Francesco Dalessandro: note critiche su ‘La salvezza’

La salvezza

Francesco Dalessandro

2006, p. 58

Il Labirinto

È uscito da poco, in una bella collana delle Edizioni Il Labirinto dirette da Gianfranco Palmery, di Francesco Dalessandro, con sei disegni di Giuseppe Salvatori, La salvezza (pagine 58, Euro 10). Francesco Dalessandro guarda il mondo con l’ingenuità di un bambino, di un bambino coltissimo, raffinato, ma soprattutto incantato. Se un lettore trova in queste poesie parole come film giallo o bar (ma questo avviene assai raramente, a dir la verità) trasalisce involontariamente, perché esse contrastano col tono generale di questi versi, fatti di nuvole che trascorrono e di uccelli che volano. Tutto, anche i drammi del cuore, sono mediati da questo stile terso. È difficile staccarsi dal fascino di queste poesie, così inattuali e in cui la realtà è ricoperta come da una patina di grazia che annulla i lati volgari della realtà, da questa “gloria della forma”. Ma nella piccola sezione Spine, questa guaina viene bucata con accenti strazianti, sorprendenti, di cui conviene citare larga parte: “Vivi qui, ma lontana. / Mai prodiga, anzi avara / di tutto che amo e è tuo / come d’essermi cara: così sei. / Hai spesso dinieghi / ostinati e furtive ripulse. / Anche quando ti lasci / andare (quale dolce / minaccia ti convinca / io non so mai), consenti / solo a metà, con quella / parte di te che giudica / – e non ama.” E ancora: “Ti giri. Cerchi il sonno / e la dimenticanza. / Trovi un ricordo che è / pena. Respiri appena. / Sei lontana. Non sono / niente. La stanza fluttua / nel semibuio, tra la luce fuori / e la tenebra dentro. / È buio anche nel cuore. / Nel mio stretto / d’affanno. Nel tuo / sordo.” Dalessandro è un magnifico poeta di altri tempi che non si è ancora deciso ad aderire ai ritmi spezzati di questa epoca, che non ha ancora deciso (e forse non lo deciderà mai) se scrivere o non scrivere versi in volgare. Ma questa, in definitiva, è la sua forza e il suo fascino.

Carlo Bordini, “L’Unità”, 18 novembre 2006

 

Nell’ultima raccolta di Francesco Dalessandro, La salvezza, i versi compongono un quadro naturale: “Di poesia in poesia la vita ferve: nell’umile slancio verticale di arbusti e fiori, in zampettii d’insetti e voli d’uccelli e umani abbracci”. Tengono il passo dei classici queste composizioni, nel solco della tradizione lirica novecentesca: versi brevi, assonanze, e quel clima che rimanda a certi passaggi pascoliani, rivisitati e riletti alla luce dell’esperienza personale: “Un solo e vivo / volo tarda alla gronda: / la rondine che  sbanda per amore, / grrula e smemorata”. Amore e natura, il Novecento, ma anche un rimando alla poesia latina, le tracce dell’elegia, della viva e indelebile presenza del mondo circostante, osservato, amato e raccontato attraverso suoni, movimenti e colori: “Ti giri. Cerchi il sonno / e la dimenticanza. / Trovi un ricordo che è / pena. Respiri appena”. Il vivere faticoso è minacciato dalla morte, “evocata e in chiusura richiamata”. La salvezza, dunque, appare soltanto un’illusione: “Non c’è salvezza qui”.

Alberto Toni, “Avanti!”, 1 febbraio 2007

 

 

