L’impossibile concreto. Lettura della poesia di Biagio Cepollaro

di Andrea Inglese

1.

Farò tutto il contrario di quanto vorrei fare. Biagio mi ha chiesto una nota di lettura. Io sento che varrebbe la pena di offrire un abbozzo di analisi strutturale della sua opera poetica, anche solo in forma di taglio trasversale su certi temi e figure chiave, ma non sono ora in grado di farlo: il precariato accademico mi risucchia energie in altre direzioni, verso strane forme di sopravvivenza al di sotto del ruolo, in un purgatoriale lavoro senza occupazione. Tale condizione mi spinge allora a tentare un’altra strada, tutta in rapidità e improvvisazione. Me lo permetto, perché è la figura stessa di Biagio, la sua odierna attitudine di poeta, che mi consente questa libertà. Si può mettere in gioco, nella lettura di un’opera, la nostra esperienza, la nostra amicizia con l’autore, senza per questo rischiare il compiacimento? Vedremo. (Uno che ci riesce perfettamente è Giuliano Mesa – vedi le sue postfazioni a Fabbrica e a Versi nuovi, le due precedenti raccolte poetiche di Cepollaro. L’altro, è Cepollaro stesso.)

 

2.

Perché l’esigenza di uno studio comparativo, globale, del percorso poetico di Cepollaro? Per contrastare, innanzitutto, un effetto peculiare delle sue raccolte di poesie. Ogni suo libro, infatti, rivela una tale forza ipnotica da azzerare tutti gli altri, da imporsi come assoluto, non confrontabile, pervaso da cima a fondo, dal primo verso all’ultimo, da una certa gestualità verbale. Insomma, ogni raccolta emerge nella sua nettezza, quanto a partito preso stilistico e tematico. D’altra parte, l’altra faccia di questa nettezza, è la percezione di una forte discontinuità rispetto al percorso precedente. Questo accadeva con Fabrica (1993–1997), ultima parte del trittico De Requie et Natura, pubblicata nel 2002. Fabrica segnava una prima forte frattura rispetto alle due raccolte precedenti, Scribeide e Luna persciente. Ciò che veniva vistosamente abbandonato era l’originale ed efficacissimo innesto del volgare di Jacopone da Todi e del dialetto napoletano nell’italiano medio attuale. A tale impasto linguistico estremamente espressivo, subentrava una lingua spoglia, una lingua–oggetto, che poco margine lasciava alle operazioni “espressionistiche” del soggetto. E se un verso della raccolta dice del mondo:“sotto modi di dire i suoi moti di fatto ha seppellito” (Per moti di dire), ciò significa che al poeta non resta che restituire l’ingombro, l’opacità, la pesantezza dei “moti di fatto” nei suoi “modi di dire”. Al margine di manovra offerto dal diaframma della lingua jacoponica, capace di tenere a distanza la presunta immediatezza delle cose, si sostituisce ora una più volontaristica postura: quella dell’epigramma o, addirittura, dell’invettiva. Caduto il diaframma linguistico dell’idioletto, al soggetto poetante non resta che la nuda armatura ideologica, di pensiero critico, per distanziare la pressione bruta dei moti di fatto. Ma laddove in Scribeide e in Luna persciente era percepibile una funzione assieme di denuncia e di giubilo della lingua, in Fabrica prevale la denuncia. Il risultato è un andamento per distici ipermetri, spesso addirittura scavalcati da una o più parole, a segnalare una registrazione senza dubbio lucida, ma fondamentalmente risentita della lingua–oggetto. Leggiamo da per mondi mediali non più

per mondi mediali non più territoriali ché dicono passato
ormai lo stato forma peritura usa un tempo a convogliare
capitali e infrastrutture
per pure antenne domiciliari per ali per fenomenali intrecci
di cavi per vie nervose per cerebrali allacci e terminali
(…)

Il soggetto è così ridotto al ruolo di punto di vista giudicante di fronte a uno scenario in cui si accalcano “fatti”, senza che tra di essi sia possibile prendere posto, sperimentare una sintonia emotiva o fornire una risposta diversa dal puro diniego. Nei due libri precedenti, l’idioletto costituiva non solo un diaframma difensivo, ma anche un territorio abitabile, un inframondo tra la soggettività del poeta e il saturo paesaggio delle merci. In Fabrica l’opposizione è invece frontale, e più scoperta è dunque l’attitudine giudicante, ma inevitabilmente anche più fragile, a fronte di un’invasione onnilaterale delle frasi–oggetto. Aveva dunque ragione Mesa ha parlare di Fabrica come di un libro di “crisi” e di “transizione”: ma anche in quest’ottica, il libro di Cepollaro appare compiuto, la crisi trova la sua adeguata e peculiare lingua, la transizione non appare come un’incertezza delle soluzioni formali, ma come una specifica forma che mantiene in sé sia tracce del passato che elementi inediti.

