Parola ai Poeti: Stelvio Di Spigno

Qual è lo “stato di salute” della poesia in Italia? E quello dei poeti?

Se guardiamo al numero di poeti che hanno raggiunto un pur minimo traguardo letterario, una sorta di maturità espressiva e motivazionale, si potrebbe dire che il “comparto” goda di buona salute. Ma permangono aspetti critici: la poesia italiana resta un genere senza pubblico e quasi senza lettori (a meno che non siano essi stessi poeti), con una scarsa rappresentanza internazionale e senza un poeta di grosso calibro da diversi decenni. Diciamo che siamo attestati su un livello medio che, considerato come tale, non è mai stato così autosufficiente. Ma i bilanci, nella storia delle lettere, si fanno alla fine, e noi siamo solo al primo decennio di questo secolo…

 

Quando hai pubblicato il tuo primo libro e come hai capito che era il momento giusto? Come hai scelto con chi pubblicare? Cosa ti aspettavi? Cosa ti ha entusiasmato e cosa ti ha deluso?

Sono un giovane poeta che per convinzione opera soprattutto sul proprio territorio. Nel mio caso nel Sud Italia. Non è facile pubblicare, da queste parti, senza contrarre un mutuo. Diciamo che sono stato fortunato. La mia prima pubblicazione è avvenuta nei Quaderni curati da Franco Buffoni, nel 2001. Avevo 26 anni. Poi, sono venute le due edizioni del mio primo libro, Mattinale, miracolosamente a costo zero. Non ho scelto gli editori: mi è stato proposto di mettere insieme dei testi e l’ho fatto, grazie anche a due “pigmalioni” che mi hanno aiutato con piccole realtà editoriali molto valide e attive anche se non a livello nazionale. Non mi aspettavo nulla se non la stima di chi mi ha seguito sin dagli inizi, e in questo non sono rimasto deluso. Col tempo ho capito che un libro di poesia è come un flusso emotivo incontrollabile. Quando si ferma (e si ferma sempre) è il momento di dargli un ordine, quale che sia, e pubblicarlo prima possibile. Le poesie invecchiano, come tutte le cose: non dovrebbero star chiuse per anni nel cassetto. Nel frattempo l’autore si evolve, o almeno si muove, e si rischia che il lavoro fatto, nella microstoria autoriale di un esordiente, non corrisponda più alle intenzioni di chi lo ha prodotto.

 

Se tu fossi un editore cosa manterresti e cosa cambieresti dell’editoria poetica italiana? Cosa si aspettano i poeti dagli editori?

Il problema dell’editoria in Italia è complesso. Il poeta si aspetta il grande contatto, il grande editore, ignorando il fatto che, in ogni caso, il libro lo leggeranno in pochi, e certamente non ci sarà qualche poltrona televisiva per sponsorizzarlo. Il carrierismo poetico (di per sé un ossimoro, vista la credibilità di cui gode la poesia in Italia) è il vero cancro di questa attività. Il punto di arrivo è la grande editoria nazionale, non c’è più  l’obiettivo di scrivere un libro nuovo, durevole, ricco. Diciamolo con chiarezza. Se si vuol far parte dell’establishment devi scrivere cose riconoscibili. Se si punta al successo non puoi rischiare di scrivere cose troppo peculiari, che sarebbero respinte e magari scoperte dopo anni. Chi è disposto ad aspettare anni per pubblicare un lavoro che potrebbe rappresentare una reale novità nel panorama poetico nazionale? Suvvia…

 

La poesia di domani troverà sempre maggiore respiro nel web o starà in fondo all’ultimo scaffale delle grandi librerie dei centri commerciali? Qual è il maggior vantaggio di internet? E il peggior rischio?

Penso che per ancora per un po’ il “doppio binario”, scaffale-web, andrà avanti così com’è oggi. Certo il web è una grande occasione e presenta rischi concreti, di tutti i generi; ma piuttosto che vedere i libri in fondo agli scaffali (quando ci sono, sia i libri che gli scaffali per la poesia), penso che valga la pena correre qualche rischio.