C’è un fitto intrecciarsi di temi e di rimandi nelle ventisei poesie de La salvezza (tutte – tranne una – relative ai primi anni Ottanta) per lo più attinenti all’amore coniugale; o meglio, a quello stato dell’anima che deriva dalle alterne fortune cui questo tipo di rapporto espone. Stando alla poesia che apre la raccolta, in corsivo, hanno peso i ricordi che “molesti o cari, pungono”, come le spine della poesia omonima di pagina 34 la cui epigrafe, da Saba, parla di “culmine del mio dolore umano” e nella quale un verso ripete esplicitamente: “Trovi un ricordo che è / pena”. Ma non si pensi a un trionfo della nostalgia. Il passato, che i ricordi vivificano, ha un peso non così superiore al presente, spesso colto in presa diretta da poesie di una freschezza impressionista, o rappresentato da riflessioni che, come nella poesia “I cormorani” (pag. 46), si concludono con un taglio decisamente politico.
Protagonisti sono gli uccelli, che Dalessandro osserva con occhi divinatori cercando nei loro voli un segno, l’alfabeto segreto di una risposta: “Da dietro il tomboleto / rotondo apparsi due / gabbiani a volo teso radono / l’acqua appaiati, poi / s’alzano lenti a perdersi / tra nuvoli candidi, lesi. // Io cosa a quest’immagine / così trasparente ora leghi / non so dirti, né altro che s’affidi / alle minuzie di questa mattina / domenicale e perfetta che si compie.” (“Domenica al mare”, pag. 28).
L’apparire degli uccelli sulle pagine è graduale, come graduale è l’apparire dell’immagine sulla carta fotografica durante lo sviluppo. Si va dal “vago volo” de “L’approdo” (pag. 16) a “La rondine” di pagina 19, alla “quaglia e il cuculo” di “Sera” (pag. 21) che danno inizio alla nutrita sequenza delle coppie. “Menta e rosmarino convivono” (“L’aiuola”, pag. 24), “la coppia di gabbiani” (“Gli uccelli”, pag. 26,  in cui appaiono anche l’upupa e le tortore), “due / gabbiani a volo teso radono / l’acqua appaiati” (“Domenica al mare”, pag. 28), “e uccelli a coppie ancora” (“Sera al mare”, pag. 29), fino alla poesia “Coppie” di pagina 37.
Emblematica di questa tensione duale è “Piccola elegia notturna” in cui, in delicata filigrana (la poesia è dedicata alla figlia) si celebra, attraverso la sintassi, l’apoteosi del duplice: “magnolia alta fiorita”, “il suo profumo dolce e / così intenso”, “lampi che in guizzi e / zirli”, “nubi / vagabonde e pigrissime”, “il silenzio / brevissimo fra due / suoni”, “tutto, / tutto che senti e vedi”, “per l’età e l’avvenire”, “sola speranza lecita”.
Oltre agli uccelli già nominati ci sono “I gabbiani” (pag. 44): qui la sorpresa (“Non ne avevo mai visti / tanti così volare a bassa quota”, “non ne avevo / mai visti tanti insieme”, “mai visti / a stormo tanti su quell’acqua”, “io non ne avevo visti / mai così tanti”) riecheggia il dantesco-eliotiano: “Una gran folla fluiva sopra il London Bridge, così tanta, / Ch’i non avrei mai creduto che morte tanta n’avesse / disfatta” de “La terra desolata”.
Ci sono poi “I cormorani” (pag. 46), poesia nella quale il gioco delle nominazioni si volge al passato a chiamare in causa i nobili antecedenti, e così, nel bel finale, prima della drammatica chiusa, si dice: “ho pensato / a uccelli di terra e di mare / forti e belli come loro che i poeti / hanno cantato, all’upupa / calunniata da Foscolo al passero / solitario di Leopardi all’usignolo / di Keats all’allodola di Shelley / all’albatro di Baudelaire al canarino / di Saba e a tutti gli altri celebrati / nei versi – / poi mi sono ricordato / del cormorano del Golfo, le penne / ingrommate di petrolio…”. Ci sono, da ultimo, gli storni della poesia omonima.
Un’attenzione particolare merita il testo che chiude la raccolta e le dà il titolo. La sua forma a strofe alternate in corsivo e tondo, oltre a rappresentare un altro elemento della ricorrente dualità, oltre agli espliciti riferimenti al senso profondo della coppia “(tu ascoltala!) anche fosse / nel male che ci unisce”, “la formula che incanta / bene o male ci lega non ci salva”, annuncia quella che sarà la struttura portante del bel libro futuro (ma stampato prima), Lezioni di respiro (Il Labirinto, 2003), articolato, appunto, su sonetti a coppie, dialoganti tra loro (l’uno sulla pagina di destra, l’altro su quella di sinistra), sorta di confronto inesausto in cui il tema del rapporto a due e del rapporto con la natura si spinge a esplorare altri territori del mai troppo frequentato dominio amoroso.
Dalla nota a fine libro, che ha per titolo “In ritardo e disperse”, attraverso una metafora marinara mutuata da Conrad, sappiamo di come le poesie qui raccolte siano arrivate, dai primi anni Ottanta, “sane e salve a destinazione”.
Le tre epigrafi sulla salvezza che precedono l’incipit – da Martin Heidegger, da Giorgio Manganelli e da Paul Wühr – forniscono un utile spunto di riflessione sul destino di quelle poesie che, al contrario delle presenti, essendo “mancanti, disperse o perdute, restano affidate alla misericordia del ricordo che a volte ancora (…) ne suggerisce o detta versi isolati o strofe”.
Sei delicati disegni di Giuseppe Salvatori, quasi istantanee di una metamorfosi in corso distribuite qua e là tra le pagine, accolgono piacevolmente gli occhi nel cammino da una poesia all’altra.

