L’Aria n.2: Quasi un’anatomia

Déculottez vos phrases
pour être à la hauteur des Sans-culottes
(Frase del Maggio francese)

1.

Nel 2010 ho interpretato il Monaco di Alessandro Seri, Città fantastica di Nino Cannatà, Proprio dove mi trovo io di Alessandra Chiodi, il servo muto nella mia Saffo (blesa): nel primo dramma ero il monaco Gerolamo, nel secondo ero Lorenzo Calogero, nel terzo ero Martius, un dittatore ambiguo, innamoratissimo e ridicolo nei suoi urletti; nel quarto, il servo era il giocattolo vivo di Saffo: toy boy, il bersaglio dei lanci, uno a cui dire «lavami i piedi», una schiena su cui sedersi.
Dopo un anno, ora mi vedo più liberamente – posso dire: mi svelo –, anche perché non interpreterò di nuovo Gerolamo, Lorenzo, Martius [quanto al servo di Saffo, le performances future saranno più orali che fisiche: riprendo in me, su di me, i ruoli di Saffo e del servo, come lettore, stabile e nervoso; lo spettacolo, se ci sarà, dovrà vivere in modi diversi]. Come attore, ho sempre pensato di non essere un attore: forse più un sensitivo [di che cosa?], o semplicemente un sensibile [a che cosa?], ma non un attore vero. Di che cosa, a che cosa?
C’era un nesso, bello solido, e ora lo trovo inquietante: lo smarrimento dalla Grazia al Peccato peggiore (fornicazione, stupro, omicidio, suicidio), dall’equilibrio alla malattia (il medico Calogero diventa l’ospite di Villa Nuccia), la sregolatezza assoluta per amore, l’assolutismo per amore (anche fisico: come è fisico e accecante per il Monaco e per Martius); e in generale la mancanza di salvezza, e quindi il rischio della disperazione, la cosa imperdonabile. Non mi sono negato nessuna cosa. E quello che Seri fa dire e fare al Monaco è quasi esattamente un pezzo della mia vita: dunque karma e psicodramma, in nome di un’intensità passionale per cui il corpo non si getta solo nella lotta, ma si getta proprio, tende alla morte, si degrada. E l’aggressività – thánatos – non trova sfogo, o si trattiene o dilaga malissimo (omicidio e suicidio), mentre l’éros arriva a coincidere con la vita, parassitandola come un tumore. E la vocazione, cioè il tutto?
La vocazione passa in secondo piano: sia per il Monaco immaginario sia per il monaco-scrittore; sì, Lorenzo rimane poeta ed eccelle, completamente solo, a condizione di rinunciare alla medicina, alla società, al matrimonio, all’amore e al mondo. Martius è disperatamente pazzo della sua schiava: non sa di essere uno schiavo, che deve baciare Sveva ad ore fisse.
Così ho osservato in me questo contrappasso: l’anno 2010 ha conosciuto uno sregolamento poco rimbaudiano e molto insano. Ero intero e conscio, ma con poca speranza: quindi ero pieghevole perché ero debole, e la maestà della parola ha fatto il resto.

 

2.