 

Pensi che attorno alla poesia – e all’arte in genere – si possa costruire una comunità critica, una rete sempre più competente e attenta, in grado di giudicare di volta in volta il valore di un prodotto culturale? Quale dovrebbe essere il ruolo della critica e dei critici rispetto alla poesia ed alla comunità alla quale essa si rivolge?

Una poesia senza critica letteraria è semplicemente impensabile. La sfida è in mano ai poeti: se si produce una letteratura insipiente, perché un critico dovrebbe interessarsene? L’interesse della critica è direttamente proporzionale alla qualità di ciò che si scrive. Un critico, di fronte alla banalità latente di tanta poesia di oggi, al massimo può inventarsi qualcosa di mestiere, per compiacere l’autore e legittimare la propria esistenza intellettuale. Ma la vera ricerca critica si fa intorno ad autori con personalità e ricchezza di mezzi espressivi. La critica scopre e illumina i testi. Ma se non c’è nulla da scoprire, la colpa non è dei critici. In questi anni la poesia non è stato il genere del quale la critica letteraria, di per sé capace e competente, si è occupata in modo organico. Ma non si può chiedere ai critici di parlare del nulla.

 

Il canone è un limite di cui bisognerebbe fare a meno o uno strumento indispensabile? Pensi che nell’attraversamento della tradizione debba prevalere il rispetto delle regole o il loro provocatorio scardinamento?

Occorrono entrambi. Non puoi evertire una legge se non la conosci. Tutto avviene in modo meno che cosciente, non si chiede ai poeti di imparare manuali di retorica e metrica a memoria. A loro è richiesto di giocare con le forme, di divertirsi con strutture e idee di stile, di ibridarle, senza arrivare a soluzioni da circo, come in parte della poesia di ricerca, ma evitando decisamente la maniera e l’obsolescenza tipica della tradizione italiana. Otto secoli di letteratura italiana alle nostre spalle possono essere un propellente eccezionale per chi ha fantasia, mentre possono schiacciare chi non possiede le chiavi e le soluzioni giuste perché non ha le spalle abbastanza larghe. Ogni poeta originale, poi, si sceglie la propria tradizione, la rinnega, la rinnova, come meglio gli riesce.

 

In un paese come il nostro che ruolo dovrebbe avere un Ministro della Cultura? Quali sono, a tuo avviso, i modi che andrebbero adottati per promuovere la buona Letteratura e, in particolare, la buona poesia?

Con tutto il rispetto, penso che il Ministero della Cultura possa fare ben poco se non creare clientele, ammesso che voglia spendere del tempo per la letteratura invece che buttarsi su bocconi più redditizi come il cinema e la televisione. La scuola, l’università, sono questi i capisaldi dove si dovrebbe incidere per studiare e imparare ad amare la letteratura. Ma so per esperienza che trovare un corso monografico su un poeta novecentesco è un’impresa; per non dire della qualità dei docenti, che rimangono al massimo ai livelli di contenuto, quando affrontano la poesia. Ho lavorato dieci anni nell’Università, posso assicurarvi che la situazione è deprimente.

 

Quali sono i fattori che più influiscono – positivamente e negativamente – sull’educazione poetica di una nazione? Dove credi che vi sia più bisogno di agire per una maggiore e migliore diffusione della cultura poetica? Chi dovrebbe farlo e come?

A rischio di ripetermi, penso che siano la scuola e l’Università a dover fornire i primi criteri di selezione e di gusto per comprendere la poesia. Ma pare che a una poesia senza più il prestigio di una volta corrisponda una scuola e un’Università senza risorse, senza idee, senza motivazioni. Le cose sono, come si comprende facilmente, avviluppate in un abbraccio mortale.

 

Il poeta è un cittadino o un apolide? Quali responsabilità ha verso il suo pubblico? Quali comportamenti potrebbero essere importanti?

