Poesia, l’unica che dica la verità

Amo la poesia perché quando scrivo so sempre da dove parto, e non so mai dove arrivo. Arrivo sempre in territori sconosciuti, e dopo ne so più di prima. Non scrivo quello che so, ma lo so mentre lo scrivo, e per me la poesia è sempre fonte di continue rivelazioni. E’ come se durante la scrittura ci fossero in me improvvise rotture dell’inconscio. In questo senso sono abbastanza convinto che la parola venga prima del pensiero, sia un veicolo del pensiero. Non si scrive quello che si sa, ma lo si sa dopo averlo scritto.

A volte scrivo delle cose che non so assolutamente cosa significhino; lo capisco dopo, o a volte, addirittura, me lo faccio spiegare da altri. Sono d’accordo, in questo senso, con quanto scrive Perniola: “Il poeta non è il miglior fabbro, ma il miglior strumento”. Io non creo, ma sono creato. Non scrivo, ma sono scritto. A volte penso che la principale qualità che dovrebbe avere un poeta sia quella di non tradire quello che gli viene dettato con considerazioni banali (con quello che immagina di essere, o che crede di dover essere, per esempio). Penso in questo senso che sia difficilissimo essere spontanei: la spontaneità è nascosta sotto una serie di strati di rigidità intellettuali, di pseudo conoscenze ideologiche, di velleità banali; la poesia rompe tutto questo, va al centro dei problemi. Raggiungere la spontaneità è un atto che richiede infinite mediazioni, tecniche, ma soprattutto sensitive e di onestà intellettuale.

Credo che la poesia (come ogni forma d’arte) sia il tentativo, con mezzi non perfetti, di giungere alla perfezione. C’è quindi sempre dentro qualcosa di artigianale, di imperfetto, così come artigianale è una preghiera. Nulla di precostituito o di seriale. Gli architetti romanici facevano sempre la parte destra di un edificio un po’ diversa dalla sinistra, perché ritenevano che la perfezione potesse raggiungerla soltanto Dio. (Un esempio del fatto che la parola precede la conoscenza: prima di scrivere questo pezzo non avrei mai immaginato, a proposito dell’arte, che avrei parlato di Dio).

Tutto ciò che attiene al campo dell’estetica (non solo la poesia, ma l’architettura, la moda, la musica) è quello che tiene insieme la società, perché dà ragioni comuni per vivere, perché attiene all’autorappresentazione di se stessa che ha l’umanità. Apparentemente l’arte non serve a niente, perché non ha connessioni immediate (utilitarie) con la realtà. In realtà tutti gli artisti, dai poeti ai fabbricanti di cravatte, ai disegnatori di fumetti, in qualche modo contribuiscono a creare un’autorappresentazione e un’idea di sé dell’umanità. E spesso sono gli unici a dire la verità, e l’umanità se ne accorge solo in ritardo: i poeti non possono salvare il mondo, perché il mondo se ne accorgerà solo dopo.

(di Carlo Bordini su L’Unità del 1° maggio 2002. La foto è di Dino Ignani.)

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