Fabio Ciriachi, “Pagine”, XVI, 50, gennaio-marzo 2007

 

 

Di Francesco Dalessandro (abruzzese d’origine – è nato a Cagnano Amiterno nel 1948 – ma residente a Roma dal 1958) già mi avevano colpito i raffinatissimi, geometrici esercizi di Lezioni di respiro (Il Labirinto 2003): «sonetti doppi, spesso caudati – come recitava la nota editoriale – tutt’altro che canonici, disposti a specchio su due pagine […] il secondo sonetto che colloquia o confligge con il primo». La salvezza, volumetto forse di transizione a una futura raccolta, ma già in sé compiuto, è la conferma di quanta vera poesia sia rimasta occultata, nelle generazioni del primo dopoguerra, per la fatale oppressione dei codici neoavanguardistici e informali imperanti almeno dal ’63 in avanti; lo stesso autore, nella nota conclusiva al libro, ci informa come queste poesie fossero state scritte tutte (con un’unica eccezione) durante i primi anni Ottanta: «in ritardo e disperse», dunque, vengono solo ora alla luce dopo una lunga «dilazione». Quanti versi di allora, già entrati nei troppo ideologici e spesso incauti canoni della contemporanea poesia italiana, saprebbero gareggiare con questi? Ma i referenti poetici di Dalessandro erano (e restano) precedenti alle svolte degli anni Sessanta-Settanta – Bertolucci, Montale e Saba, in primis –, benché rielaborati in una temperie storica e linguistica nuova, e dunque aggiornati in virtù di una tecnica preziosissima che recide il verso pur serbandone la dolcezza originaria, come in questa Sera al mare: «Tu qui, pacatissimo amore, / a perderti intanto che densi / nuvoli stanno / minacciosi e incombenti / e uccelli a coppie ancora / svolano, bruni lampi, / lungo riva; qui sosti, / a cuore leso, in questo / bar (e non ti sia peso / l’attendere) in questa / luce che vira, dolce- / mente rosata incontro / al buio…». Dalessandro, insomma, appartiene a quella schiera di poeti che non ha mai ceduto alla tentazione di essere nuovo, anzi novissimo, ma ha sempre obbedito a ragioni più profonde, esistenziali e letterarie insieme, rinnovando la tradizione senza annientarla o dissolverla in ambigue – e facili – ironie corrosive. Della finezza dei suoi esercizi metrici valgano le lievi varianti delle parole-rima nella Sestina di maggio, o l’uso delicatissimo del settenario (metro preponderante in questo volumetto), che nel secondo movimento di Spine (vocabolo poetico di sabiana memoria) è elaborato in virtù di una sintassi franta nei primi nove versi (con l’interruzione di un endecasillabo al v. 7), per celarsi negli ultimi tre, dove ruota intorno al vocabolo tematico «affanno» («Nel mio stretto d’affanno»; oppure: «d’affanno. Nel tuo sordo»): «Ti giri. Cerchi il sonno / e la dimenticanza. / Trovi un ricordo che è / pena. Respiri appena. / Sei lontana. Non sono / niente. La stanza fluttua / nel semibuio, tra la luce fuori / e la tenebra dentro. / È buio anche nel cuore. / Nel mio stretto / d’affanno. Nel tuo / sordo».
Di ispirazione tenue e di tonalità elegiaca, nutrita di malinconie e febbri esistenziali – non senza inquietanti accensioni visive –, questa raccolta di Dalessandro vive nella rarefazione e concentrazione delle immagini e dei pensieri: cieli soprattutto, solcati da voli d’uccelli; fiori, alberi e aiuole, su cui si misura per analogia «l’intrigo del cuore» (p. 24); e soprattutto lo sfondo del paesaggio romano: non solo sfondo, anzi, ma «teatro dei miei versi», come si può leggere in una misuratissima prosa uscita, contemporaneamente al volume, sulla bella rivista romana «Pagine» (maggio-luglio 2006. pp. 10-11). Nella quale ritroviamo la stessa interrogazione tematica («Quasi che scrivere rappresentasse la salvezza») su cui si conclude (nella forma di una sestina a due voci in amoroso contrasto) la raccolta, dandole anche il titolo.

Giancarlo Pontiggia, “Testo”, n. 52, luglio-dicembre 2006

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