico intimo. Sono così patetici quei poeti che hanno pubblicato con grossi editori ed ora acce-dono ai piccoli, perché è di moda nascondersi, ritornare alle poche copie. Fanno arte povera! Schiller insegna che bisogna essere, sì, figli del proprio tempo (ed è il tempo dell’erotismo anche di consumo) ma non favoriti, essi sarebbero esemplificati, ora, dal «Figliol prodigo». Io non sono assolutamente favorita, giungo seconda o terza a tutti i premi ai quali il mio editore concorre. Vorrei che non lo facesse, perché ha ragione Mariella Bettarini che spero non foderi i suoi artigli per qualche briciola.

 

È uscito anche un Omaggio tuo e di Vincenzo Rossi al grande Febo Delfi, in tiratura numerata, e per le edizioni del « Ponte » italo-americano di New York…

Febo Delfi era mio amico dal 1955 e ci siamo conosciuti personalmente solo pochi anni prima della sua morte; abbiamo tradotto insieme Vitalba, uscita per i quaderni della Forum-V Generazione. È un omaggio che il poeta Vincenzo Rossi ha voluto fare anche a me, perché Delfi mi ha dedicato poesie bellissime e la sua profezia de L’Agguato Immortale risale al 1956, quando tradusse e presentò la mia poesia ad Atene.

 

(di Rosa Berti Sabbieti)

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