Biagio Cepollaro: ‘Versi Nuovi’ – prefazione di Giuliano Mesa

Versi Nuovi

Biagio Cepollaro

2004, p. 192

Oedipus Edizioni (collana I Megamicri)

 

 

(Giuliano Mesa, prefazione a Versi Nuovi, Oedipus editore, 2004, Pensieri interrotti)

 

Discendi sempre dalle nude alture
dell’intelligenza nelle valli verdeggianti
della stupidità
.”

Ludwig Wittgenstein

 

Cominciare: “meritare l’inizio di ciò / che continuamente comincia”. Continuando, dal silenzio di ogni auctoritas presunta, sempre in agguato. La fortissima componente autocritica (di critica dell’autòs) che muove e attraversa questo libro inibisce, ed è salubre inibizione, la posa autorevole del discorrere critico. Ancor più per chi li ha visti nascere, uno dopo l’altro, i Versi nuovi, in un dialogo di amicizia e di vita, prima che di poesia. Prima di un dopo, certo. Dopo che nella poesia ci si era incontrati, conosciuti. E mentre, ancora, la poesia accomuna. Una poesia minuscola, più che mai, e più che mai non una. Accomunante nella comune pulsione a “cantare nel deserto”: “come il merlo […] che nel deserto / da solo si mette a cantare / e – imbarazzo per etologi – / non per comunicare / qualcosa / pur avendo a disposizione undici / segnali”. Cantare, rendere sonoro il proprio dire, fuori di sé. Cercando sempre un con-canto (un contro-canto, punctus contra punctus). Emettendo segni-segnali non inclusi nel repertorio della (sedicente, cosiddetta) comunicazione – nuovi. Nuovi del nuovo che è soltanto, e solo – davvero solo – l’odierno, l’inizio di ciò che continuamente comincia, la fine di ciò che continuamente finisce. L’odierno più che minuscolo di una voce tra miliardi di voci. Non infimo. Anche grandioso, ancora, nella sua innominabilità. Ancor più grandioso, e meravigliante, quando la irrilevanza, l’infimità, di ogni singola vita è nutrimento principale dell’esistere societario.

[E’ irrilevante, infima, impensabile, l’infima vita che finisce finita dalla bomba sganciata da un aviatore che, sganciandola, pensa alle rate da pagare per i suoi elettrodomestici. Quell’aviatore, di cui ci raccontava Anders in L’uomo è antiquato, che forse, sganciando, pensando a come spendere il suo stipendio da omicida apollineo (“colpire da lontano”), cantava. Sappiamo. Anche del “Trionfo dell’omicidio”, dionisiaco, che Jean-Jacques van Vlasselaer rinarra in La musica nei campi di concentramento nazisti.]

Cantare in ascolto. Il canto interiore e quello esteriore non sono mai identici. Nell’interiorità che si presume autonoma, la voce, la sua imago, per quanto costantemente intrisa dal rumore del pensare ininterrotto, può fingersi temperata, superiore, librata oltre il contrappunto fittissimo dell’essere pensati. Può fingersi forma autotèlica, stile, eccellenza, superposizione di un sé maiuscolo e assoluto (ab-soluto, autonomo) da ogni esperienza d’ascolto.

[Il temperamento equabile è, notoriamente, una finzione. Chi lo ha inventato, cantando – Bach – lo sapeva. Non chi, poi, lo ha voluto naturale. L’Arte della fuga, nella sua astrazione, suona il non ripetersi della ripetizione, chiama la voce, il canto mai temperabile…) (Interrompo un pensiero che avrebbe bisogno di tanto tempo. Scrivo scrivendo a chi, dopo aver letto i Versi nuovi, si pone domande. La mia domanda, implicita, è: perché in versi? Sì: mi chiedo perché sono scritti in versi, i Versi nuovi.

Che sono un libro di meditazione. Che diventa un libro di devozione. E so perché ma sono ben lungi dal saperlo dire. Forse spero di non saperlo dire mai. Se sapessi dire in quale condizione di ascolto scrivo queste parole, forse direi più di ogni filologia, o di ogni “militanza critica”. Direi a chi? Alcuni giorni fa ho scritto una piccola lettera a Biagio:

“Caro Biagio, rileggo i tuoi versi nuovi, prendo appunti, seduto a un tavolo di bar. In televisione – ché sono sempre accesi, i televisori – un documentario ameno sulla Pietra di Bismantova, nell’Appenino reggiano. Da quella pietra, due autunni or sono, si buttò nel vuoto una mia cugina. Ne rimase una poltiglia. Questo non so pensarlo. Non so pensare questo insieme, questa compresenza e contiguità e con-fusione. Non so più amare (capire?) l’arte se non è estrema tensione di pensiero, senza finzioni né infingimenti… ‘arriva un tempo in cui l’arte non ci concede più di nasconderci’”.]

