Parola ai poeti: Francesco Dalessandro

Qual è lo “stato di salute” della poesia in Italia? E quello dei poeti?

Mi sembra buono. Solo per dire di quest’inizio d’anno: sono già usciti gli ultimi libri di ottimi poeti come Gianfranco Palmery, Eugenio De Signoribus e Daniela Attanasio; Anna Cascella ha pubblicato tutte le sue poesie ed operano più giovani poeti di sicuro talento (ne cito uno: Nicola Bultrini).

 

Quando hai pubblicato il tuo primo libro e come hai capito che era il momento giusto? Come hai scelto con chi pubblicare? Cosa ti aspettavi? Cosa ti ha entusiasmato e cosa ti ha deluso?

Il mio primo libro, pubblicato con un piccolissimo editore romano, Gabrieli, è del 1971: è bene che se ne sia perso anche il ricordo. Il libro cosiddetto d’esordio fu “I giorni dei santi di ghiaccio”, pubblicato dai “Quaderni di Barbablù” di Attilio Lolini nel 1983. Se era il momento giusto? Non ne ho idea. Forse lo era per me: avevo 35 anni. Se ne accorsero in pochi. Mi aspettavo poco, perciò anche poche delusioni.

 

Se tu fossi un editore cosa manterresti e cosa cambieresti dell’editoria poetica italiana? Cosa si aspettano i poeti dagli editori?

I poeti si aspettano che gli editori pubblichino i loro libri, mi pare ovvio. Altrettanto ovvio è che gli editori sono imprenditori; come tali, tendono al guadagno. La poesia non rende: perché dovrebbero occuparsene? I pochi che lo fanno, sono poeti o scrittori essi stessi e, sebbene non immuni da difetti, vanno elogiati per quel poco che fanno.

 

La poesia di domani troverà sempre maggiore respiro nel web o starà in fondo all’ultimo scaffale delle grandi librerie dei centri commerciali? Qual è il maggior vantaggio di internet? E il peggior rischio?

Gli scaffali di poesia sono spesso desolatamente vuoti. Quando non è così, ci si trovano solo riedizioni ed economiche di grandi editori nazionali. I piccoli editori – i soli che, spesso, pubblichino i buoni libri – quasi mai si trovano. Il web supplisce a questa mancanza, ma quel che vi appare, anche quando è di qualità, è effimero e sparisce prestissimo. La poesia è la cosa meno effimera che esista: in ciò sta la grande contraddizione.

 

Pensi che attorno alla poesia – e all’arte in genere – si possa costruire una comunità critica, una rete sempre più competente e attenta, in grado di giudicare di volta in volta il valore di un prodotto culturale? Quale dovrebbe essere il ruolo della critica e dei critici rispetto alla poesia ed alla comunità alla quale essa si rivolge?

I poeti, diceva Pound, sono le antenne della specie. E i critici? Ho già avuto modo di dire, con una battuta, che i critici di oggi sono piccoli e ingombranti… Mi pare che lo scambio d’idee, al quale una critica seria e responsabile dovrebbe dare impulso, sia assolutamente carente. Una comunità critica non potrebbe esistere senza un’ideologia e niente è più lontano dalla poesia dell’ideologia.

 

Il canone è un limite di cui bisognerebbe fare a meno o uno strumento indispensabile? Pensi che nell’attraversamento della tradizione debba prevalere il rispetto delle regole o il loro provocatorio scardinamento?

È un limite solo per i mediocri. Perciò tentano di scardinarlo.

 

In un paese come il nostro che ruolo dovrebbe avere un Ministro della Cultura? Quali sono, a tuo avviso, i modi che andrebbero adottati per promuovere la buona Letteratura e, in particolare, la buona poesia?

Il Ministro della Cultura dovrebbe promuovere la cultura. (Si dirà: è una tautologia. Invece, nel nostro paese – il più ricco di offerte e possibilità culturali; il più povero di capacità di preservarle e di offrirle –, non lo è).

 

Quali sono i fattori che più influiscono – positivamente e negativamente – sull’educazione poetica di una nazione? Dove credi che vi sia più bisogno di agire per una maggiore e migliore diffusione della cultura poetica? Chi dovrebbe farlo e come?