 

3.

Ma di quale crisi stiamo parlando? Tema esplicito di Fabrica è l’attraversamento di una profonda crisi, che è strettamente legata ad uno stadio di inasprimento accelerato dei rapporti sociali e delle forme di vita all’interno delle società occidentali e tardocapitalistiche. Ma la crisi di cui parla Mesa è un’altra, di portata minore e biografica. Essa costituisce il tema del libro successivo di Cepollaro, Versi nuovi (1998–2001). Questo libro è incentrato su un’esperienza di conversione nel senso più tradizionale del termine. Il soggetto giudicante di Fabrica ha abbandonato la sua postazione panoramica, l’architettura ideologica che sosteneva la sua contrapposizione frontale con il mondo ha cominciato a frantumarsi, e in questa situazione di inevitabile dolore e rovina sono però emersi varchi di prossimità e fratellanza imprevisti con il mondo e gli esseri umani. Se dunque Fabrica segnava una frattura rispetto ai primi due libri del trittico, Versi nuovi segna una frattura rispetto all’intera impostazione che aveva animato il trittico. Abbiamo nuovamente un mutamento di forme e di lingua, ma soprattutto un mutamento di postura del soggetto poetante.

 

4.

(Prima parentesi. Nell’evoluzione del lavoro poetico di Cepollaro caratterizzata da fratture e rivoluzioni, dove pare non esserci mai una progressione per integrazioni successive, ma solo strappi violenti e bruschi mutamenti di rotta, alcune costanti rimangono riconoscibili. Una delle più evidenti è il nesso vita–scrittura. Questo nesso, che è emerso nel giovane Cepollaro all’insegna di un’ideale programmatico, si è poi mantenuto attraverso crisi e conversioni, manifestandosi, anzi, nella sua esasperata necessità. Il nesso dunque è rimasto, ma è profondamente mutato il sistema di valori a cui esso rimanda. Durante la fase giovanile, nella prospettiva eroica e agonale veicolata dall’eredità avanguardista, la vita doveva inverare la scrittura, l’azione colmare lo scarto che la scrittura pone tra il soggetto e il mondo. L’esigenza di rimanere fedeli a questo nesso, era anche un modo per verificare la legittimità della propria auctoritas di poeta e intellettuale. Dopo la conversione, il modello eroico e agonale è stato rigettato, ma non la fedeltà al nesso vita–scrittura. Ma ora è la scrittura che apre uno spazio di salvaguardia necessaria, di tutela costante, di fronte ad una vita che appare in tutta la sua fragile esposizione alla sorte. La scrittura è dunque forma indispensabile, seppur limitata e provvisoria, per procedere all’emendamento dei guasti. “Emendamento dei guasti” s’intitola, infatti, la prima sezione di Versi nuovi. Dunque la vita ha bisogno di questo spazio di “purificazione”, tanto più quanto l’io è ormai spoglio anche di quell’armatura ideologica che gli offriva un punto di vista giudicante sul mondo. Quest’armatura ideologica era costituita dal pensiero critico di matrice marxista. Essa non viene sconfessata dall’autore di Versi nuovi, ma arretra sullo sfondo, cessa di essere la chiave di lettura predominante, il punto orientativo della visione nei confronti degli eventi quotidiani. L’effetto, da un lato, è quello di smarrimento del soggetto, dall’altro, di sfaldamento del quadro generale in cui esso è inserito. Insomma, viene meno la possibilità di pronunciarsi sui “destini generali”, laddove con estrema problematicità e urgenza emerge la storia individuale, ricca di nodi irrisolti e lacune, di gioie e paure. Questo smarrimento, però, è percepito come un’importante occasione per approfondire la conoscenza di sé e riconoscere la “precarietà” costitutiva della propria presenza al mondo, che si manifesta indipendentemente da quelle stesse circostanze storiche che tale precarietà possono accentuare o adombrare.