È molto bello dissociarsi, dopo essersi associati.
È molto bello onorare il potere delle parole: altrimenti l’alchimie du verbe è solo il povero delirio del povero adolescente Rimbaud; e mi è impossibile leggerlo senza considerarlo profondamente vero, addirittura dogmatico.
È vero, e funzionante, solo ciò che si considera profondamente vero: l’uomo greco ha visto e sentito sirene, Dickinson non scherza su paganesimo e stregoneria, i prodigi segnalati dai Romani sono esistiti perché sono stati percepiti [la percezione crea l’esistenza, nella mente: la fede crea tutto], i Dialoghi con l’angelo di Gitta Mallasz sono stati veramente vissuti. Noi, anche se siamo scrittori, dimentichiamo troppo spesso l’autorità indipendente delle parole: le consideriamo semplici ferri del mestiere, e invece sono simboli e armi, o in sé o per la fede che le riveste [di cui noi le rivestiamo, in realtà].
Ho corso il rischio di entrare troppo nel sistema del Monaco, e forse ho perso. Ho conosciuto una scrittura felice, iacoponica e densa [la raffinatezza in chi ha un genius loci solido e materiale è imbelle e falsa: Alessandro Seri ha mostrato davvero le sue fattezze, più che in tutte le sue poesie]. E ho mostrato la mia faccia, ho dato la mia voce a parole troppo solenni e terribili per non avere degli effetti, se la mente ha fede nella parola: «Io sono il verbo, unto dal Signore fino al tallone della conoscenza»; e sull’altro versante, quello oscuro: «All’inferno non avrò occhi che per te», «L’opera è compiuta tutta intera, la mia salita al trono, la morte che trionfa, scomunica, mistifica…» [cito a memoria, dal repertorio della mente].
Il dramma si spiegherà da sé, di esecuzione in esecuzione. Ora non mi dispiacerebbe interpretarlo ancora una volta, per provare a reggere il rito, a deviarne gli effetti personali: dovrei, e potrei, essere Gerolamo senza la vergogna della vita e della vocazione; cioè senza la voglia di scomparire. Non so se sarà possibile. Quanto al dramma, è elementare – in senso positivo – e come un dramma liturgico: in fondo è teatro di parola e non ha bisogno di una grandissima esegesi. È sufficiente interpretarlo con la tensione giusta, purché il protagonista non sia debole: altrimenti il testo lo supererà. Qui, perché l’esperienza è il primo laboratorio, ho allineato delle considerazioni, tra le più istintive del mio diario: su questo schermo sono nate poche cose meno accettabili, lo so.

 

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5 Comments

  • prima di tutto, una cosa maestosa e inusuale (Amelia Rosselli, sempre: maestà, potenza, inusualità, furore):

    http://www.youtube.com/watch?v=kTk1jkAWmbw

    e poi copio e incollo il monologo estratto dal corpus di Raffaele Perrotta, e letto/fatto/amato/urlato e sussurrato il 9 aprile. la frase sulla vita poco vigorosa se non ha parole-nelle-parole è per me un motto, un monito, sempre.

    massimo sannelli
    L’estro
    montaggio di testi di RP: Insignia, Antro immane, Ombra a rilucere

    ¿chi è illustre, fra voi? [silenzio]

    Musa eccellentissima non c’è. non si va alla mèta.

    [silenzio] il cavaliere antico ama la sua Musa. la nostra conoscenza è costretta al velato oscuro. ora sono tra le mie carte, mi circondano. compiuta missione di linguaggio, ¿dov’è l’opera di discorso? nella scrittura, testuale. la p/Parola, problematica prima. per la conoscenza delle conoscenze. nel mio ìntimo è venuta a visitarmi la Morte. la vita al suo culmine estremo. cioè la morte. la morte dell’imperatore e del suo cane. l’innamoramento non trova l’adeguata verbalizzazione. il distacco dalla carne¿che faremo noi tutti? ¿a cercar ombra viva a fuoco lento nella città intesa comunitaria visto che comunità è scorporata? ¿appassiscono le memorie, si ridestano? ¿ma che sarà di noi fra millenni a venire? ¿orrida pace e orrido silenzio? nelle biblioteche. o ¿un magnanimo dio ci terrà in vita? (il mio cane). creare con Gioia! e ¿la Morte che ci fa tacere? leggendo i libri vediamo i Morti vivi.

    ¿quante le memorie che sono in noi senza che le si abbia presenti? frammenti, e nebulosi, queste le memorie che memorizziamo; ma un essere che non fosse MEMORIANTE nemmeno di frammenti, e nebulosi, vagherebbe sconclusionato – per deserti sconfinati. memorie: grande scrittore per grandi scritture. porsi agli studi storici, con riserva mentale. io sono – uno studioso di documenti storici, scrittura testuale di originali.

    [silenzio]

    l’anima brucia sempre di più. lo scritto è avventurato ai limiti stessi che procurano le ambasce di tutta una vita consacrata al SEGNO DA NON VIOLARE – nemmeno in area d’avanguardia!! EGO SUM – per modo di dire – sempre! – lo stravizio dello scrivere. ma diranno che questa è maninconia (agosto 1997).