Non so molto di apolidi e di cittadini. Viviamo in un tempo di anarchia compiaciuta, strafottente e godereccia, e qualsiasi atto di ribellione viene bollato come una bizzarria e subito archiviato come una delle tante manifestazioni di un mondo macabro e grottesco nel quale non ci si meraviglia più di nulla per professione. Se un poeta scrivesse un libro e venisse denunciato per alto tradimento, allora sì che si sarebbe assunto una reale responsabilità verso il proprio pubblico e avrebbe comunicato che i versi possono ancora incidere nel corpo sociale di una nazione.

 

Credi più nel valore dell’ispirazione o nella disciplina? Come aspetti che si accenda una scintilla e come la tieni accesa?

Ho una formazione musicale. Di fronte a una grande voce lirica la prima cosa che si pensa è che ci si trovi davanti a un fenomeno della natura. Questo aspetto è importante, ma senza studio anche la più bella delle voci resta allo stato primordiale e non emoziona nessuno. Il pericolo maggiore, tuttavia, è quello di una poesia fatta di tecnicismi e cerebralismi da parte di poeti di “testa tutta di testa… tutto il resto di plastica”, per citare il grande Sereni. In poesia si può considerare un dono di natura anche la padronanza dei mezzi tecnici e delle stratificazioni dell’espressione, quando non siano fini a se stesse. Su coemsi accenda la scintilla, non saprei dire molto, e quindi mi fermo qui.

 

Scrivi per comunicare un’emozione o un’idea? La poesia ha un messaggio, qualcosa da chiedere o qualcosa da dire?

Dietro ogni poesia c’è sempre un’idea. Anche se questa idea coincide col caos, con l’apparenza di una non-idea. Messaggi non ne vedo: in genere sono cascami ideologici che si attagliano a voci di una certa rilevanza per esaltarne degli aspetti politici e civili. Ma questo fortunatamente avviene sempre più di rado, non essendo alla poesia che si demanda l’ingrato compito di fare da megafono a qualche regime propagandistico, a qualsiasi bandiera appartenga. Di questo si occupano la televisione e gli altri mezzi di informazione di massa.

 

Cosa pensano della poesia le persone che ami?

In generale, non ne pensano. Ma va bene così, non si rischia di essere influenzati. Anche se un po’ di considerazione e di incoraggiamento, in anni difficili come quelli della formazione e dei primi esperimenti poetici, non mi sarebbero dispiaciuti.

 

Sei costretto a dividere il tempo che più volentieri dedicheresti alla poesia con un lavoro che con la poesia ha davvero poco a che fare? Trovi una contraddizione in chi ha la fortuna di scrivere per mestiere? Come vivi la tua condizione?

Fino ad oggi ho scritto a tempo pieno. Se dovessi cambiare abitudini sarebbe una bella sfida. Continuare a scrivere in condizioni più difficili e con minore familiarità tra ciò che si fa per vivere e la poesia significherebbe essere certi di possedere una vena profonda, una vera vocazione. Lo dico in nome di tanti altri che vivono questa condizione di “sdoppiamento”. Ma non posso neanche escludere che le motivazioni possano venire meno e si attacchi la penna al chiodo. Evento contro il quale faccio i dovuti scongiuri.

 

Cosa speri per il tuo futuro? E per quello della poesia? Cosa manca e cosa serve alla poesia ed ai poeti oggi?

Spero di poter continuare a leggere quella strana cosa scritta che non arriva a fine pagina e crea un ingorgo di immagini da rendere proprie, da personalizzare. Per la nostra poesia spero che sappia riacquisire il proprio prestigio che la pone come arte tra le arti; basterebbe un solo poeta che se ne ricordasse per cambiare i destini della poesia nazionale. Aspetto un Natan Zach italiano: spero di non incanutire per vederlo.