Questa lunga parentesi ha come scopo di ricordare la centralità del nesso scrittura–vita, che in Cepollaro non assume mai comunque i toni dell’autoironia, della mascherata tra l’indulgente e il sacrificale che ritroviamo in Giudici e, seppure con toni più grotteschi e parodistici, in Sanguineti. In entrambi questi autori il nesso scrittura–vita è esibito costantemente, ma attraverso una forma di esorcismo ne è anche disinnescata l’eccessiva gravità. In Cepollaro, invece, questa gravità persiste fino a quest’ultima raccolta, Lavoro da fare. Nessun tentativo ludico o teatrale di depotenziare questo nesso, quindi, ma neppure esigenza di esibirlo. Esso è ossessivamente presente come condizione stessa del vivere: senza la zona di arretramento e messa a distanza fornita dalla scrittura, la vita di Cepollaro parrebbe segnata da puntuali ma ricorrenti disintegrazioni. Alcune poesie di Lavoro da fare sono infatti ricomposizioni di esperienze ai limiti dell’esplosione (o dell’implosione): dove meno conta la specifica causa scatenante – che può essere, ad occhi estranei, importante o infima – rispetto all’emblema che essa finisce per assumere, di minaccia per l’equilibrio esistenziale del soggetto. Cito, ad esempio, i primi versi della poesia d’apertura:

calmati o il cuore ti scoppierà e non è metafora
poetica ma proprio sordo tonfo d’organo
risposta che travalica
domanda e nel vuoto degli occhi
si schianta
ora scrivi come hai sempre fatto
e non scherzare più col fuoco
della vita

(…)

Per tutte queste ragioni siamo inevitabilmente scivolati dal Cepollaro–autore al Cepollaro–personaggio (personaggio, e non maschera), e ci stiamo permettendo, piuttosto che una seria analisi strutturale, una più rischiosa ipotesi psico–critica. Ma la componente autobiografica esplicita nelle due ultime raccolte, seppure bilanciata da altre componenti di natura diversa, giustifica per certi versi questo percorso di avvicinamento al testo.)

 

5.

Nei confronti di Versi nuovi e ancor più di Lavoro da fare ho avuto come un riflesso crociano: ho sentito l’esigenza di andare, in queste raccolte, alla ricerca della poesia. Ciò non deve neppure stupire. Dopo la “conversione”, Cepollaro ha consapevolmente e sistematicamente ridotto il tasso di letterarietà dei suoi testi, ma non nella prospettiva di qualche residua strategia anti–letteraria di matrice letteraria (ancora mosse avanguardistiche). No, lo ha fatto per un’esigenza di “purezza”. E si legga: una volontà di denudarsi, di diminuirsi, di ritrovare gesti semplici, elementari. Lo sfrondamento avrebbe potuto farsi in nome della “verità”, ma seppure tale ombra (terribile) non è del tutto assente dalle ultime due raccolte, vi è un moto che costantemente la schiva, come si schiva una pericolosa tentazione.

D’altra parte, il primo a porsi la domanda è stato, ancora una volta, Mesa: “Sì: mi chiedo perché sono scritti in versi, i Versi nuovi. Che sono un libro di meditazione. Che diventa un libro di devozione.” Per quanto riguarda Versi nuovi, anch’io so perché quella meditazione e quella devozione è anche poesia. (Anche se, diciamolo ora, sono quasi convinto che a Cepollaro non importi più rassicurarsi sul fatto di scrivere ancora della poesia. E ciò non inficia per nulla la necessità del nesso vita–scrittura. Non abbiamo infatti parlato di vita–poesia. La scrittura rimane modalità di vita per Cepollaro, anche se non dovesse più o non potesse più essere riconosciuta come “poesia”.)

Quello che Biagio scrive in Lavoro da fare assomiglia molto a della preghiera. Se i suoi testi fossero esclusivamente dei testi di preghiera penso che smetterebbero di interessarmi. Il motivo è semplice: nella sua pura dimensione letterale la preghiera non può interessare un ateo. E io lo sono. Come parola che, ringraziando o invocando dio, dice anche altro, parla dell’uomo, della psiche o del mondo, allora la preghiera interessa anche un ateo. Ma innanzitutto non credo che Lavoro da fare sia una raccolta di preghiere. Me lo dicono, ad esempio, le due poesie di apertura della raccolta (calmati o il cuore ti scoppierà e non è metafora e ora ti tocca prendere) che sono forse le più belle, senz’altro le più intense e definitive. E fanno pensare a quelle visioni di “denudamento” di Beckett. Qui la devozione è rinviata a tempi migliori, e la creatura gioca esclusivamente su di sé l’impatto violento della sorte.

 

6.

No, non posso già parlare di Lavoro da fare. È troppo presto. Ho cominciato solo adesso, leggendo comparativamente quest’ultima raccolta e quella precedente, a capire un po’ meglio la precedente. Posso però citare dei versi che trovo, che meglio rappresentano la forza penetrante di questa “nudità” di sguardo e di tono:

(…)
e quindi ricominciammo
dalla fine: cose
e spettri si equivalgono per la vita
della mente
e la vita di fuori
(quella che resta
sottratta allo sterminio
della storia)
è ridotta a ben poca cosa:
i grandi cambiamenti
sono spesso solo cambi di indirizzo
o di modi di vestire.