    [silenzio]

    ¿la Storia, ma le storie? mi sono compreso.
    sto con la grammatica.
    non ho rispetto che per l’Ombra.
    ¿e gli uomini? biologia. non ben riuscita. uah!
    ¿forse in attesa di superuomini?
    ¿ha scritto delle brutte poesie?
    ha scritto delle poesie passabili.
    d’altronde la rettitudine non è una retta, e la buona volontà è una morale di potenza che vale come valgono le morali: la morale è il soggettivismo di una pratica epocale.

    [silenzio]

    ¿chi è illustre, fra voi?

    [silenzio]

    ¿ma noi – noi – noi si è lettori o nominatori?
    déi cosmi e le nostre vite. a parola non si comanda. cammino fangoso, io con sé io, ¡ma è così difficile ritrovarsi!
    ci si deve sostenere da sé, al più tenendo aperti i libri.
    …parole nel gioco delle parole, so che le parole hanno nelle parole il tesoro e il segreto dell’universo e so che le parole nelle parole smuovono le montagne, cambiano il mondo. [A SCATTI] e so – che senza – le parole – nelle parole – la mia vita – avrebbe – da vivere – una vita – assai poco – vigorosa.
    la parte non vede il tutto differenziato.
    ¿chi stabilisce il testo?

    [silenzio] chi ne fa esperienza: ottenendone esperienza.

    se scrittura segna, a segnarsi scrittura……scritture INSIGNIA, λojanto è asemanticamente λojanto.
    l’io stesso non è un Attore, è un attore, uno fra mille. e non recita la commedia, personaggio vivente è tragico, non sa dove conducono le parole della sua memoria.
    ma il palcoscenico storico continua a esserci. si provi l’attoriare anormale. oltre ogni misura, la sintassi, prodiga nell’allineare il discorso, IMPRIGIONA MENTE E PENSIERO. tutta la misura è convenzionale.

    [silenzio]

    ¿c’è ancóra da dire che non sìa stato detto? sentiero di destra e sentiero di sinistra. preoccupa il come – COME – dire la linguisticità, la lunga attesa dell’oracolo. le voci del mondo t’irrompono nel tuo studiolo quando meno te lo aspetti. ma che sìa chiaro all’attenta lettura: filosofo pur musico, parola è una parola il cui suono esprime quell’una parola, parola scelta, dopodiché discorso fatto s’apre a discorso da rifare, e così nei secoli la storia del discorso è storia di discorso in discorso, dalla citazione all’innovazione, di discorso.

    si ha patria se si ha patria, e la patria non la regala nessuno, nonostante che sìa un patri-monio: come ogni ‘cosa’ forte, la patria la si conquista, e allora soltanto, nella conquista dello studio studiato, non si è figli illegittimi.
    faccende di casa, istinti: emergono.

    [silenzio]

    non scelgo, sono nell’ignoto, non decifro.
    ¿come si racconta la vita di un Campione autore d’«opera»?
    ¿con la sua stessa vita di Campione autore d’«opera»?
    parole chiamano.
    [con voce infantile] ¿perché ha scritto così? [con voce matura] perché ha scritto così. voce coraggiosa dello pseudoautore.
    ¿ma chi sono IO per scrivere parola ferma di destino – e vantarmene?
    ¿sono forse antico trageda?
    non sono fatto per esternare, questo lo so – perché penso di avere della dignità.

    io non ho metodo, forse nemmeno l’ombra dello stile, lascio venire a me le parole che non sono che segni come [veloce tutto attaccato] i suoni i colori la terra e il cielo.
    intorno al Teatro si dice che è un Fenomeno; ¿ma chi ha visto da vicino un Attore? mal celato sembiante del forgiabile, un pezzo di Storia che viene ad aggiungersi a quello che è stato – un po’ di roba spettacolare – che non sapremo mai in quanto accadimento.

    uuuuh…. ¿il mio status? ¿chi me lo riconosce? ma –

    ¿è necessario che si nomini il mio status? il mio status è la mia opera. io sono io senza identità da professare. è la mia opera che professa per me. sono l’ultimo a darmi un nome

    l’Ulisse di Tennyson: to strive. to seek. to find. and not to yield…….. con le mie carte imbrattate di odissee, e non venir méno a fin di bène e non mi scordo raffaele perrotta, nato a, il, Italia, per puro accidente. tentiamo di giocare una carta, si salvi chi può. un or-che-stratore di sofismi. ¿come si pensa? ¿qual è il méthodos? mythos racconta cháos. dáimōn – anche influente – e eros si pareggiano. non il Soggetto, eppure il Personaggio avvince. capolavori a mezza strada. non accontentarsi del passo che si è fatto. l’ululo del vento. consumarsi nello scrivere la settima lettera alle Muse e alla memoria. e:
    noi lottatori ¿meritiamo questo fronte di lotta?

    il tono si fa alato.