 

 


 

Stelvio Di Spigno vive a Napoli dove è nato nel 1975. È laureato e addottorato in Letteratura Italiana presso l’Università “l’Orientale” di Napoli. Ha scritto articoli e saggi su Leopardi, Montale, Gadda, Pavese, Zanzotto, Claudia Ruggeri e sulla post-avanguardia poetica italiana, insieme alla monografia Le “Memorie della mia vita” di Giacomo Leopardi – Analisi psicologica cognitivo-comportamentale (L’Orientale Editrice, Napoli 2007). Ha collaborato all’annuario critico “I Limoni” con recensioni e note sotto la guida di Giuliano Manacorda. Per la poesia, ha pubblicato la silloge Il mattino della scelta in Poesia contemporanea. Settimo quaderno italiano, a cura di Franco Buffoni (Marcos y Marcos, Milano 2001), i volumi di versi Mattinale (Sometti, Mantova 2002, Premio Andes; 2a ed. accresciuta, Caramanica, Marina di Minturno 2006), Formazione del bianco (Manni, Lecce 2007), La nudità (Pequod, Ancona 2010).

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8 Comments

  • Seguo con molto interesse l’itinerario di ricerca e di scrittura di Stelvio. Ne sottolineo due caratteristiche, sempre vive e presenti in lui: l’assoluto e ben poco “letterario” confrontarsi con la corrosiva energia della lingua poetica (davvero VISSUTA, prima ancora che scritta; essa è intesa, infatti, come autentica testimonianza della propria esistenza, e non come “gioco”, né come puro riflesso narcisistico); e poi l’acuto suo perseguimento di un rigore costante, fondato su di un raro senso morale che lo spinge a un inarrestabile lavoro di infinita rielaborazione del verso e di un’implacabile auto-critica.
    Mario

  • Già, non è un problema di nomi ma di condizioni che permettano l’ascolto che son venute meno – e nessuno mi pare se ne preoccupa più di tanto, felici di riempire il vuoto dell’ascolto con il vuoto del dire la prima cosa che capita. Chissà, forse bisognerebbe iniziare seriamente a pensare ad un modo per reinserire nel “processo comunicativo” la fase dell’ascolto. Una specie di educazione al “sentire” (in tutti i sensi che questa parola possiede).

    Per quanto riguarda l’università, la poesia e la formazione: un ventenne che ci legge – Riccardo Tommasini – ci scrive chiedendoci di affrontare la poesia anche da un punto di vista “didattico”. Io capisco perfettamente le sue esigenze (che furono e continuano ad essere le mie) e la mancanza di un faro o comunque di una figura (istituzionale o personale non ha importanza) che faccia da “maestro”, “mentore” o quello che volete. La questione ha radici profonde ed è complessa, come è complesso cercare solo di proporre una possibile soluzione o alternativa. Che fare? e soprattutto: come farlo?

    Luigi B.

  • Provo a rispondere a sollecitazioni importanti come quelle della Redazione e di Fabio Teti.