Ma è questa una tentazione crociana, ancora. Andare a estrapolare dei versi in qualche modo “conchiusi” da quello srotolarsi del ragionamento, da quel “vedere parlando”, da quella meditazione e autoanalisi, che costituisce lo specifico dell’ultimo versificare di Cepollaro. Versificare che pare liberarsi anche di quella che è stata a lungo la sua più sicura, talentuosa, seconda natura di poeta: la tecnica del montaggio.

 

7.

(Chiusura con seconda e ultima parentesi. La storia delle diverse raccolte poetiche di Cepollaro fino ad oggi, potrebbe essere riassunto attraverso un titolo: l’impossibile concretezza. (Si legga qui il contrario di un’attitudine epicurea, in Cepollaro prevale un’ossessione di tipo filosofico di più radicale portata: il concreto non è la superficie, ma l’armatura profonda del mondo, l’ossatura elementare, laddove i fondamenti ultimi si confondono con il nulla.) Nel concreto è il presente che si manifesta (e nient’altro che esso), così come il corpo sensibile. Il concreto è il sogno, l’utopia dell’immediatezza. Il marxismo ha insegnato a Cepollaro che l’immediatezza, nel mondo capitalistico, è menzogna. Che la realtà delle cose è accessibile solo mediatamente. Ecco allora il diaframma dottrinario del marxismo come garanzia di una recuperabile concretezza.

Ma il diaframma non solo accompagna, ma chiude: la cura si trasforma in male. Nel frattempo, però, la lingua di Jacopone è una promessa di massima concretezza: la concretezza del mistico. Colui che ha fatto esplodere i diaframmi dell’impalcatura ideologica, per andare all’esperienza di Dio, muta e immediata, nella “carne del mondo”. La conversione, esperienza cruciale di Versi nuovi, segna il ritrovamento dell’immediatezza, del concreto? Insomma, il ridimensionamento radicale del diaframma dottrinario marxista segna una semplice “regressione” ad una fase pre–teorica ed ingenua? No. Le esperienze di meditazione buddista e la pratica del Tai–chi–chuan sembrano offrire, da un lato, una possibile conciliazione sempre sognata con “il concreto”, dall’altro la differiscono indefinitamente, in virtù di un percorso estremamente arduo e lento. Eccoci dunque al paradosso delle raccolte “dopo la conversione”: esse, avendo ricercato una postura “post–teorica” (rispetto al marxismo) e ricollocando lo sguardo del poeta nella massima prossimità, quasi cieca, del concreto, si trovano costantemente a combattere con la “mente”, in tutte le sue dimensioni di astrazione, mistificazione, deformazione. E una delle parole–chiave di queste due ultime raccolte è appunto “mente”, con tutti i suoi sinonimi: “cervello”, “intelletto”, “testa”, “pensiero”, ecc. Di conseguenza, uno dei principali leit–motiv è quello della “liberazione dalla mente”. Se ne possono trovare in numeri esempi tanto in Versi nuovi che in Lavoro da fare. Scelgo da quest’ultimo libro:

(…)
ci vuole dire abbiamo fin qui
abitato la nostra mente in un modo
che ora ci uccide, ci dice: è necessità
sgombrare la mente ché quel che appariva
amico fin qui si è rivelato terribile
nemico che oggi sappiamo finalmente
cosa sono le afflizioni
della mente
(…)

Forse il tema più convincente di queste poesie non è tanto quel “concreto” che ancora pare inattingibile, ed impossibile, nonostante sia costantemente invocato. Forse il tema vero sono proprio le “afflizioni della mente”, ma anche i “sollievi della mente”, quegli sprazzi di pace e di concentrazione calma, di visione tersa e chiaroveggente. Il luogo comune dell’ultima poesia di Cepollaro è ancora questa “cattura nella mente”, e la povertà esistenziale di questa condizione, che ci riguarda tutti. Non dunque un resoconto di saggezza, più o meno prossima, forniscono questi versi. Essa riguarda semmai l’autore, il suo percorso al di fuori dei versi. Ma nei versi, quello che veramente ci incanta e chiama, è questo dibattersi con noi stessi che conosciamo, questo dibattersi per la felicità e il presente, per l’amore dato e per il concreto vissuto. Con anche imprevedibili doni, a volte.)

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