Zibaldello n.13: Considerazione senza deferenza – Dilettanti e professionisti, salario e pathos

[Una riflessione di Gilberto Gavioli, coordinatore della rivista “Afildipenna”, che è il concretizzarsi di alcune discussioni, spesso notturne, con (in stretto ordine alfabetico): Giulio Franceschi, Francesco Mandrino e Gianluca Umiliacchi e avvenute durante la manifestazione “Creativa 3” svoltasi a Rignano sull’Arno nell’estate del 2002.]

Premettiamo che non amiamo la distinzione tra poeti dilettanti (per hobby!) e professionisti (come esserlo ancora, fortunatamente, ci sfugge). Ogni esordio è faticoso, quello alla poesia è complesso, bilanciare interiorità e comunicazione non è mai facile, per chi vi si addentri con semplicità e verità. La strada che conduce alla poesia, non è dato sapere quando e dove è iniziata, con quali emozioni e per quali accidenti.
Non crediamo al dilettante (da diletto) poetico, la scelta ci pare quanto mai gravosa e gravida di conseguenze pesanti e talvolta penose. Potersi dedicare alla scrittura poetica con uno spirito da dopolavoro, da passatempo domenicale ci pare improponibile, assurdo per le implicazioni che la dedizione alla poesia comporta, quando la scelta sia fatta con decisione e dedizione, s’intende.
Sgombrato, quindi, il campo da questi dubbi, noi che “produciamo” riviste, libri, che teniamo incontri ed organizziamo manifestazioni, vogliamo testimoniare e rivendicare il diritto/dovere di compiere delle scelte precise, di selezionare, di discernere. Sappiamo, certo, che già domani le nostre parole ed azioni saranno smentite e dimenticate, tuttavia non possiamo tirarci indietro, moralmente e culturalmente non sappiamo fare altro, con apertura mentale, schiettezza ed etica.
Ben sappiamo che nessuno ci ha consegnato patenti di censori o critici, che in poesia vigono la libertà e la pluralità estreme; la nostra onesta presunzione ci pone come bersagli d’ogni sorta di critiche, anche quelle che mirano solo a screditare la nostra capacità e volontà di giudizio. Sappiamo, però, nello stesso tempo che il medesimo peso morale deve gravare sul cervello e sul cuore del poeta, che è chiamato all’impegno, al confronto, allo studio e alla lettura continua. Ci resta questa difesa estrema e ingenua, eppur vera.
Gli editori, i curatori di riviste ed eventi devono saper guardare oltre la carta e i segni sopra tracciati, devono percepire la vibrazione che giunge loro dal mittente di quelle pagine, che chiedono di essere lette, ma anche còlte più ampiamente. Una volta che li abbiamo in mano non possiamo più defilarci, desistere, né abbandonare noi stessi e quei fogli al silenzio. Da ciò che decideremo di stampare e diffondere dipenderà forse, lo speriamo, un piccolo percorso umano, comune. Attraverso le nostre pubblicazioni, si formeranno nuovi lettori ed altri poeti e scrittori. Dobbiamo far sì, quindi, che il nostro sforzo di confronto possa giungere a chi ci ha interpellati, che il dialogo intrapreso possa acquisire nuova forza da ciò che proviamo a proporre o da ciò che chiediamo sia ripensato e rivissuto dall’estensore, che questa forza possa rivelarsi tanto maggiore da influire su nuovi incontri e dialoghi futuri.
Un duplice impegno attende, ad ogni nuova pagina scritta e letta, sia noi redattori ed editori, sia gli autori. Da un lato, questi ultimi devono saper ascoltare, confrontarsi con quanto proposto da libri e riviste, per poter intraprendere altri passi, sempre più decisi nel loro cammino artistico-culturale; dall’altro devono essere in grado di distanziarsi dai propri testi, dimenticando parzialmente le implicazioni profonde e cercando di farsi lettori sinceri e aperti. In sostanza devono vivere la propria poesia e crescere, ma anche formarsi con quella altrui, senza preconcetti. Noi operatori culturali dobbiamo saperci mantenere aperti e liberi, non compiere altre distinzioni che fra testi validi e testi che andrebbero rivisti dagli autori, senza pregiudizi o paure. Solo riuscendo sempre a proporre nuovi impulsi e a suggerire delicatamente, non falliremo al nostro compito, ai nostri obiettivi più elevati.
Non lavorando per la massa o per il mercato, se questo ci preclude la possibilità di arricchirci e di conquistare vasta fama, ci lascia aperte tutte le altre opportunità culturali. Verso i lettori il nostro deciso e misconosciuto operare (senza vittimismi) ci consente di influenzare e formare i lettori acquisiti e quelli che si accosteranno nel tempo. Finché rimarremo curiosi e indipendenti avremo la possibilità di confrontarci con le varie realtà culturali e letterarie, potremo dialogare veramente con i lettori, che aiuteremo ad essere anche migliori poeti e scrittori. Quanto più saremo in grado di selezionare qualitativamente i testi delle nostre pubblicazioni, naturalmente senza pretendere di fondare scuole di pensiero, tanto più acquisiremo considerazione e valore per noi e, soprattutto, per le nostre realtà artistiche e culturali.
Se invece le scelte saranno dettate da meschinità, furberie e/o ammiccamenti di vario genere e direzione, non ci resterà che attendere il premio della Presidenza del Consiglio ed altri allori, attraenti quanto vuoti.
Anche perché riteniamo di scarso interesse gli obiettivi raggiungibili e le mete superabili a piedi. Il nostro valore umano, oltre che culturale, risiede anche nelle conquiste o utopie a cui miriamo e che ci spingono verso una qualche forma, peraltro non certa, di sopravvivenza, di rinascita possibile e lasciano di noi una tangibile eredità che forse qualcuno, che magari non sospettiamo, si prenderà in carico di raccogliere!
Continuiamo ad essere a favore della poetica della stretta di mano, preferibile a quella della pacca sulla spalla, del sussurro all’orecchio…

Gilberto Gavioli

(Apparsa come editoriale “Afildipenna” sull’aperiodico letterario Il Foglio Clandestino, Anno XI – Numero quarantotto – gennaio 2003)

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