    L’abbraccio mortale di cui parlo è quello che vede scuola e università in grande affanno per i tagli mascherati da riforme. La Gelmini è solo l’ultima in ordine di tempo ad aver contribuito alla contrazione (e al conseguente caos) che regna nelle facoltà umanistiche e letterarie. In realtà le facoltà di Lettere sono in affanno un pò dappertutto, molte di esse sono state concepite come carrierifici per improbabili e incredibili docenti che sanno di poesia contemporanea quanto noi possiamo capirne di ingegneria spaziale. Facoltà con 200 studenti e 20 docenti di ruolo più una valanga di precari, magari anche bravi. I programmi di studio incentrati sullo studio della poesia sono scadenti o assenti. E ne va della formazione di chi magari, a 20 anni, si affida a queste istituzioni in buona fede, senza sapere che si stanno s-formando e non formando. L’approccio è sempre molto accademico, ci sono pochissimi spazi per lo studio della contemporaneità letteraria. Spesso si considera contemporaneo un poeta nato un secolo fa e che ha fatto le cose migliori 50 anni fa. E sono i casi fortunati; in molte università i “ragguagli di modernità” si fermano a Pascoli e D’Annunzio – che vanno pur studiati, per carità, ma in un altro contesto e lasciando qualche spazio a qualcosa di più recente. La poesia contemporanea presenta aspetti problematici che vanno ad incrociare sociologia, trasformazioni della società e dei media, il momento di crisi che dura da qualche decennio. Richiede docenti esperti, preparati, poliedrici. Ci sono eccezioni validissime: Siena, Firenze, Pavia, Padova, Bologna, Milano. Ma in generale queste eccezioni coincidono con personalità che insegnano in questa e in quell’oasi felice – perché sono proprio loro, con il loro “magistero”, a fare la differenza tra oasi e deserto. Ma chi non ha la fortuna di incontrare questi rari “santoni” accademici? Chi non può andare a Pavia o a Siena o a Padova? Si becca le briciole. 60 anni fa, per scrivere bisognava passare per docenze granitiche e non di rado poeti che hanno lasciato il segno padroneggiavano la classicità in modo superbo. Oggi, per un giovane poeta in formazione, i vecchi contenuti filologici non bastano più, perché il rapporto tra parola scritta e società è molto cambiato. E temo che a una formazione deficitaria corrispondano “danni” che viene difficile raddrizare da soli, lasciando tutto sulle spalle di chi si sta formando. Se lo studio della letteratura nelle universtà si degrada, i danni saranno enormi per la poesia del futuro. I “germi” nascono lì, e nella scuola, dove i metodi di insegnamento della letteratura sono deprimenti. Non viene coltivato nessun “sentimento” per le lettere. Si fa un pò di metrica, un pò di retorica, ci si ferma alla fine dell’Ottocento.

    Su quanto afferma Fabio, non ho dubbi che Mesa sia un poeta ragguardevole, al di là dei gusti e delle ricerche personali che influenzano la percezione di questo o quell’altro poeta e del suo lavoro. Non è un problema di nomi, Mesa è stato uno degli autori contemporanei che più ho stimato negli anni. Quando parlavo di un N. Z. italiano intendevo qualcuno capace di farsi ascoltare come hanno fatto i poeti del passato. Ma forse, e qui devo corregermi, non ci sono più le condizioni nella nostra società per un simile ascolto. Non è un problema di nomi e persone.

  • Provo a rispondere a sollecitazioni importanti come quelle della Redazione e di Fabio Teti.

    L’abbraccio mortale di cui parlo è quello che vede scuola e università in grande affanno per i tagli mascherati da riforme. La Gelmini è solo l’ultima in ordine di tempo ad aver contribuito alla contrazione (e al conseguente caos) che regna nelle facoltà umanistiche e letterarie. In realtà le facoltà di Lettere sono in affanno un pò dappertutto, molte di esse sono state concepite come carrierifici per improbabili e incredibili docenti che sanno di poesia contemporanea quanto noi possiamo capirne di ingegneria spaziale. Facoltà con 200 studenti e 20 docenti di ruolo più una valanga di precari, magari anche bravi. I programmi di studio incentrati sullo studio della poesia sono scadenti o assenti. E ne va della formazione di chi magari, a 20 anni, si affida a queste istituzioni in buona fede, senza sapere che si stanno s-formando e non formando. L’approccio è sempre molto accademico, ci sono pochissimi spazi per lo studio della contemporaneità letteraria. Spesso si considera contemporaneo un poeta nato un secolo fa e che ha fatto le cose migliori 50 anni fa. E sono i casi fortunati; in molte università i “ragguagli di modernità” si fermano a Pascoli e D’Annunzio – che vanno pur studiati, per carità, ma in un altro contesto e lasciando qualche spazio a qualcosa di più recente. La poesia contemporanea presenta aspetti problematici che vanno ad incrociare sociologia, trasformazioni della società e dei media, il momento di crisi che dura da qualche decennio. Richiede docenti esperti, preparati, poliedrici. Ci sono eccezioni validissime: Siena, Firenze, Pavia, Padova, Bologna, Milano. Ma in generale queste eccezioni coincidono con personalità che insegnano in questa e in quell’oasi felice – perché sono proprio loro, con il loro “magistero”, a fare la differenza tra oasi e deserto. Ma chi non ha la fortuna di incontrare questi rari “santoni” accademici? Chi non può andare a Pavia o a Siena o a Padova? Si becca le briciole. 60 anni fa, per scrivere bisognava passare per docenze granitiche e non di rado poeti che hanno lasciato il segno padroneggiavano la classicità in modo superbo. Oggi, per un giovane poeta in formazione, i vecchi contenuti filologici non bastano più, perché il rapporto tra parola scritta e società è molto cambiato. E temo che a una formazione deficitaria corrispondano “danni” che viene difficile raddrizare da soli, lasciando tutto sulle spalle di chi si sta formando. Se lo studio della letteratura nelle universtà si degrada, i danni saranno enormi per la poesia del futuro. I “germi” nascono lì, e nella scuola, dove i metodi di insegnamento della letteratura sono deprimenti. Non viene coltivato nessun “sentimento” per le lettere. Si fa un pò di metrica, un pò di retorica, ci si ferma alla fine dell’Ottocento.

