Maria Grazia Lenisa: ‘Test’

Test

Maria Grazia Lenisa

1973, pp. 72.

Arti Grafiche Nobili

Maria Grazia Lenisa non è nuova ai “rischi” della poesia: ancor giovinetta stupì i critici per la sicurezza e forza del suo linguaggio e per una sua sconcertante sincerità che dava alla sua poesia quasi il carattere di “documento” di segno dei tempi, di una partecipazione discreta ma risoluta al dramma della vita universale.

Le poesie più recenti non smentiscono questa vocazione, ma quasi la rinsaldano, in un clima nuovo, che può riuscire od almeno sembrare sconcertante e perfino, in qualche momento, quasi disintegrato o disarticolato. Così almeno è sembrato a me, in un primo momento, perchè forse ricordavo troppo i limpidi cieli della sua opera prima e certe compiacenze vittoriose di quelle che sono le frontiere tra pensiero e poesia.

Ora il “paesaggio” è completamente cambiato. E non alludo tanto al paesaggio geografico: la poetessa, divenuta nel frattempo sposa e madre, ha lasciato il nostro Friuli … Ma soprattutto alludo al nuovo clima spirituale: tutto ora è o sembra cambiato: la terra, gli uomini, il sole, prima ancora del paesaggio .. . Non più i dolci colori della pianura e delle colline venete, ma una terra a volte aspra, investita da un sole bruciante, a cui l’uomo strappa con disperata fatica appena il necessario per sopravvivere. La poetessa ne ha subito il trauma e il suo canto è il documento della sua umana, sofferta partecipazione: la sua poesia ci pare voglia indicare questa indomita volontà dell’uomo che, gettato dalla nascita sulla terra, ha accettato la sfida degli elementi avversi e vi rimane fedele come per un antico patto sacro.

Si ha quasi l’impressione, in tanto fervore di studi meridionalistici, soprattutto in questo secondo dopoguerra, che la testimonianza di questa poetessa, già in questo suo primo approdo al sud, abbia afferrato il segreto dolore di codeste genti ben più a fondo delle dotte dissertazioni sociologiche che imperversano da ogni parte. Le sue impressioni sorgono dal fondo primo delle cose e ti feriscono dentro, ti legano al loro dramma con un filo indistruttibile di amoroso dolore.

Lascio volentieri a mani ben più esperte delle mie l’analisi estetica formale di questo nuovo ciclo poetico della Lenisa: a me basta l’aver accennato al suo cambiamento di rotta che non è tanto – e sia ben chiaro – una semplice risonanza al cambiamento di scena. E’ l’animo della poetessa ch’è cresciuto e si è fatto più forte, ch’è diventato più generoso nella partecipazione al dramma universale dell’essere in una più genuina vicinanza all’uomo.

Quella sua rigogliosa vena, che sembrava straripare contenta nelle prime composizioni, si è rivelata nel suo fondo autentico: da I Credenti in poi si è fatta ascetica della parola per il riscatto delle anime e delle cose fino a diffidare della stessa poesia come di un’illusione.

(dalla prefazione di Cornelio Fabro)

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