L’educazione – anche poetica – è compito della famiglia e della scuola; istituzioni che, oggi, diventano (materialmente e culturalmente) sempre più povere .

 

Il poeta è un cittadino o un apolide? Quali responsabilità ha verso il suo pubblico? Quali comportamenti potrebbero essere importanti?

È un cittadino (ed è bene che in questo momento, nel nostro paese, lo sia responsabilmente, con convinzione). Ma mi piacerebbe che fosse un apolide.

 

Credi più nel valore dell’ispirazione o nella disciplina? Come aspetti che si accenda una scintilla e come la tieni accesa?

Se l’ispirazione è quella piccola scintilla che s’accende all’improvviso, e che scaturisce da un’idea, un’emozione o un’intuizione, la disciplina è ciò che la tiene accesa.

 

Scrivi per comunicare un’emozione o un’idea? La poesia ha un messaggio, qualcosa da chiedere o qualcosa da dire?

Scrivo per vestire un’emozione. Per farlo ho bisogno di idee. Se l’idea è giusta, l’emozione raggiungerà anche il lettore e gli comunicherà qualcosa.

 

Cosa pensano della poesia le persone che ami?

Non lo so bene. La mia, credo che la vedano con benevolenza, perché non fa male a nessuno.

 

Sei costretto a dividere il tempo che più volentieri dedicheresti alla poesia con un lavoro che con la poesia ha davvero poco a che fare? Trovi una contraddizione in chi ha la fortuna di scrivere per mestiere? Come vivi la tua condizione?

In una nota per un’antologia, una volta scrissi che condividevo con Eliot l’impiego in banca e altre cose. Per trentacinque anni ho dovuto strappare il tempo per la poesia al lavoro e alle cure della famiglia. Scrivevo: Mia sola speranza era il sabato breve e luminoso / che stremava e stordiva come il vino… Dal 2005 sono affrancato: ho creduto di potermi dedicare solo alla poesia; ma, nei successivi tre anni, ho scritto pochissimo: l’ultima poesia, nel 2008. Traduco: eccellente surrogato, non c’è che dire, ma non è la stessa cosa. Scrivo anche con mestiere. Non ho idea di cosa significhi scrivere per mestiere.

 

Cosa speri per il tuo futuro? E per quello della poesia? Cosa manca e cosa serve alla poesia ed ai poeti oggi?

Per la Poesia: che si mantenga viva (e per farlo è bene che resti ai margini del gran spettacolo). Per me: poter scrivere ancora qualche verso degno di nota. Ai veri poeti, più cose mancano e meglio è. Gli agi non danno frutti, ora lo so.

 


Francesco Dalessandro è nato nel 1948, vive a Roma. Dopo gli esordi su rivista (in particolare, su “Le porte”, n. 2, maggio 1982, con una nota di Francesco Tentori, e su “Discorso diretto”, quaderno 5, 1983, con il poemetto Divergenze), fu tra i fondatori e redattori della rivista di letteratura “Arsenale”, diretta da Gianfranco Palmery. Ha pubblicato sei libri di poesia: I giorni dei santi di ghiaccio (con una nota di Elio Pecora – Barbablù, Siena, 1983); L’osservatorio (Caramanica, Marina di Minturno, 1998), finalista “premio Dario Bellezza”, V Edizione, 2000; Lezioni di respiro (Il Labirinto, Roma, 2003), finalista “Premio Frascati”, 2004; La salvezza (Il Labirinto, Roma, 2006); Ore dorate (Il Labirinto, Roma, 2008) Aprile degli anni (Puntoacapo, Novi Ligure, 2010), l’edizione d’arte Gli anni di cenere (Associazione culturale “La Luna”, S. Elpidio a Mare, 2010) e cinque libri di traduzioni: Wallace Stevens, Domenica mattina; Elizabeth Barrett Browning, Sonetti dal portoghese; Gerard Manley Hopkins, I sonetti terribili; George Gordon Byron, Il sogno e altri pezzi domestici; John Keats, Sull’indolenza e altre odi (tutti per Il Labirinto, Roma, rispettivamente 1998, 2000, 2003, 2008, 2010). Altre traduzioni dal latino,  dall’inglese e dallo spagnolo sono su rivista.

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