    Su quanto afferma Fabio, non ho dubbi che Mesa sia un poeta ragguardevole, al di là dei gusti e delle ricerche personali che influenzano la percezione di questo o quell’altro poeta e del suo lavoro. Non è un problema di nomi, Mesa è stato uno degli autori contemporanei che più ho stimato negli anni. Quando parlavo di un N. Z. italiano intendevo qualcuno capace di farsi ascoltare come hanno fatto i poeti del passato. Ma forse, e qui devo corregermi, non ci sono più le condizioni nella nostra società per un simile ascolto. Non è un problema di nomi e persone.

    S.D.S.

  • caro Stelvio, impossibile non essere d’accordo – e al tempo stesso non pensare che la strada della poesia ha bisogno di ciottoli o schegge di vetro per essere più interessante!
    scrivere a questo mondo bisogna, pubblicare non occorre: se poi si vuole osare, uscire cioè dalla selva e gir infra la gente, allora il rischio è i 25 lettori (speriamo almeno buoni e buoni amici!
    adelante, comunque, anche sin juicio! il poeta è un po’ matto e vuole un po’ (ancora) divertirsi – con quel che oggi ci passa il convento!

  • Sì, analisi lucida e condivisibilissima – anche la parte che riguarda l’assenza di un “poeta di grosso calibro”; assenza probabilmente non reale ma nella collettività (dunque assenza “mediatica”).
    Mi interessa la questione dell’abbraccio mortale e della situazione deprimente negli istituti di docenza e, visto che Stelvio dice di aver passato 10 anni in Università, mi piacerebbe che si approfondisse un po’ la questione: quali sono le principali cause che contribuiscono alla stretta di questo abbraccio mortifero? e ci sono possibilità, speranze, soluzioni o cose che abdrebbero fatte? Insomma, parliamone, ché se viene fuori qualcosa di buono si prova a metterla in pratica 🙂

    Luigi B.

  • Parole molto intelligenti, che quasi nella loro totalità sottoscrivo. Mi inquieta un poco la questione del “messaggio”, perché credo che nella costellazione di senso creata da una poesia, ci sia spazio, in modi magari non frontali, anche per quello, senza che necessariamente si finisca nella chiana dei cascami ideologici e della stereofonia 😉

    In un solo punto sono fermamente contrario a quanto dici, Stelvio: il poeta di grosso calibro, quello che se fosse maggiormente diffuso potrebbe cambiare i destini della poesia nazionale, ce l’abbiamo, a mio avviso, e come: è Giuliano Mesa.

    Un saluto!

    f.t.

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