    ¿c’è modo di tenerlo alato?

    dipende.

    dipende dall’astro —- estro —- che si ha.

  • mancante di rete, approfitto di un po’ di wireless – e il corpo che cambia e il bagno di sudore (Pelù poeta – perché *no*?) approfitta del quadrato bianco per scrivere ancora un po’ del suo diario.

    l’eccellenza non manca. ci sono libri buoni migliori ottimi: per esempio Cuore comune di Morresi, il poemetto di Cipriano sul Terremoto – e a poco a poco ne dirò, mancando di rispetto al silenzio (non tutto il silenzio è santo o sacro)

    gli attori del Living Thatre Europa trascinavano il pubblico in scena. ma lo spettacolo (dico la versione urbana di Green Terror, non quella teatrale, più dominata da Brackett) aveva un pregio: bellezza dei gesti, delle azioni fisiche, dei corpi (il ventre che si scopre in Elisa… i capelli raccolti che cantando si sciolgono… e io lì, sempre: sensi tesi, mai senza passione, e forse ne scoppierò, come mi augurò Lorenzo Carlucci – e va bene, sempre meglio che NIENTE. qualche sera fa mi ha aggredito un ragazzo, drogato e in piena foia: ha avuto il fatto suo, non il frutto che cercava. il mio corpo è cambiato, non è più debole). e il Green Terror urbano aveva un difetto, lucidissimo: TROPPE PAROLE, troppa composizione incontrollata di parole, un haiku non può prostituirsi fino a dire “facebook il mio migliore amico”. non si lega bene un’azione fisica ad una domanda come “può una donna fare carriera senza darla?”

    eccesso di retorica, nel senso di OVERDOSE DI POESIA. ma la poesia non ama essere poetica. e dove poetici sono i corpi – bene, basterebbero i corpi. e qualche parola, qua e là, qualche vaffanculo, qualche ti amo, e tra Terra e Uomo (personificati, allegorizzati stancamente all’inizio dello spettacolo) basterebbero le parole della Bibbia: tu sei prezioso ai miei occhi, io ti amo. Isaia 43, 4, una volta per tutte e per sempre.

    vorrei ingaggiarmi fino a sfinirmi, portare il cuore al suo limite. l’amore è eccessivo, illimitato, scortese, geloso, irrituale, pazzo. l’amore usa poche parole, le usa bene. così la poesia, se proprio deve essere questione di poesia.

  • ieri si è presentato Raffaele Perrotta, qui – nessuna (mia) presentazione se non un omaggio al suo ESTRO, un monologo cucito su suoi testi, in piedi, mani nude: e se non fosse *così* (parafraso Perrotta) la mia vita sarebbe molto misera e fragile (con che voce flebile, con che viso da macello mi presentavo una volta: e la mandibola fu rotta per questo). e oggi intensamente procede il LIVING THEATER nella Città Barbara, con Green Terror! e io e altri lì, con i sensi accesi.

  • Mi inchino alla potenza di un coinvolgimento che Massimo, anche solo qui, ha saputo rendere …il testo di Alessandro emerge prepotentemente per il complesso contenuto, con risvolti psicologici non indifferenti. Un dramma di grande impatto reso sapientemente da una parola tonante, la vera protagonista.
    Intensità ad ogni livello, dunque.
    Grazie

    Amo il teatro, amo la parola, l’autore e il protagonista qui si rivelano geniali …o come ho fatto a perdermi quest’opera?! Alla prossima rappresentazione mi auguro di esserci.

  • devo aggiungere che la foto è di Federica Papa – e la ringrazio.

    ecco un altro pezzo dello scorticamento o del laboratorio: oggetto è il corpo. la fede nella parola, nel bene e nel male – e GLI EFFETTI DELLA PAROLA – è l’argomento, sempre.

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