[E poi ho ricordato versi miei, scritti alcuni mesi fa, che Biagio ha letto e riscritto, trascrivendomeli in una sua lettera, e li trascrivo qui, poiché forse attengono: “la mia vita / non la conosco più // se ne va via / se ne sta andando via / e non so dove // [detto così, / è detto male, sì- / mal detto, come sempre, / caro Sam – / ma non si dice meglio / facendo sfoggio di virtù, / d’arte virtuosa, / che si pretende così grande / da dirla tutta, / la vita – sì, è quasi lo stesso nulla / che ci riempie, / e lo sapeva, James, / e altri, / e tutti gli altri morti / senza poter dire – // [dillo, tacendo, / ai microfunamboli / sempre accalorati / dal circolare, frenetici, / nel circo – / dillo, da idiota, / agli idolatri del visibile – / dillo tacendo, qui, / ché tanto, ancora, / fingeranno di capire]

Ininterrotto. Dopo le parentesi. Sulla voce esteriore. Che è forma. L’unica forma vera perché sonora, condivisibile; che interrompe la finzione autocràtica dell’armonia interiore, della pseudoconciliazione escludente. Dàndosi una forma, si pone in relazione con la parzialità. Con la propria, e con quella di tutti. Immedicabile, se non ri-conoscendola, forse soprattutto nella sua impotenza a medicare (ché il phàrmakon medica mentre avvelena, o viceversa, o insieme, mentre… come la musica a Theresienstadt, sì; e come adesso, in questo mentre, ché cantano sempre tutti, e tutti insieme, quelli che muoiono uccisi e quelli che muoiono uccidendo).

[Forse in preludio a queste parole poverissime, ho riaperto il Bardo Tödöl, leggendovi, ancora, una ossessione monoteistica, dove il monos è l’autòs, l’io che non accetta mortalità e parzialità… Ancora, poi, in contrappunto, ho ritrovato parole nel Libro dei morti egiziano: “La terra apparirà di nuovo come Nun, come oceano, come nel principio.” E in Saffo: “morta giacerai, né mai memoria di te / sarà, neppure in futuro, infatti non hai parte delle rose / di Pieria; ma invisibile, nella casa di Ade / vagherai fra le ombre oscure, vorticando”. E in Callimaco: “Presto saranno grigi i tuoi capelli, / e sùbito il passato con dolore / ti affollerà la mente.” Nella mente si affollano parole, insieme. A cucirle insieme si mentirebbe la menzogna del tout se tient, in trama e ordito. Ogni rammendo scuce. Invece. In vece di ogni presunzione onniesplicante. Senza legato, sapendo fare ben poco se non pochi collegamenti di memoria (la Pieria, sì), sentendo affollarsi il dolore nel sapere “del corpo che pensa” (Nel tempo e dietro), sentendo che “sono vere queste nostre / prove d’amore”… sentendo, ascoltando, riapro il Beethoven triumphant di Berryman… “often unsure at the end”… Finire, interrompere, come cominciare, marginando l’ininterrotto per rimarginarsi e dire, continuare a dire, riaprendosi al non-vuoto, mentre…]

Mentre. “che cosa farne del vuoto” (per ogni giorno); “aprire il vuoto”, “aprire dov’è il solido dell’accadere” (versi nuovi). Il nyn, il nunc. Il Nun egiziano: il caos originario. “Non è vuoto, non è vuoto”. Il presente non è mai vuoto. E’ una pienezza indicibile. Ciò che non sappiamo dire è la com-presenza. (E com’è forte l’impulso ad interrompere questi pensieri per dire dell’adesso! Sarebbe, con i Versi nuovi, il dialogo più intenso, ma non saprei dirlo se non fingendo ancora la finzione dell’autore onnisciente… “è finito il tempo dei nomi” (versi nuovi); “nominando tutto come si copre un cadavere / con un lenzuolo” (corso buenos aires, finestra)… Penso che Biagio pensi alla fine del nominare autotèlico e della presunzione nominalistica totalizzante (onninominante). Lo pensa nominando. Nominando nomi, nomi-forme, ché non abbiamo altro per dire l’altro dall’autòs. Nomi-forme, nomi-suoni, mai coincidenti con le cose né mai con la loro rappresentazione nominalistica. La forma – il canto – è il non sapere che prende forma, per dirsi incognito e inconoscibile, “all’inizio di ciò che continuamente comincia”: per meritarlo.

 

NOTA. Questi pensieri interrotti, stupidi, hanno almeno due precedenti: Nel camminare accanto. Piccola fabrica per Biagio Cepollaro, in Fabrica, Zona, Arezzo, 2002, e Il verso libero e il verso necessario. Ipotesi ed esempi nella poesia italiana contemporanea, in “il verri”, 20, novembre 2002.

RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI: Ludwig Wittgenstein, Pensieri diversi, ed. it. a c. di Michele Ranchetti, Adelphi, Milano, 1980; Günther Anders, L’uomo è antiquato. Considerazioni sull’anima nell’era della seconda rivoluzione industriale, Il Saggiatore, Milano, 1963 (nuova ed. Bollati Boringhieri, Torino, 2003); Jean-Jacques van Vlasselaer, La musica nei campi di concentramento nazisti, in Enciclopedia della musica, dir. J.-J. Nattiez, I. Il Novecento, Einaudi, Torino, 2001; Il libro tibetano dei morti (Bardo Tödöl), a c. di Giuseppe Tucci, Utet, Torino, 1972; Letteratura e poesia dell’antico Egitto, a c. di Edda Bresciani, Einaudi, Torino, 1990; Saffo, Frammenti, a c. Antonio Aloni, Giunti, Firenze, 1997; Callimaco, Epigrammi, trad. di Alceste Angelini, Einaudi, Torino, 1990; John Berryman, Canti onirici e altre poesie, a c. di Sergio Perosa, Einaudi, Torino, 1978.

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